Regia: Sam Garbarski
Interpreti: Marianne Faithfull, Miki Majnolovic, Kevin Bishop
Produzione: Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lussemburgo, 2007
La prima scena del film coglie dall’alto un perfetto agglomerato urbano della provincia inglese. Il tono della musica di fondo, metallico, malinconico, fa da controcanto a questa immagine armonica. Una splendida Marianne Faithfull appare quasi nascosta da un leone di peluche, comprato per il nipote in fin di vita e che solo una clinica australiana potrà curare. Il contrasto tra finta armonia sociale e dramma diffuso della povertà occupa la parte iniziale del film. Costante come la musica di fondo, l’ingenuità anziana del viso della Faithfull è la traccia che ne attraversa i vari “capitoli”. Finta armonia sociale, quella delle banche e dei centri per l’impiego i cui dipendenti, calzando un berretto natalizio in testa o dei perfetti gessati, tagliano ogni speranza di un prestito o di un lavoro per garantire le cure al nipote. Ogni finta armonia si basa su un’espulsione, la Faithfull viene espulsa dal piano rialzato della metropoli londinese. Le porte per lei si aprono solo in una presunta discesa agli “inferi”: in un eros bar, cui si accede tramite un sottoscala, trova la sua opportunità. Qui l’attende Miklos, un impresario del sesso interpretato da Miki Majnolovic. Sembra l’esatto contrario della Faithfull, tanto lei sembra pulita, tanto lui appare sporco, tanto lui è disinibito, tanto lei è bloccata dentro quel nuovo mondo che non conosce. L’incontro con Miklos segna il secondo passaggio del film: centrale in questo caso il rapporto tra etica e lavoro.
Il perbenismo etico viene scardinato fin dal principio: se nessuno ti aiuta a curare un bambino che muore allora su che basi può giudicarti se rispondi a quella mancanza masturbando sconosciuti? Tuttavia questa domanda retorica non diventa giustificazione per il proprio lavoro, esso viene compiuto per un fine, solo verso quel fine i mezzi divengono nobilitati. La protagonista del film mantiene il suo carattere anche in questo secondo passaggio. Il lavoro genera appartenenza a un nuovo mondo, che irrimediabilmente l’allontana dal primo. Il terzo piano è quello della distanza.
La distanza non è immedesimazione coatta, non implica un’alienazione della propria individualità. Anzi semmai una appropriazione doppia. La prima, più evidente, è quella di un nome: Irina Palm, la “regina delle seghe”. La seconda è quella della propria libertà. Per questo il carattere ingenuo, altero di Irina-Faithfull resta intatto. La sua forma di emancipazione passa attraverso il lavoro ma è determinata dal fine che si pone, curare il nipote. Irina Palm agisce dentro la costellazione del dono, dell’amore disinteressato, ciò che viene espulso da questo mondo è la capacità accumulatrice della prestazione lavorativa. Non le interessano i soldi e quando, in virtù della sua professionalità, contratta un prezzo più alto per le sue prestazioni, ciò avviene esclusivamente per raggiungere più in fretta il proprio fine. Irina si muove tra due mondi: da una parte la malizia interessata dei salotti della provincia inglese, dall’altra la mercificazione dei corpi su cui si basa l’economia metropolitana. Li attraversa rimanendo sé stessa, rivendica il suo valore non monetario. Il suo stesso passo lento, l’ironia delle sue battute si oppone alla frenesia volgare e all’invadenza degli altri due mondi.
Il quarto piano è quello della contaminazione definitiva, della presa di coscienza.
Irina mantiene i patti con Miklos, rifiuta un contratto migliore. Umanizza l’impresario cinico e lo porta dentro la sua costellazione, che brilla nel sottosuolo. L’amore che ne nasce è timido, lento come lenti sono i loro corpi vecchi. Un amore intenso e certo non barocco. Lo stile di questo film non indulge a pietismi o esagerazioni melodrammatiche. E’ un film crudo, eppure profondamente poetico. Riflette su una realtà largamente diffusa del nostro sistema economico quale la riduzione a merce del corpo e lo fa comprendendo le ragioni della scelta e condannando una doppia ipocrisia: quella sociale della provincia bigotta e quella economica della coazione produttiva. La linea di fuga da queste catene è nell’amore. Nell’unica forma d’amore possibile, quello disinteressato. La scena del bacio tra Irina e Miklos è rapidissima, il film termina subito dopo. La linea di fuga porta altrove i due amanti, sebbene ai lati le spogliarelliste continuino a ballare, loro sono già su un altro piano. Ed è un piano rivoluzionario.
Paul Sweezy

beh, dato che nessuno ancora lo ha fatto… inserisco io il primo commento! ho adorato profondamente questo film (e magari invidio un po’ anche la Faithfull per la sua gioventù tra le braccia di Jagger ^^). Quello che mi ha affascinata è l’integrità del personaggio e la genuinità dei sentimenti che vengono raccontati.
Io – chissà perchè – tenderei a invidiare Mick Jagger nel caso in questione. Ripensando a Irina Palm, come si capisce da ciò che ho scritto, ciò che mi ha colpito è la capacità di descrivere un amore senza indulgere all’uso di tinte forti. Probabilmente mi ha colpito perchè non ci sono abituato, sia nella realtà che vivo sia “nell’arte” – molto presunta – che questa realtà “produce”. Una domanda me la sono posta: il cinema italiano – almeno quello più recente – ha questa capacità di descrivere argomenti quotidiani, ma non per questo banali, con questo stesso “stile”? Io penso di no, lo vedo diviso tra due polarità: ipocrisia e melodramma. E non è una bella scelta.
Paul Sweezy.
Un film contemporneo? Ma a cosa? La mercificazione del corpo in tutte le sue possibili accezioni: schiavitù e schiavismo, a tutte le forme ideologiche o alle passioni-ossessioni,prostituzione sessuale ma anche economica, per raggiungere come fine un “anvanza-mento” di posizione sociale (ma cosa si può diventare più che uomini?c’è un grado superiore al fatto di essere uomini?) oltre che economica,e ogni altra forma di asservimento non sono cose tipche del NOSTRO sistema, ma lo sono di ogni sistema che ha preceduto questo. Come a dire dunque che sotto il sole ci sono le stesse ustioni per l’essere, uomo o donna non importa,in fondo nemmeno questo è diverso dal passato.E non è diversa la differenza che si vuole addurre per dare una carica positiva al vendersi e trovare un prezzo alla propria mercificazione, ma anche all’altrui mercantilismo e asservimento (chi vuole una
pro(i)stitu(i)ta è anch’esso una parte dello scambio e dunque mercifica il suo desiderio, si schiavizza tanto quanto l’altro che gli fornisce l’opera). Marx parla di schiavitù dei salariati.Condivido pienamente questo suo mondo di vedere, che rileva ciò che solo apparentemente sembra cambiato, ma che in realtà è rimasto immutato dentro la sostanza.
Amore? Dal primo all’ultimo movimento una caustica sequenza di necessità e un para-vento dentro parole di cui non si pratica completamente l’esegesi.A questo punto parlare di etica sarebbe come etichettare qualcosa che si dice coltivato in bio-senza logica poichè se ci fosse si comprenderebbe che è una vuota etichetta.Bio, natura-le, è solo la trasformazione che la natura mette in atto attraversando tutte le contaminazioni che l’intero pianeta vive e ridistribuisce ad ogni livello:aria, acqua, terra. Niente, nessuna particella del mappale terra è esterno al problema, tutto è tessuto in un unico drappo.Grazie,ferni
Nella critica al programma di Gotha Marx obietta ai socialdemocratici tedeschi una visione dell’economia schiacciata sulla redistribuzione del salario. Nel pensiero marxiano il valore d’uso è più importante del valore di scambio. Un base a questa distinzione possiamo porre una prima differenza tra chi lavora per accumulare reddito e chi lavora per soddisfare dei bisogni essenziali. Tra queste due categorie sociali esiste una similitudine nel momento in cui sono costrette al lavoro che compiono perchè interne a un ciclo di sfruttamento della forza lavoro. Questa non è una realtà semplicemente “molto diffusa”, è la realtà sistemica in cui noi ci troviamo a vivere. Uno spaccato di vita sociale non sarebbe veritiero se non tenesse conto di questo carattere. Irina Palm sceglie certamente il “valore d’uso” come razionale della prestazione lavorativa. In ballo non vi è un avanzamento sociale, ma la vita di una persona. Semmai, la protagonista subisce un tentativo di “regressione” sociale, visto che viene messa ai margini dalla sua società di provenienza. Si può parlare di confronto etico, a mio modo di vedere, perchè la protagonista del film è costretta a scegliere tra due strade- dignità personale da un lato, vita del nipote dall’altro. Abbiamo così l’indicazione di una preferenza tra due opzioni etiche alternative e un giudizio particolarmente duro su una società che non è capace di garantire ai propri membri dei beni essenziali di base tali da evitargli il ricatto e l’umiliazione personale. Dentro la cornice sociale indicata, il regista inserisce una storia d’amore utilizzando questa passione in modo che essa contribuisca a emancipare la protagonista del film. Il regista avrebbe potuto descrivere un mondo irenico in cui le persone non sono costrette a compiere scelte problematiche. Ma questo non sarebbe stato un atto d’onestà ed è un bene che lo abbia fatto. Oppure avrebbe potuto far fare un’altra scelta alla protagonista. E questo sarebbe stato di certo un altro film.
Nei Miserabili, quindi in un testo datato direi e in una società sofferente più della nostra, ci ritroviamo però davanti alle stesse alternative.Ma non cambia se andiamo a prendere altri testi in epoche diverse. Le alternative non cambiano, sempre le stesse fasi, sempre le stesse risorse,sempre maddalene?
Certo che ci sono altre alternative. Soprattutto se iniziamo a produrle (sia nella vita che nell’arte intendo, posto che le due cose possano essere separate).
Poichè, da qualche parte, in uno scambio recente tra noi, dici che noi siamo l’ac-cumlo di cultura e “dna”, non solo genetico, biologico, ma anche sociale, allora perchè l’arte, che potrebbe guardare attraverso qualche fessurazione del velo, qualche taglio del sistema, non offre soluzioni alternative di cui dici poco sopra? Non come merce, né come morale, solo “visione”, da cui ognuno trae quel se stesso/a che vede nel tempo che vive. Grazie per questi scambi davvero interessanti e proficui, davvero un dia-logo.ferni
cercando in rete ho trovato addirittura questo bando di concorso, relativo al mestiere antico di vendersi (lo fece anche eva, mi pare, solo per una me-la!)Lascio qui l’indirizzo per chi volesse darci un’occhiata,ancora io,ferni.
http://www.galassiaarte.it/concorsi/qui_tutto_va_a_puttane.html
A dire il vero penso che piuttosto che l’arte dovrebbe essere la politica a dare queste soluzioni alternative. Nell’arte che redime ci credo poco. E poi esistono le arti, piuttosto che l’arte. Ci potrebbe certo essere qualcuno interessato a mostrare le contraddizioni della società e il modo in cui si confrontano con le nostre scelte di vita in un modo differente. Ma resteremmo sempre sul piano delle suggestioni. L’arte indica linee di fuga, non cambia il mondo. Quello è un compito che dovrebbe spettare a “noi”.
l’arte è arte degli arti, forse anche degli artigli, anche se ritengo questo uno strumento adottato i altri ambiti o ambìti luoghi. Non potrebbe essere necessario, quanto appunto lo è, vivere, prima di ogni altra cosa? Vivere acclude delle “sostanziali” necessità che, con il tempo si perdono e con il tempo si ricercano in una specie di ciclo quasi vizioso.La politica è anch’essa arte, quella di leggere e farsi portavoce dell’uomo, non di taluni, come da sempre la storia in-segna nelle tante pagine scritte ma riassumibili in poche, sia che si tratti di est-ovest-nord o sud.Ovunque esista la specie uomo esiste l’arbibrarietà di un possesso che, in realtà, non possiede affatto ed è su quella certezza che si specula gravemente.Dunque, noi, come detto, in qualunque campo o settore, si è partecipi e portatori di voce e modalità per vivere, appunto.
Si, mi trovi d’accordo, vivere è la condizione essenziale per fare arte (sapessi quanto trovo pietosi e decadenti gli estetismi vari). Sarebbe ora di spazzarlo quel ciclo, affermando che determinate necessità sostanziali ci spettano di diritto quando veniamo al mondo – cosa che di solito non si sceglie – e nessuno ce le può togliere – cosa che ultimamente sta accadendo di sovente. Io tenderei a dire che la politica deve dialogare con l’arte, sebbene ciò non escluda che l’arte sia essenzialmente una forma di espressione “politica” (appunto perchè dipende dalla vita e da ciò che di essa noi pensiamo e diciamo, non molto diverso da una politica intesa come discorso libero sul “mondo”).
Non credo esista l’uomo, credo esistano gli uomini, non ridurrei a legge generale ciò che è tendenziale. Se è vero che ovunque esiste l’uomo esiste il possesso, è anche vero che noi possiamo esistere ovunque – o quasi – con un nuovo modo di pensare e rappresentare l’uomo, diverso da quello oggi in voga. I nostri blog, nel loro piccolo, possono lavorare per estendere queste radici orizzontali. Sperando che quel “piccolo” si espanda e che non restino isolati o intrappolati nella logica egocentrica di secondo livello, quella dei piccoli circuiti per iniziati. Che è cosa da evitare accuratamente.
A presto, Paul.
Uhm… non ho visto il film in questione, ma in tema di invidia, io direi che invidio non poco Jim Morrison che si imPALMava sia Marianne Faithfull che Nico… a volte contemporaneamente
p.s.: grassi complimenti per questo fantastico spazio cinerivelatore! Davvero, interessantissimo..
Grazie per i complimenti! Anche io lo invidio a questo punto!
Paul
Una trama inconsueta, divertente e tragica al contempo, svolta talmente bene da rendere plausibili anche le circostanze più inverosimili. Il regista ha scelto un tono soft e garbato, asciutto e secco al massimo, per raccontare una storia che in altre mani sarebbe facilmente scivolata in una pochade volgarotta e triviale.
L’ho trovato un film elegante e ironico e che ha affrontato un tema molto complesso, quale quello della mercificazione del corpo, senza fare propaganda ma raccontando una storia intelligente con intelligenza.
A presto, P.