Regia: Derek Jarman
Interpreti: Leonardo Treviglio, Neil Kennedy, Barney James, Richard Warwick, Donald Dunham, Daevid Finbar, Ken Hicks, Stefano Massari, Janusz Romanov
Paese: Inghilterra (1976)
Musiche: Brian Eno
“Sebastiane” è il primo lungometraggio diretto da Derek Jarman. Di Jarman si è soliti parlare in termini tali da collocare il suo cinema sotto la costellazione della “provocazione”. Chi scrive concorda con questo giudizio ma, anche per una certa attitudine personale a cercare il fondo attraverso la superficie, non si limita ad accettarlo come se fosse una parola d’ordine.
Nel caso di Jarman, così come nel caso di “Sebastiane”, già il fatto che si parli di “provocazione” e non di “provocazioni” non rende un’idea adeguata dell’opera del regista. La provocazione è appunto multipla. Provocatoria la scelta della lingua; gli attori recitano in latino – particolare che non impedisce al film di svolgersi con una certa scorrevolezza. Provocatoria, almeno per la scena inglese degli anni ’70, la scelta di centrare un film sull’amore sessuale. A sua volta, ancora provocatoria, e credo anche molto attuale, la descrizione di questo amore omosessuale come rito di passaggio dalla divinità pagana di un Diocleziano crudele e dissoluto al Dio dei cristiani. Sarebbe, tuttavia, errato considerare l’amore omosessuale come centro della provocazione che Jarman rivolge alla società del suo tempo. E’ l’amore, prima ancora delle sue specificazioni di “genere”, il principio eversivo dell’ordine presente, ovvero il cuore della provocazione intelligente verso l’ordine della società.
L’amore si contrappone al desiderio ma senza annullarlo (semmai lo esalta). Il desiderio divenuto violenza, al contrario, nega l’amore indipendentemente dal suo “genere”. Il desiderio violento – o l’amore violento – è, infatti, all’origine dello svolgimento drammatico del film. Esso costituisce la polarità negativa cui si contrappone la poetica ricerca, da parte di Sebastiane, di un amore che sia pura bellezza divina. La sensualità delle immagini, che caratterizza il film anche nelle scene più “violente”, non elimina questo dato, al contrario lo rafforza. La bellezza divina di cui Sebastiane si innamora, rifiutando per essa gli onori della corte per trovarsi a vivere tra i maiali, è intessuta della carne del mondo. Il Dio di Sebastiane vive nelle fonti d’acqua e nei raggi del sole: è un Dio di vita la cui “assunzione” pare ancora oggi di là da venire (certo piacerebbe vedere la faccia di Ratzinger di fronte a un film così cristiano e carnale al tempo stesso).
L’intelligenza nelle provocazioni di Jarman erano-sono tali perché hanno la capacità di segnare, con la forza delle immagini – o con la loro assenza, come in “Blu” – la distanza del potere vigente da una nuova forma di potere che trova nel dono e nella comprensione un “nuovo ordine” in cui l’imposizione non determina più i rapporti umani. La violenza, tuttavia, non è mai annullata in Jarman. Si suggerisce una via per aprire una fessura nel suo tessuto, non si inganna sostenendo che essa sia oggi superata. In modo diretto la violenza segna il corpo di Sebastiane, la cui fine crudele credo sia nota a tutti i nostri lettori. In modo profetico la violenza avrebbe poi segnato Jarman e il “suo mondo” – che è anche il nostro – proprio attraverso una malattia come l’AIDS che inibiva il potenziale “eversivo” della libertà corporale. Jarman, come Sebastiane, sarebbe stato colpito da altre frecce che ne avrebbero causato un lento martirio (lì dove l’etimo del termine – che sta per testimonianza – è certo adeguato al caso).
Sebastiane rappresenta una delle due “forme” in cui il cinema di Jarman ha “scisso” il suo indirizzo. Insieme a “Caravaggio” e “Wittgenstein”, esso rientra nel ciclo delle biografie storiche. Jarman alternava a questi “ritratti” dei lavori immersi nella realtà a lui presente – sebbene secondo tratti visionari, come nel caso della sua opera più conosciuta, “Jubilee”. Tuttavia, almeno nel caso di “Sebastiane”, la contestualizzazione storica non assume affatto carattere museale. La lettura del passato non parla un linguaggio estraneo dal nostro presente e non smette di interrogarci.
Per questa ultima ragione, vorrei chiudere le mie riflessioni in modo da non farle chiudere davvero, ponendo ai nostri lettori una serie di domande. Esiste oggi una libertà d’espressione tale da consentire la rappresentazione del potere attraverso il linguaggio del corpo? Cos’è la libertà d’espressione in una società che reprime il corpo? Qual è, in una società come la nostra, il ruolo svolto dall’intimità e in che termini essa influenza il nostro modo di agire nel mondo? E’ un’intimità regressiva, quella che viviamo, oppure è essa capace di costituire un’alternativa alla riproduttività dei rapporti sociali obbligati? Possiamo comprendere il mondo – e col mondo Dio – prescindendo dalla consapevolezza del “grado” di libertà in cui vive il nostro corpo?
Sarebbe più facile dare un seguito alle domande, forse, guardando un film che merita di essere visto. Tuttavia, poiché chi scrive pensa l’arte come espressione rivelatrice della vita, è possibile che ciò che interroga chi ha visto “Sebastiane” non sia al tempo stesso estraneo a chi ancora “deve” vederlo. È un invito alla discussione e alla visione, dove l’uno non esclude l’altro.
Gregorio Sorgonà “Paul Sweezy”

Nel mio blog hai scritto “entrambi ci interessiamo di cinema”… beh, da quello che leggo, io sono un autodidatta, ma tu sei parecchi gradini oltre! hai mai pensato di inviare qualcuna delle tue recensioni ad una rivista del settore? credo che hai le carte in regola per farlo.
p.s. Sebastiane mi è piaciuto moltissimo: un film unico nel suo genere, con immagini pittoriche ed una sceneggiatura scritta in stato di grazia. a presto, ti ho linkato.
Ti ringrazio per i complimenti. Ormai molte delle nostre risposte ai commenti che ci giungono iniziano con questa frase di rito, evidentemente stiamo facendo un buon lavoro. Sentirselo dire dall’esterno è un attestato di merito probabilmente più valido. Magari un giorno saranno le riviste del settore a venire a cercare noi, senza badare alla mia pigrizia.
Concordo su Sebastiane.
Ma tu frequentavi il circolo Chaplin? Quandoi stavo a Reggio, ora ci sto meno di prima, ero un iscritto alle proiezioni, ho partecipato anche a una cineforum su kubrick. Se ci sei passato anche tu è possibile che ci si conosca.
A presto.
Comunque anche io sono un autodidatta
non ho mai frequentato il chaplin. gli abbonamenti e gli appuntamenti fissi con il grande schermo me ne fanno perdere il gusto. una volta mi sono tesserato per una rassegna al siracusa. ho visto solo una proiezione e tutte le altre le hop perse. un fallimento!
Più che altro mandano film che in altre città non sono da circolo del cinema. Il Siracusa faceva una rassegna pessima, roba per studenti d’architettura con le sciarpe multicolorate al collo. Lo Zavattini faceva bei film, una volta.
A presto.