Paese: Regno Unito, 1993
Regia: Derek Jarman
Un film sulla cecità, sulla morte, sulla vita infine sull’amore. L’unica immagine è quella di un quadrato blu. Noi non vediamo altro che ciò che immaginiamo, “guidati” in questo dalla voce fuori campo. Al principio, ad esempio, immaginiamo l’io narrante in un bar e attraverso il suo racconto la nostra visione si sposta su ciò che egli vede, in questo caso prima la Bosnia martoriata dalla guerra, poi un ciclista. Infine l’androne di un ospedale e la diagnosi di una cecità progressiva. La scomparsa della vista e quella della vita sono sinonimi e Jarman sarebbe morto l’anno successivo di Aids. Tuttavia la scomparsa della vita e della vista non è in Jarman un modo per arrendersi alla morte. Il regista inglese provoca. Provoca chi guarda il film e l’idea stessa di cinema. E provoca una società repressiva, perchè anche blu è un film politico, profondamente politico, dove è il corpo a essere diventato territorio di lotta.
Non c’è direzione dello sguardo secondo immagini. Lo spettatore può anche aspettare in continua attesa che qualcosa accada sullo sfondo, ma ciò che accade non è sullo sfondo ma negli sguardi differenti rivolti al film: noi siamo il movimento, la dinamica di questa opera è intimamente interattiva. Lo sfondo blu, come la cecità, elimina il riferimento alla visione retinica. Il tentativo è quello di affrontare questa cecità, di resistere allo sfondo che avanza, attraverso la liberazione dello sguardo e degli sguardi: “Il blu trascende la geografia solenne dei limiti umani”. Alla fine della vita e della vista, l’uomo realizza la perdita dei diaframmi e tenta di vedere con i propri occhi. Ma ciò che sconta è la difficoltà, diremmo l’impossibilità di vedere senza quei diaframmi: sconta l’impossibilità di individuare una via di fuga assoluta che liberi il corpo dai suoi stessi organi. Da una parte vi è così la polarità ripetitiva della morte. Il blu ossessivo è anche segno di una pestilenza, di una immunodeficienza progressiva e occultata dai media del tempo che bruciava vite su vite. In questo caso lo sfondo blu appare come il mondo alla fine del mondo di chi sta per morire e sanguina una bellezza colore del cobalto. La malattia, in questa polarità, è un canto ripetuto, straziante: è nemica della vita, ripete un unico verso. La morte non improvvisa, lentamente allarga la propria polarità a quella della sofferenza. Le immagini dei profughi bosniaci e quelle della degenza del malato – entrambi forme di un dolore collettivo e di un dolore intimo – sono le più vive tra quelle riprodotte in questa cecità. Il dolore unisce gli uomini e parla delle loro differenze. Così umano, si fa beffe degli Dei, li irride. Nel film Jarman a questo punto recita: “Il Gautama Buddha dice di allontanarsi dalla malattia, ma a lui non hanno mai fatto una flebo”. La pretesa divina di costruire visi a propria immagine e somiglianza viene irrisa dal dolore che restituisce visi differenti e, attraverso questa diversità, sostanzia l’arte di senso. Non esistono dolori identici, essi sono analoghi, per questo il territorio bombardato della Bosnia rimanda al corpo bombardato del malato di Aids. Il dolore è narrazione e la malattia non è impotenza.
Jarman vuole fare del proprio corpo una possibilità, una via di fuga. La rappresentazione di questa resistenza è sempre nel rapporto tra lo sfondo e le parole. Queste si stagliano sopra il blu in rapidi flash e al tempo stesso vi affogano dentro. Eppure noi le vediamo per come le vogliamo vedere. Qui si realizza un’altra provocazione di Jarman, direi socio-religiosa, che rimette in questione il culto cristiano dell’immagine: “prega di essere liberato dall’immagine”. La perdita dell’immagine è una provocazione proprio perchè non è abbandono alla cecità: per resistere con la vita alla morte, Jarman chiede di perdere l’immagine per ritrovare gli sguardi, per liberarli. La cinepresa non ha più il ruolo del pulpito, appunto l’interazione è il passaggio decisivo per affermare non solo la libertà dell’artista, ma anche quella dello “spettatore”. Un disperato desiderio di vita si oppone in ogni millesimo del film alla ripetizione, alla coazione tradotta sul corpo. Ma il desiderio trapassa nella nostalgia e non vince la morte. La prigione del corpo – “la mia pelle è una camicia di Nesso” – cerca l’evasione trovandola solo in un sogno d’Oriente. Tuttavia la sconfitta non rende insensato il tentativo, così che il film termina con la richiesta di un bacio e l’accresciuta consapevolezza della caducità della vita. “Ad H.B. e a tutti coloro che sono stati davvero amanti”, con questo epitaffio si conclude il girato. Ciò che resta è uno spazio blu, una tela. Forse un sudario, forse un territorio inesplorato.
Sbadatamente scritto da: “paul sweezy”

Non ricordo come sono arrivata fino a qui..anzi no, ora ricordo:attraverso il blu. Si, blu è stata la mia chiave per aprire questa porta e trovare…Non so chi cia sia in questa stanza, dentro il nero ho ri(n)tracciato il gesto che res-piro e mi re-spira dentro e fuori di me, intercettando in ascisse sempre imprevedibili, ciò che pullula come in un fermento di lieviti.
St(r)ati d’aria, con-nessi di i-dee che ci aggrovigliano in
rea-(a)l(r)tà in-dis-tinguibili dalla phanta-sia. Dunque il vedere è un velo, quel velo di maya,steso come un li-no o una sin-done sui nostri o(re)cchi, che ci fanno vedere tutto ciò che noi si-amo, in foto-grammi di immenso, che siamo in-capci di catturare e davvero vedere, ma solo ri-tracciare secondo un nostro temporaneo e sempre modificabile ri-tratto sulle pareti di quella grotta, di cui Platone ci ha portato le “misure” e che, in fondo, è la prima sala di proiezione cine-ma-tografica:una specie di tomo-grafia computerizzata dal nostro as-soluto monstrum:il nostro corpo, tutto il corpo, non solo il cer-vello, l’argonauta alla ri-cerca di se stesso e della V-ita dentro l’os-curo della mor-te (l’ultimo “abito e costume di cui non possiamo che d-ire) Ringrazio per il vostro bel lavoro e vi invito a partecipare, se e quando lo riterrete o ne avrete voglia,ai lavori del sito di VDBD, in cui il cinema, ma anche altro, ha trovato un luogo dell’in-contro. fernanda ferraresso (una delle redattrici).
Dopo aver letto il tuo commento ho iniziato a pensare come ci sono arrivato io qui. Viaggiavo su un autobus romano, al solito immerso nel traffico come un elefante tra le formiche. Mi capitò sotto gli occhi un giornale, uno di quelli che danno gratis alle fermate dei mezzi. Un articolo di terza pagina riportava un passaggio della lettera che Tilda Swinton scrisse per Jarman nel 2002. Trovai quel pezzo così intelligente che convinsi me stesso sarebbe valsa la pena approfondire la conoscenza di questo autore. Avevo già visto Wittgenstein, o almeno avevo tentato di vederlo, visto che la mia copia del film mancava di un pezzo. Mi avvicinai a Jarman prima seguendo il mio filosofo “preferito” e poi attraverso una lettera. Questo sulla casualità degli incontri, che spesso uniscono caso e volontà: fu un caso che io presi quell’autobus e ci trovai un giornale stropicciato che parlava di questo regista inglese, fu una volontà parlarne.
Il mio intervento, hai giustamente notato, riflette sull’arte come condizione di visibilità dell’invisibile. Tu scrivi “ri-tratto” e appunto Blue è un ri-trarsi, un non mostrarsi a pieno ma non per vezzo misterico d’artista, quanto per consapevolezza del fatto che le visioni a tutto tondo esistono solo nelle menti dei grandi inquisitori (e forse, dopo Dostojevksy, nemmeno in quelle). Riferendomi al tuo passaggio sul mito della caverna, aggiungerei che è la meraviglia che mi guida, è dalla meraviglia che per me nasce la conoscenza e la bellezza. Lo diceva anche Platone, ma i grandi pensatori non vanno esenti da contraddizioni. Gli idealismi trascendentali finiscono con il negare il senso di stupore di fronte al mondo. Immagino siano stupidi gli idealismi trascendentali, soprattutto se assolutizzati: con la tipica boria dei grandi pretendono di distruggere ciò che gli dà un minimo di senso. Di solito , non a caso, crollano. Come gli imperi.
Ti ringrazio per il tuo invito, penso di poterlo fare anche a nome dell’altra ragazza che insieme a me gestisce questo spazio. E ti ringrazio per ciò che hai scritto. Tuttavia non hai lasciato l’indirizzo del sito e così non mi viene facile rintracciar(t)vi. A presto.
Paul Sweezy.
chiedo scusa, pensavo che scrivere VDBD (via delle belle donne) fosse sufficiente. Rimedio subito:
il link è questo: http://viadellebelledonne.wordpress.com/
questo invece è il mio persnale: http://fernirosso.wordpress.com/
Grazie dello scambio che trovo una interessante puntualizzazione. Da parte mia penso che non solo l’arte, ma le nostre capacità percettive siano in-capaci di togliere il velo, e capaci, semmai di costruirlo, e solo così facendo ci è concesso di “vedere”.Una specie di matrix, anche per noi, solo che ciascuno ha la sua e solo sugli aspetti più grossolani riusciamo a credere che vediamo le stesse cose, in realtà ciacsuno vede se stesso. A presto, spero, ferni
Si, sul fatto che si continui a vedere “attraverso” siamo perfettamente d’accordo (”l’estetica: uno sguardo attraverso” è uno splendido libro di Emilio Garroni che consiglierei a tutti di leggere). E sono convinto anche del fatto che noi costruiamo un velo e che questo velo è una proiezione di noi stessi. Al tempo stesso penso che questo velo non sia esclusivamente una nostra proiezione, così come penso che esistano veli precedenti le nostre percezioni, il nostro venire al mondo. Quando nasciamo entriamo a far parte di una cultura che non abbiamo creato ma verso la quale siamo costretti a relazionarci. Per questo il velo è ciò che creiamo ma non è solo ciò che creiamo.
Dentro le rappresentazioni artistiche – non solo in quelle – c’è il nostro io, c’è un noi passato. E c’è anche un noi futuro, perchè il vero artista sa “svelare” particolari visibili ma che nessuno era ancora riuscito a vedere.
Il linguaggio è importante: non vediamo cose “identiche”, vediamo cose simili. Il fatto che ci sia una similitudine indica un tessuto di realtà comune, il fatto che non ci sia un’identità indica che questo tessuto è simile alle idee estetiche in Kant: qualcosa che esonda dalla sua stessa forma perchè non si esaurisce in essa. Già essersi dati reciprocamente visibilità è una forma iniziale di collaborazione. La speranza è che possano seguire collaborazioni ulteriori e più “ampie”.
A presto.
… questo film lo andrò a cercare..perchè mi
riporta a Klein
I suoi dipinti, tele di ampie dimensioni, tendono verso qualcosa, come dichiaro’ lo stesso Klein, che non e’ mai nato e mai morto, verso un valore assoluto. La monocromia, principio stilistico fondamentale dell’arte di Klein,… La ricerca di un punto al di fuori degli eventi terreni e quotidiani, il tentativo di raggiungere i confini dell’infinito, l’idea del vuoto, dell’immateriale, dell’indefinibile…..il colore puro rappresentasse “qualcosa” in se’… Il blu: la verità, la saggezza, la pace, la contemplazione, l’unificazione di cielo e mare, il colore dello spazio infinito, che essendo vasto, puo’ contenere tutto. Il blue e’ l’invisibile che diventa visibile.
http://www.undo.net/cgi-bin/undo/pressrelease/pressrelease.pl?id=1210153694
Però… Non visibile a pieno, tu pensi a Klein io penso a Malevic. Anche se il riferimento al mai nato e al mai morto mi ricorda il mio pittore preferito – Paul Klee. Forse sarebbe un errore vederci un’armonia mistica in questo blu, non è distaccato dagli argomenti terreni. E’ un film di una bellezza angosciante, forse difficile da trovare. Mi fa piacere che tu abbia deciso di andarlo a cercare. Se riesco a convincere anche una sola persona a vedere un film di Jarman – autore molto particolare oltre che intelligente – questo mi rende felice. La bellezza va comunicata.
piacere di avervi scovato. è bello sapere che non tutti guardano vanzina e un estate al mare…
se volete la mia su jarman, blue, Klein e il monocromo leggete qui: http://daqualcheparte.wordpress.com/2008/06/12/digression-on-blue/
è un pò (molto) lungo: avevo qualcosina da dire…
Abbiamo il tempo necessario per leggerlo
ciao gregorio,è uscita oggi la tua recensione su VDBD,come già ti avevo detto.L’ho appena commentata,davvero un eccellente lavoro,sono davvero lieta della collaborazione che mi/ci hai fornito.Spero continui,un abbraccio,anche a chiara,ferni
Grazie Fernanda, mi rileggo sul vostro sito.
Continueremo, è ovvio. Anche se per qualche giorno un pò di pausa e il contatto col mare rapiscono e impediscono altri impegni. A presto e grazie a te per avermi pubblicato.