Produzione: Usa, 1982
Regia: Ridley Scott
Interpreti: Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young
Pubblicato per la prima volta sul numero VIII della rivista di critica cinematografica “KinoKino”, il seguente articolo è stato realizzato nel febbraio 2007 in occasione del 25° dalla scomparsa di P. Dick.
Chi scrive fra pochi giorni compirà 25 anni, gli stessi che ci separano dalla prematura morte di quel creatore di universi che fu Philip Kindred Dick (16 dicembre 1928 – 2 marzo 1982). Gli appassionati che viaggiano per i cupi mondi della fantascienza avranno intuito che vado a parlare di Blade Runner, pellicola cyberpunk per antonomasia diretta da Ridley Scott nel 1982. Il film è tratto, come è noto, dal fortunato romanzo dello scrittore americano intitolato Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (Do Androids Dream of Electric Sheep?) e pubblicato nel 1968. Della pellicola, datata invece 1982, esiste anche una versione, di gran lunga più interessante, privata della voce fuori campo e arricchita da un finale emblematico.
Il protagonista è il cinico quanto schivo cacciatore di “lavori in pelle” Deckard (Harrison Ford) discendente da una lunga serie di detective che i romanzi di Raymond Chandler ben descrivono. Rachel (Sean Young) è la donna del mistero, una romantica silhouette con sottili sigarette tra le dita. La minaccia per l’umanità è rappresentata da un gruppo di replicanti che, fuggiti dalle colonie extramondo, torna in città nella speranza di sopravvivere più a lungo della “data di termine” loro imposta dalla Tyrell Corporation. Si apre così la spietata caccia di Deckard, assoldato controvoglia dalla polizia per eliminare tutti gli androidi sopravvissuti. Per loro infatti non c’è spazio nella vita reale, essi non possono convivere accanto all’uomo, loro creatore.
Lo scenario tetro e fumoso della Los Angeles del futuro, immaginata da Dick e filtrata poi da Scott nelle immagini del film, crea suggestioni noir-futuriste riprese in larga misura nella fantascienza cinematografica successiva nonché nell’animazione giapponese di fine anni Ottanta. La città è infinita, senza limiti ne confini stabiliti e l’uomo vi si smarrisce. La luce del sole raggiunge gli appartamenti, i laboratori, le case ma sempre al fine di creare intensi giochi d’ombre. Quello di Blade Runner è un sole perennemente oscurato dalla tetraggine che pervade i sudici palazzi estesi nella lunghezza di innumerevoli piani. È un tempo sempre uguale, un tempo che non muta perché il cielo non si rannuvola come nemmeno non si rasserena. Esso è specchio della condizione uomo-androide che rivela un’esistenza instabile, tesa alla fuga anche quando non vi è una stretta necessità. Il protagonista è l’uomo che inscena la paura dell’opposto, il replicante che ne è immagine perfettamente uguale nella forma e forse – ci suggerisce Dick – anche nel cuore. I ricordi innestati nella memoria di Rachel sono veramente parte di una vita vissuta pur essendo tuttavia invenzioni atte a fornire un passato al replicante. Ma siamo certi che i nostri occhi vedano ciò che osserviamo e che i nostri sensi captino ciò che accade all’esterno? Sotto la stratificata corazza di egoismo di Deckard sfioriamo i quesiti più profondi che portano a chiederci quanto e cosa di noi differenzi l’androide di Scott dagli uomini che ne auspicano la distruzione. Un essere annichilito dalle medesime paure: il Tempo che fugge, un’entità contro la quale lottare, provare a cambiare la destinazione finale. È il Tempo che manca a questo surrogato di umano che scalpita all’interno di un contenitore denominato appunto tragicamente “Tempo”. Eppure in tale scatola anche Roy Batty (Rutger Hauer) esiste, vive, ricorda, pensa. Non sapremo mai se quelle fiamme al largo dei bastioni di Orione abbiano realmente bruciato le navi da combattimento, però tutto ciò esiste nella testa del coraggioso androide. Quando la fine è imminente egli sa che i ricordi andranno perduti e, come lacrime nella pioggia, si perderanno nel tempo in avvenire. Il desiderio di vita appare più forte quando la “scadenza” sopraggiunge.
I giochi si complicano al nascere dell’amore per la dark lady e ancor di più nel momento in cui fa il suo ingresso l’Empaty di Dick, quel sentimento che si protende verso il simile non-uomo ma esclusivamente intrinseco alla natura umana. Deckard paradossalmente deve privarsene per uccidere spietatamente i fuggiaschi delle colonie, mentre Roy, Pris e gli altri se ne appropriano. Chi allora assomiglia a chi? Quale essere sviluppa la suddetta Empatia? Vi è forse una contaminazione tra specie che convivono nello stesso pianeta? Rimane difficile anche all’uomo del futuro districarsi tra le illusioni del simulacro. Eppure non possiamo continuare ad incarnare i cavernicoli che scorgono ombre nella grotta pensando che queste rappresentino la realtà là fuori. E coerentemente l’uomo di Blade Runner non si accontenta di rimanere intrappolato nel surrogato di se stesso. Il film di Ridley Scott, nel suo non tradire l’insegnamento dickiano, è più di una storia fantascientifica, è un ragionamento sull’essere umano e su quale essenza veramente lo connoti. Con le musiche di Vangelis, attraverso scenari noir decadenti e il contributo di attori sopraffini quali Ford e Hauer, Blade Runner fu a suo tempo, e lo è ancor oggi, ispiratore di innumerevoli ulteriori pellicole, aggiudicandosi il primato indiscusso di film cult. I cultori del genere ne sono praticamente certi: Dick avrebbe apprezzato.
chiarOscura
L’articolo è stato riproposto in merito all’evento “I’VE SEEN FILMS”, la prima edizione dell’International Short Film Festival promosso dall’attore Rutger Hauer. Il Festival si terrà a Milano dal 22 al 26 settembre 2008 e ospiterà tra i giurati Robert Rodriguez, Richard Gere, Ridley Scott e Paul Verhoeven. Oltre ai cortometraggi selezionati verranno riproposte diverse pellicole tra cui naturalmente anche “Blade Runner”.

pezzo programmato per l’11 luglio. Attend specificazioni come già detto attraverso e.mail. Un ottimo lavoro in questo sito! Grazie e a presto,ferni
“Il più grande cambiamento al quale assistiamo nel nostro mondo è probabilmente la quantità di moto del vivente verso la reificazione e allo stesso tempo del meccanico nell’animazione…
Un giorno forse vedremo un uomo sparare a un androide appena uscito da una fabbrica di creature artificiali della General Electricts: l’androide, con grande sorpresa dell’uomo, prenderà a sanguinare. L’androide sparerà, di rimando, e con grande sorpresa vedrà una voluta di fumo levarsi dalla pompa elettrica che si trova al posto del cuore dell’uomo. Sarà un grande momento di verità per entrambi.” Philip. k. Dick, Mutazioni.
Non stò certo qui a dire quanto abbia amato questo film fin dalla prima volta che lo vidi, lo amai così tanto che la versione senza voce fuori campo e finale “diverso” mi straniava, pur essendo quella voluta da Scott.
Pur non essendo cultore della fantascienza, sono daccordo che probabilmente Dick avrebbe apprezzato, di certo Blade Runner sconcerta, affascina e ambiguamente insinua il dubbio, che il prossimo sia un androide, che tu stesso sia un androide. Tutti dovremmo avere a casa una versione portatile del test voight-kampft (chiedo venia se è scritto sbagliato). Film Cult per eccellenza. “Lo scopo della fantascienza è svegliare il mondo sull’orlo dell’impossibile.” Theodore Sturgeon
Anche Sturgeon, oltre a Dick, a Clarke e a pochi altri, ha lasciato scritti illuminanti sul genere umano e sul concetto di “diverso”. siamo ancora mostruosamente impreparati ad accogliere l’altro. purtroppo.
Si, Sturgeon in particolare ha scritto cose incredibili e soprattutto la sua fantascienza è stanta illuminante, spazi che è possibile esplorare non con astronavi intergalattiche mostruose o super avventurieri eroici, ma a condizione che si tenti di rispettare le differenze, di non farsi chiudere il cervello da catenacci, di cercare l’empatia e soprattutto di amare, desiderare, sperare.
Sai, nel caso di Blade Runner, abbiamo androidi che finiscono per diventare più umani degli uomini che gli danno la caccia, e che vogliono poter vivere la loro vita senza avere una data di scadenza; e se anche la vediamo al rovescio, come nell’uomo bicentenario di asimov, con un processo di cyborgizzazione al rovescio che sfocia nell’estremo della decisione dell’ex robot Andrew Martin di rendersi mortale, il succo del discorso è proprio che questi autori ci hanno messo davanti agli occhi la nostra incapacità di accogliere, la nostra mancanza di empatia, la nostra ridicola paura. anni e anni fa.
Non sono “pratico” di letteratura fantascientifica e mi accorgo che deve essere una pecca. Se genera queste discussioni su temi che mi sono sempre stati così vicini è qualcosa a cui mi devo avvicinare. Il tema costante mi sembra essere quello dell’alienazione di ciò che noi riteniamo essere tipico dell’uomo – la libertà – verso forme di vita non umane che sperimentano la forza eversiva delle nostre passioni dimenticate. L’andoride si fa carico della dismisura delle passioni, ma si fa anche carico di un passato che “l’umano” vuole dimenticare. Per questo, immagino, viene annullato. L’ultimo baluardo è la memoria che va annullata. Ne abbiamo viste di cose che questi umani non possono nemmeno immaginare, in altri tempi. L’interesse di molti è che quelle cose restino appunto distrutte nell’olocausto selettivo del passato. Riusciremo a sopravvivere? Dipende da come affronteremo chi ci sta dando la caccia e anche dalla nostra capacità di diventare cacciatori e non più prede.
Paul
Anch’io non sono un gran pratico di lettura di fantascienza, ma mi ci sono un po avvicinato ultimamente rimanendo molto colpito dalla quantità di temi estremamente reali ed attuali siano stati affrontati da sottovalutati autori di questo genere fin dagli anni 50. Naturalmente lo scenario della fantascienza per sua natura si presta perfettamente a raccontare l’alienazione, la diversità, anche l’emarginazione direi. Ma non solo, la passione e perfino i più intimi sentimenti umani (La lampada del sesso, di Brian W. Aldiss), la religione (in un vecchio libretto urania del 78 appare un racconto in cui un papa pazzo di nome Benedetto XVI dalla nuova sede del Vaticano a Ginevra decide di dichiarare guerra al politico che riunendo il Mondo in un’unica nazione simile ad una futuribile Babele, in un altro racconto si presuppone la nomina di un papa robot di nome Sisto VII, ne I nostri amici di Frolix 8 di Dick un personaggio afferma “Dio è morto…hanno trovato il suo cadavere nel 2019. Galleggiava nello spazio, nei pressi di Alfa”, al che un altro replica “Hanno trovato i resti di un organismo ,igliaia di volte più progredito di noi…ed era evidente che poteva crearemondi…ma questo non diostra che fosse Dio”)…
Insomma, davvero, sapendo scegliere il 10% di ottima letteratura dal 90% di schifezze, la fantascienza è un vero mondo inesplorato da comprendere per comprendere. E la metafora, che poi può essere il simulacro, rimanda proprio alla fatidica domanda “Riusciremo a sopravvivere?”, o forse, a mio modo di vedere “Riusciremo a vivere?”…
La fortuna, nella letteratura, è spesso debritrice dei modelli egemonici (si potrebbe dire “delle mode”). Il modello egemonico del secolo passato ha posto progressivamente l’uomo al suo centro, fornendo un servizio alla psicologia. Progressivamente questa chiusura sull’uomo è stata così netta da finire con il diventare letteratura intimista, le passioni si sono sempre più ristrette per ridursi infine alla descrizione delle vite di coppia o dei”drammi” (ma quali?) generazionali. Una letteratura come quella fantascientifica che giocava con l’uomo, nel senso che lo prendeva in giro, finiva conseguentemente nel ghetto. La nostra formazione era poi figlia di quelle egemonie e dei templi che esse hanno creato. C’è stata gente costretta a farsi piacere Sartre perchè era Sartre, anche se Sartre è un autore di una noia mortale. Fortunatamente oggi la fruizione culturale è più libera, ci sono meno santoni e le forme più libere, fantasiose – che non vuol dire “irrealistiche” – in arte o vengono rivalutate o si impongono perchè più interessanti della continua regressione feticistica del romanzo classico. Questa è una delle ragioni che credo mi spingeranno in estate – i tempi imperano – ad avvicinarmi alla letteratura di fantascienza. Ma questa è innanzitutto una delle ragioni che forma il mio modo di scrivere – e di narrare – quando dismetto i panni dell’appassionato di cinema e indosso quelli dello scrittore di racconti. Ne ho le palle piene, scusate la volgarità, di decadenti, presunti nipoti di oscar wilde, nuovi esteti e melodrammatici vari, ho voglia di divertirmi e di fare ballare la gente. Per questa ragione tutto ciò che “scherza” col sacro, che ne mostra i limiti, è per me ben accetto. Forse è la volta buona che si può ragionare senza preti dai pulpiti a dirci cosa va di moda e cosa non va.
Paul.
sacralità è un luogo vuoto in cui la relazione s’instaura (ero tentata di dire installa, ma tra toro e stalla…scherzo,ma la matrice c’è comunque).Trovo che ogni idea o ideologia si sia fatta sovrana, storicamente, e continuerà a farsi tale in futuro. Dovremmo altrimenti eliminare ogni parola, perchè a mio avviso è lei (e persino la storia del VERBO lo rinforza questo prefetto perfetto)la causa prima di ogni ingrabugliato nostro porci. Più crediamo di chiarire e più bruciamo legna che arde al fuoco delle nostre immagini,non a quelle che si insediano negli altri che continuano ad essere altri, fossero anche tutti gli altri me, i miei specchi ed io per loro.Ne nasce una confusione ustionante,insomma:tutto in fu(m)mo.ciao Paul.ferni
L’ho già scritto ma lo riporto anche qui.L’articolo di chiara è uscito oggi in VDBD.saluto,f
cara chiara ti è possibile di tanto in tanto passare in VDBD? ti vengono poste domande alle quali,se vuoi e hai tempo, sarebbe bello dessi tu una risposta.Io sono solo una spo-letta- A presto,ferni
appena posso volentierissimo! grazie di nuovo ^^
[...] ebbe immensa fortuna e da lì a qualche anno andò a identificare quel genere letterario di cui Blade Runner fu diretto precursore. In tale contesto evidentemente non ancora stabile e caratterizzato [...]