Titolo: Les Amants réguliers
Anno: 2005
Paese: Francia
Regia: Philippe Garrel
Ogni volta che assisto alla proiezione di un film di Philippe Garrel avverto sempre più la distanza tra cinema europeo e cinema americano e più precisamente cresce un’insofferenza per quello statunitense dell’ultimo ventennio che via via mi colpisce sempre meno, con qualche apprezzabile eccezione s’intende. Leone d’Argento a Venezia 2005 (quell’anno vinse il Festival un impavido Ang Lee) Les Amants réguliers è un ritratto in bianco e nero del Sessantotto parigino.
Il protagonista è il romantico François Dervieux interpretato da Louis Garrel, il bel tenebroso di The Dreamers nonché figlio del regista. Il giovanissimo poeta non ha nessuna intenzione di svolgere il servizio militare e così viene sottoposto a processo e condannato per diserzione. Nel frattempo frequenta un gruppo di amici che si ritrovano nella casa di Antoin, giovanotto borghese della Parigi da bene che passa il tempo a fumare oppio e a organizzare feste al ritmo di This Time Tomorrow. Proprio durante una di queste feste François incontra la bella Lilie (Clotilde Hesme) e non può che innamorarsi dei sui grandi occhi scuri, scrivendo per lei poesie d’amore e passando notti insonni ad attendere il suo arrivo. La spensierata passione tra i due subisce però uno scossone quando per Lilie si presenta l’opportunità di un lavoro all’estero.
La penultima pellicola di Garrel (l’ultima è “La Frontière de l’aube”) è un racconto sull’uomo fatto di lunghi piani sequenza, dialoghi sussurrati e scomposti e inquadrature dal sapore nostalgico, ricreate sulla base di quelle realizzate per “Actua I”, un corto girato alla fine degli anni Sessanta dallo stesso regista ma andato perduto. Saremo mai “amanti regolari”? In questo film ci sono molti elementi all’insegna della regolarità: regolare è l’autorità militare, regolare è logica del lavoro che ti costringe a partire, regolare è anestetizzare i sentimenti. E tutto quello che non è regolare è proprio l’uomo che, attraverso le angosce e le insicurezze di un amore, ma anche di una vita, si rivela profondamente inadatto all’esistenza, si mostra per quello che è nella verità della propria natura. Quando Lilie fugge Oltreoceano François rimane disperato, come un bimbo senza nessun appiglio. L’instabilità che fuggiamo è “regolare”, è la quotidianità, è la prassi con cui modelliamo le nostre emozioni, e in particolare è la convenzione utilitaristica con la quale noi occidentali conviviamo – e diciamocelo anche - senza darci eccessiva pena. Da quel turbolento Maggio parigino, sembra suggerire Garrel, il fallimento della Rivoluzione ha gettato l’uomo nella cupezza della disillusione. E questo sconforto non ha certo giovato alle successive generazioni. Les Amants réguliers non è un inno al pessimismo cosmico e nemmeno un indigeribile polpettone come è stato scritto su alcuni illustri e vergognosi giornali di casa nostra. Les Amants réguliers mette in luce il vero problema che riguarda il passaggio di testimone da una generazione all’altra: “A vent’anni – come spiega lo stesso Philppe Garrel in “Il cinema, il maggio e l’utopia” – si deve lottare: a cambiare da una generazione all’altra sono le motivazioni per cui si combatte. Ciò che non si può trasmettere è la prova iniziatica attraverso cui passa una generazione. Per i nostri genitori era prendere parte alla Resistenza. (…) A noi che siamo venuti dopo, era come se spettasse il peso e l’iniziativa di questo nuovo lavoro: la rivoluzione”. La tenera sequenza del trucco del coltello in cui l’anziano e il giovane si mettono a confronto attorno a una tavola apparecchiata è l’esatta metafora di quanto sopra detto.
Considerato da molti il gemello francese di The Dreamers (2003), il film di Garrel contiene molteplici riferimenti alla pellicola di Bertolucci. A cominciare dall’interprete maschile, Louis Garrel, che si trova meravigliosamente a proprio agio nei panni del poeta maledetto. Inoltre i costumi di scena sono stati reimpiegati dal set di The Dreamers. Ma soprattutto è l’argomento che accomuna i due lavori cinematografici: entrambe le storie sono come cronache di amori perduti, e forse mai realmente posseduti, nel contesto degli eventi che caratterizzarono il Sessantotto francese. Nel corso della storia compare anche un breve scambio di battute tra Lillie e un altro giovane del gruppo durante il quale si cita Bernardo Bertolucci; attraverso un inaspettato sguardo in camera della ragazza si pronuncia il nome del regista italiano in riferimento al suo film “Prima della Rivoluzione”. Un omaggio o una critica al maestro italiano? Io propendo più per la seconda ipotesi.
La regia di Philippe Garrel è come di consueto sobria ed elegante. Sempre coraggiosa la scelta del bianco e nero e anche la lunghezza del film (3 ore!). Non ci sono sbavature, eccessi e nemmeno dimenticanze. C’è tutto ciò che serve per capire le illusioni di una generazione e il fallimento destinato a perpetuarsi nel tempo. Nel testo, a cura di Daniela Basso, allegato al dvd del film (condivido la scelta distributiva per una riflessione postuma sul Sessantotto), viene ricordata un’osservazione di Italo Calvino a proposito del Maggio francese; camminando per le strade lo scrittore percepiva un senso di liberazione e di leggerezza perché le folle erano finalmente libere e gli psicoanalisti erano rimasti con le mani in mano, senza lavoro. Oggi il lettino dello psicanalista è più affollato che mai e lo spirito di aggregazione è stato sostituito senza indugio dall’individualismo totalizzante, dal buco nero della solitudine intima.
Forse da qui dovremmo ripartire.
chiarOscura

Ripartiamo dalla fine. Deleuze e Guattari definiscono gli psicoanalisti i preti dell’inconscio. Sono preti perchè monoteisti, in questo caso. Preti di una razza di preti che spesso si trova anche nei dipartimenti di ricerca. Monoteisti, come non era nemmeno il deserto per Renan. Il monoteismo è in questo caso monocausalità delle ragioni – ovvero della ragione – che forma il nostro inconscio. Il ‘68 avrebbe potuto rompere – per qualcuno lo ha fatto – questo rapporto polarizzato, segnando l’irrompere delle moltitudini non solo nelle piazze, ma anche nella consapevolezza degli studiosi. Esistono molti dei, non un solo Dio, ragione che fa considerare gli dei al minuscolo, li deterritorializza. Ogni ritorno d’ordine coincide con un tentativo di razionalizzazione che tu dici utilitaristico. Oggi stiamo assistendo a un fenomeno simile, tuttavia è proprio su quel termine “utile” che dovremmo ragionare.
La rottura dell’ordine, nel ‘68, preludeva a un’alternativa, che era poi quella del “controllo dal basso”, di un superamento delle forme partito, ma della stessa economia “verticale”, che saldasse nella sostanza il sogno illuminista di un uomo – non di un solo uomo, bensì di tutti gli uomini – che fosse capace di creare da sè il proprio destino, fuori dallo stato di minorità imputabile prevalentemente a sè stesso (come suona rivoluzionario Kant oggi).
Era solo un sogno? Chi nell’illuminismo ha visto solo la liberazione della volontà di potenza ovvio dirà che il sogno si è spesso trasformato in incubo, molti professori di estetica, sulla scia dell’onore offeso di Adorno – e di una sua interpretazione opinabile – direbbero questo. Chi nell’illuminismo ha visto una filosofia debole perchè poco attenta alla materia di cui sono fatti i sogni – che è sempre il nostro vissuto – ha di quel periodo un’immagine differente. Parlo da questo punto di vista, che mi appartiene. Provo simpatia per il ‘68 e riconosco l’importanza che ha svolto nel liberalizzare i nostri costumi, rendendo più gentile la nostra società. Per questa ragione lo apprezzo nella sua carica disutopica, sostanziale, che molto ha ottenuto. Però dobbiamo affrontare un dato di fatto, che chi ha vissuto il ‘68, chi è stato formato dal ‘68 oggi gode di salute migliore della società per cui è sceso in piazza. Credo che questo dipenda dal fatto che a lungo andare è rimasta la carica utopica ed è svanito ciò che faceva paura al proprio avversario e lo costringeva a perdere terreno. E’ finita la sostanza, dove per sostanza intendo la volontà di sostituire il controllo dei pochi alla partecipazione dei molti nelle “sfere pubbliche” di decisione. La privatizzazione dell’economico e conseguentemente del politico è la sconfitta maggiore, perchè un progetto di liberazione viene ricacciato indietro lì dove era più complesso – e forse importante – esercitare la propria libertà.
Perchè, mi chiedo, quanto sei libero se sei libero ti vivere in una caverna sentimentale, che non è più famiglia ma è “convivenza” ma sempre caverna è, ma non sei libero realmente di decidere dentro quei rapporti di forza un tempo detti rapporti di produzione che si pensava di espellere dalla storia attraverso la tecnica. Questa utopia oggi rischia di essere scompaginata e dai limiti dovuti alle risorse e dall’evidenza che ancora oggi sono il lavoro salarato e lo sfruttamento a muovere gran parte di un mondo che il suo di ‘68 non lo ha vissuto (o ri-vissuto) mai.
Dobbiamo ripartire dalla felicità, perchè i lettini degli psicoanalisti devono svuotarsi e riempirsi i mari e le montagne, le pianure e perchè no le colline di persone che hanno tempo libero sufficiente per sentirsi liberi dal rapporto di lavoro. Ma dobbiamo ripartire anche dalla libertà nel lavoro – che quella dal lavoro non la ottieni se nel lavoro devi essere sottoposto alle scelte di pochi oligarchi. La democrazia non si può fermare alle porte dei call center o degli ipermercati.
Osservazioni politiche, si dirà. Che male c’è, aggiungo io. Osservazioni prettamente politiche che, in un appassionato e infedele lettore di Adorno quale io sono, preludono necessariamente all’arte. E sull’arte così concludo, ritornando non tanto a Garrell, quanto al cinema sul ‘68 (Garrell lo devo ancora vedere, The dreamers l’ho già visto e forse parlo influenzato da quello). Proprio nell’arte la mia impressione è che a rimanere sia solo questo privato, la rivoluzione in camera da letto o di fronte a una tela (ma ha prodotto grande arte il ‘68? Io dubito, forse ha prodotto arte più grande e corrosiva la stucchevole Belle Epoque). Che, intendiamoci, è liberazione non da poco. Ma oltre quello, mi chiedo? Abbiamo avuto un neorealismo capace di raccontarci le macerie prima della ricostruzione, ma uno sguardo alla fabbrica, a quella che era massa senza essere massa,è mancato. E’ mancato uno sguardo sugli operai calabresi che scoprivano un nuovo mondo a piazza Duomo, la sera con la gente che parlava di politica e i capannelli di socialisti e comunisti. Oppure è mancato uno sguardo sugli operai algerini catapultati a parigi da un massacro coloniale per essere trattati come scarti e che scarti, nelle fabbriche, non volevano essere. Come amavano queste persone? Cosa speravano? In cosa si sono sentite tradite? Che linguaggio creavano? E’ un silenzio che secondo me pesa. Non mi interessa l’espressione retorica delle virtù popolari. Ciò che è “popolare” spesso mi puzza di imposizione lontano un miglio. E proprio perchè queste persone smettevano di essere popolo per acqusire una coscienza individuale e collettiva al tempo stesso, che sarebbe ora di parlarne. Anche questo potrebbe essere un punto da cui partire, perchè tacere di questa storia è un’offesa alla bellezza e alla rivoluzionarietà che sanno esprimere le grandi passioni in movimento.
ciao! ho visto che sei passata da me. complimenti per la recensione: coglie bene lo spirito di un film che a tratti è talmente impalpabile e lirico da sfuggire alla ragione. mi piace vedere che c’è qualcuno che apprezza garrel, questo film è piaciuto a pochi… ma forse è meglio così
!
ps: ma accettate collaborazioni? mi piacerebbe molto scrivere un articolo per il vostro blog.
un saluto e a presto.
[...] Read the original post: Rivoluzionari senza rivoluzione – Les Amants Réguliers « APRI GLI … [...]
‘ca vacca! stavolta l’ho fatta grossa : ))
heheeh, complimenti
Ma che è sto sito?
Paul
non lo so! però stasera mi viene solo da dire che dare della “carfagna” a una puttana è un grave insulto…
No dai, per essere una bella donna un milione di euro on troppi
M’è scappata. Si concordo cone! Vado a cenare.
Paul.
[...] Benché ai piani alti sia stato detto che il giovane attore poteva ricordarlo (e, in effetti, Les amants reguliers ne era una prova) va detto che la differenza tra voler ricordare e imitare può diventare labile, e [...]
bella recensione davvero
mi è piaciuto il film.
Grazie per i complimenti : )
Hei Chiara, ma ti sono arrivate le mie ultime due mail? Ultimamente yahoo mi è impazzaito (ultimamente? direi negli ultimi due anni). Scusami se uso il nostro spazio comune per darti mie notizie. A presto.
P.
mi è arrivata la seconda mail, di quella precedente nemmeno traccia…