Produzione: USA, 2007
Regia: Ethan e Joel Coen
Interpreti: Javier Bardem, Tommy Lee Jones, Josh Brolin, Woody Harrelson
Il titolo del film è un’affermazione ma contiene al tempo stesso più domande. Chi sono questi vecchi? Se non a loro a chi appartiene “questo Paese?”
Il termine di paragone “negativo” – ciò che non si è – si afferma sin dal principio, quello “positivo-affermativo” immediatamente dopo. Non è più un Paese per uomini fedeli alla legge, lì dove il rapporto di identificazione con la legge è sia razionalità da seguire secondo linguaggi comuni sia riferimento a una forma etica calvinista in cui le azioni finivano con l’essere lo specchio della bontà di una società. La crisi iniziale di questo mondo di solito viene fatta datare con la nascita della società di massa americana – i primi trent’anni del Novecento – in questo caso la rappresentazione mette in scena la progressione del suo cancro. A essa si oppone la razionalità del presente: agli occhi dei vecchi essa è folle e non riescono a comunicarci, parla un altro linguaggio. L’America e il suo deserto coprono uno spazio sterminato dentro cui agiscono killer psicopatici e avventurieri. Il sogno della frontiera e del self made man diviene mostra i limiti del mito e si traduce nelle pieghe di una società profondamente corrotta. Dal non essere così passiamo all’essere. Se i vecchi sono ormai prossimi a morire, il futuro di questo Paese è affidato ai suoi carnefici, che tali sono perché sostituiscono l’etica della produzione ormai tramontata con una nuova costellazione in cui i vincoli sociali vengono erosi. Tuttavia mettendo in atto una razionalità che non si mostra “felice”.
Il desiderio acquisitivo rovina chi lo asseconda: troviamo questa costante in alcuni film dei fratelli Coen (oltre al presente, si vedano Fargo e L’uomo che non c’era). Il sogno di avanzamento sociale finisce nel carcere a vita, nella sedia elettrica, nella morte violenta; i fratelli Coen mettono in scena un’apocalisse americana, descritta con eleganza. In essa il vettore della corruzione è la sacralità del denaro. E’ un’apocalisse senza via d’uscita? Per cercare una risposta interna al film, guardiamo ai personaggi.
Anton Chigurh, innanzitutto. Killer privo di umanità al punto che è l’assenza d’umanità il principio di riferimento della sua morale “rovesciata”. Un Javier Bardem luciferino, dagli occhi iniettati di sangue e che non si limita a uccidere. Gioca con le sue vittime e le rapisce nel suo carnevale di sangue. La sua assenza di razionalità, nel senso classico del termine, è assoluta: posto un fine da raggiungere utilizza mezzi non adeguati allo scopo. E’ figlio del senso di gloria, dell’assenza di ordine. Chigurh è un leone dentro una savana sociale: uccide il suo prossimo, come altri fanno nel film, ma lo fa senza riconoscergli alcun tratto umano. E’ la figura della guerra civile. Se gli americani un giorno decidessero di dichiararsi guerra a vicenda, in Chigurh troverebbero il nuovo Abraham Lincoln.
Llewellyn Moss, saldatore in pensione con l’hobby della caccia. Insegue il mito della fortuna alla frontiera. Non trova oro ma milioni di dollari in contanti. Agisce da solo senza curarsi delle conseguenze che le sue azioni avranno sulle persone che ne condividono l’esistenza (la moglie). Non avrebbe bisogno di emanciparsi dal lavoro, eppure cerca il “salto di qualità” approfittando di un reato e commettendone un altro. Vive nel deserto, la sua figura è quella del marginale: immagina di non avere Stato a controllarlo e si ritrova a doverne affrontare due, quello legale e quello illegale.
I ragazzi della frontiera: anch’essi agiscono per denaro e aiutano una persona in cambio di denaro.Tuttavia queste sono linee tendenziali prevalenti, esistono altre forme di razionalità e un residuo di un Paese al crepuscolo.
Carson Welles, Killer a pagamento, certo non una figura esemplare. Aiuta a comprendere meglio la follia di Chigurh, ma resta il tipico prodotto di un’America Wasp che crede ancora nel rapporto tra prestazione e salario, tra mezzi e fine. Non è nemmeno un Paese per lui.
La differenza che si profila è quella tra un piano in cui il rischio è calcolato e l’esercizio della violenza regolato e un altro in cui si muore o si vive giocando a testa o croce. Nella seconda America la vita vale un penny o poco meno. Nella prima qualcosa in più.
Lo sceriffo Bell e la moglie di Llewellyn. Sono le figure positive. Il primo protegge i suoi cittadini fino a dove possono le sue forze e fino a dove il suo cervello riesce a comprendere questo nuovo mondo. Ma i tempi lo hanno superato e ha perso anche il contatto con il passato da cui proviene.
La moglie è la prima, non unica, figura giovanile positiva. Rifiuta di mettere la sua vita sulla stessa bilancia di un penny. E’ giovane e potrebbe generare nuova vita. Potrebbe.
Infine i bambini, i primi a tentare di rifiutare il denaro per una prestazione obbligata quale la cura di un sofferente. Sono, in questo quadro, un elemento di speranza che spinge a non leggere il film in modo da tradurre la tendenzialità in fatalità. Ma quale è la tendenza?
La prima di America non è aliena alla seconda, pensando a difendere i suoi confini e non a discutere sé stessa ora guarda come un inferno la società che ha prodotto. Spezzata la frontiera e il suo cerchio epico chi richiuderà il confine invertendo la frattura? Lo “Stato”? La separazione tra Stati? Un’esplosione di guerre civili molecolari? Una rinascita dell’America rivoluzionaria e Jeffersoniana? Domande che guardano al futuro. Il fatto che esso possa essere remoto o prossimo resta, a sua volta, un interrogativo non risolto.
Paul Sweezy

E’ un film fortemente politico e autocritico. Chigur è tutto quello che non vorrei mai incontrare per strada, eppure là fuori esiste anche lui nel catalogo dell’umanità… e prima o poi ci si deve fare i conti. L’unica speranza che ho visto guardando questo film è rappresentata dal sogno finale dello sceriffo, tutt’altro che consolatorio, ma dannatamente vero. Anche se l’anno non è ancora terminato credo davvero sia il secondo miglior film del 2008. La tua è stata una coraggiosa scelta cinematografica ; )
Bello quel sogno, l’ho trovato rilassante e angosciante al tempo stesso. Ora vorrei leggere il libro di Cormack Macharty. Mi ci ritrovo tanto in questa visione dell’America. E’ vero, prima o poi si fanno sempre i conti con la nostra “metà oscura”, anche perchè non è una metà, non è un confine. Chigur porta alle estreme conseguenze una domanda che si poneva Edgar Allan Poe e che mi ha sempre “inquietato”: perchè l’uomo commette consapevolmente il male? Evidentemente conoscenza e bene – con buona pace di Socrate – non sono sinonimi. E soprattutto ragionare in termini di umano-disumano ormai mi fa ridere. Chigur è una faccia dell’umanità, una sua tendenza condotta a termine. Non è un termine “felice”, ma è. E di questo dobbiamo tenerne conto.
Paul.
riflettevo oggi su questo film… certo che Javier Bardem con quel taglio un po’ così…^^
Ehehhe, contribuisce a rendere il film un oggetto di culto? ^_^.
Paul.
Signora recensione.
Ma se più che il capitalismo, fosse l’utilitarismo come dottrina razionale ad essere messa in dubbio. Di fronte ad un mondo di regole, di persone che vogliono arricchirsi nel quadro di alcune regole (legali o criminali) c’è un killer che non ne segue nessuna, contro tutti. E vince. Non è la negazione del capitalismo etico, e una premonizione del turbocapitalismo selvaggio che proprio a partire da quelli anni, dall’america di Nixon inizierà ad imporsi?
Bella osservazione, soprattutto il riferimento a Nixon è davvero pertinente. La politica di disancoraggio della finanza internazionale dal dollaro, fra l’altro, è il primo passo della deregulation che segnerà l’affermazione del turbocapitalismo negli anni a venire. Ma qui non si tratterebbe di una premonizione, quanto di una descrizione coeva. Però quel turbocapitalismo è la vittoria di una tendenza e del capitalismo e dell’utilitarismo. Anche perchè non esiste un solo capitalismo e non esiste un solo utilitarismo. Quindi la sconfitta di una vecchia America penso sia presente. La vittoria di Chigur penso sia dovuta alla debolezza del contesto, potrebbe essere letta come una riflessione sul fatto che la crisi degli Stati libera delle maglie dentro cui possono introdursi da vincenti dei comportamenti di estrema violenza prima assenti. A presto.
Paul.
Dopo “Fargo” un nuovo ritratto al vetriolo della società americana da parte dei fratelli Coen.
Mentre nel film del 1996 l’accento era posto sulla stupidità della violenza contemporanea, in “Non è un paese per vecchi” l’attenzione è rivolta a una umanità che precipita in modo ineluttabile verso lo sfacelo, stanca quasi di vivere in un mondo malato e detestabile che vede la scomparsa di ogni valore etico e morale: definitivo crollo dell’american dream.
Io credo che questo film parli della balcanizzazione del sogno americano e, conseguentemente, della fine di una nazione.”Non è un paese per vecchi” mette in scena una seconda guerra civile che ha come teatro già i primi anni ‘80, contestualizzazione importante perchè fa capire la natura di lunga durata della crisi. E’ interessante notare la frequenza con cui questo tema, quello della crisi della Nazione, si rifletta in molti altri autori che ci hanno dato un’immagine disincantata dell’America nel mentre in cui, dagli anni ‘80 in poi, il mito americano, soprattutto nel nostro Paese, ha subito un’impennata. Il cinema si dimostra, in questo caso, funzione di verità più profonda dell’informazione e dell’ideologia. E certo della politica, che parla di American Dream ancora oggi con l’elezione di Barack Obama alla presidenza, quando essa sancisce, fortunatamente, il fallimento definitivo sia della strategia imperiale statunitense sia di quella superiorità storica che stava alla base dell’american dream e a sua volta si basava sul dominio di aree strategiche del mondo. Il mondo è cambiato e cambiano le sue centralità e le sue periferie, così come azioni sopravvivono alla morte del loro iniziale destino storico cambiando funzione nelle vicende della nostra specie. E questo, forse, dovrebbero spiegarlo a chi, come Veltroni,ha fatto di una visione edulcorata della centralità americana la base per un processo di rappresentazione politica che, non casualmente, inizia a mostrare radicalmente i propri limiti.
E poi dicono che il cinema è evasione
Paul
[...] un riflesso anche in altre pellicole più recenti (penso, ad esempio, a quel gioiello che è “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Cohen) ed è certo qualcosa di più complesso che la proiezione estremamente [...]