Regia: Eran Riklis
Interpreti: Hiam Abbass, Doron Tavory, Ali Suliman, Rona Lipaz-Michael, Tarik Kopty, Amos Lavi, Amnon Wolf, Smadar Jaaron, Danny Leshman, Hili Yalon
Paese: Israele, Germania, Francia, 2008
Sarò onesta. Sono andata a vedere questo film più che altro per la presenza di Hiam Abbass, una sorprendente attrice israeliana, classe 1960, che si è fatta notare negli ultimi anni per aver interpretato ruoli di spessore nel cinema europeo e americano. Dopo la gavetta in teatro e qualche ruolo secondario sul grande schermo, il giro di boa arriva con La sposa siriana di Eran Riklis del 2004 per poi approdare a L’ospite inatteso con McCarthy. Ma è con Lemon tree che Hiam Abbass è assoluta protagonista della storia diretta, ancora una volta, dal regista israeliano (statunitense d’adozione) Eran Riklis. La pellicola ha ricevuto il premio del pubblico a Berlino ’08 e ha valso alla Abbass il premio come miglior attrice all’Israeli Film Award per aver interpretato Salma Zidane, la coraggiosa protagonista della storia.
Il giardino di limoni narra la vicenda di una vedova palestinese, Salma appunto, a cui capita la disgrazia di un nuovo vicino di casa piuttosto scomodo: il ministro della difesa israeliano. Trasferitosi da poco con la moglie in una sfarzosa dimora che confina proprio con il giardino di limoni coltivato dell’instancabile Salma, il ministro in accordo con il servizio di sicurezza decide di abbattere gli alberi perché potrebbero causare un impedimento alla serrata sorveglianza. Il giardino è però l’unica eredità e l’unico bene di cui dispone Salma che, con coraggio e forse con un briciolo di incoscienza, è determinata a non cedere per nessuna ragione al mondo. Con l’aiuto del giovane avvocato Ziad il caso arriva davanti alla Corte suprema di Israele e darà del filo da torcere allo stuolo di legali dell’esercito appoggiati dal governo. Una modesta vedova palestinese dunque non si da per vinta di fronte al torto di un importante uomo politico tanto che l’eco dello scandalo arriva anche alla stampa e alle tv di mezzo mondo. Ma dall’altra parte della rete c’è un’altra donna che, dietro le tende ricamate e vestita di stoffe pregiate, osserva silenziosa l’ingiustizia di cui Salma è vittima. Si tratta di Mira Navon, la bella moglie del ministro che pare vivere in una fortezza di solitudine all’ombra dell’indifferenza del marito. La donna rimane profondamente scossa dagli eventi e con molta discrezione si unisce alla causa della vedova solidarizzando contro la prepotenza del consorte.
Dopo La sposa siriana Eran Riklis torna a parlare di donne e di esistenze lacerate, come metafora di una terra contesa e logorata, la Cisgiordania, territorio martoriato ancora e sempre da una situazione più che mai irrisolta tra Israele e Palestina. Tuttavia Il giardino di limoni non può definirsi un film “politico” quanto piuttosto un film che racconta, attraverso un caso particolarissimo, la condizione di molti palestinesi che negli ultimi anni hanno deciso di muovere causa allo Stato di Israele. Sarà una domanda retorica ma provo a porla comunque: quanti telegiornali e tv ne parlano o sfiorano almeno l’argomento? Definirei la pellicola di Riklis un film informativo su ciò che sta accadendo in Medio Oriente, un approfondimento interculturale che mette in luce i nuovi cambiamenti e i vecchi pregiudizi duri da abbattere. Salma è sola perché è vedova e i figli sono lontani, sembra suggerire il regista. O forse è sola perché è una donna senza protezione maschile? È indubbia la differenza che intercorre tra la protagonista e l’emancipata Mira Navon libera di agire in autonomia, però, senza voler entrare in polemica con le femministe più incallite, Salma non è la paladina del gentil sesso e non rappresenta l’eroina che si scontra con il maschilismo imperante. La vedova e la sua condizione rappresentano piuttosto l’impotenza di innumerevoli palestinesi di fronte all’esproprio di interi territori occupati e descrive la lacerante esperienza di uomini, donne, famiglie, tutti loro malgrado prigionieri di un senso di ingiustizia.
Sarò nuovamente onesta come ho iniziato: Il giardino di limoni non è un capolavoro. Ci sono infatti un paio di vuoti narrativi che rendono un po’ stereotipata la nascitura relazione tra la matura Salma e l’acerbo avvocato Ziad. Qualche piccolo (e trascurabile) errore di posa tra le scene montate. Ottima invece la fotografia diretta dallo svizzero Klausmann e l’introduzione di qualche scena comica ad alleggerire il dramma di circostanza. La magnetica espressività di Hiam Abbass – che in questa storia il regista definisce essere stata una parte di sé – merita da sola la visione del film che arriverà nelle sale italiane dal 12 dicembre. Il giardino di limoni rappresenta infine uno splendido esempio di collaborazione arabo-israeliana, segno che l’intesa non è un’utopia, a partire dal fatto che Salma è una palestinese interpretata da un’attrice nativa di Nazareth, fino ai titoli di coda della pellicola realizzati in entrambi gli idiomi.
chiarOscura

una notizia di oggi in argomento con la pellicola:
http://it.peacereporter.net/articolo/13229/Israele%2C+negato+l%27ingresso+a+Richard+Falk%2C+inviato+Onu+per+i+diritti+umani
Eh ho saputo della cosa non appena tornato a casa.
E per giunta mi si è anche smagnetizzata la scheda del telefono. Inizio a pensare che il Dio della tecnologia mi detesti.
P.
Piccola postilla. Uno Stato x segrega sul proprio territorio una popolazione “etnicamente” differente y, approfitta di una divisione al suo interno tra un gruppo moderato alfa e un gruppo estremista beta facendo tutto quello che poteva fare per fare vincere il secondo sul primo. Poi costringe alla fame parte rilevante della popolazione civile espulsa dal territorio dello Stato x che per vivere deve arruolarsi nella polizia o nella milizia del gruppo estremista beta, che ha dalla sua il sostegno degli Stati Omega ed Epsilon. Il gruppo estremista beta usa a sua volta questa popolazione civile intruppata per fame per lanciare dei missili così sgangherati contro il territorio dello Stato x che finiscono con l’ammazzare più cittadini della popolazione y che cittadini della popolazione x. Al tempo stesso lo Stato x viola la tregua semestrale stabilita con l’organizzazione beta e continua a mantenere l’embargo che affama la popolazione y. Per una strana concezione del diritto, rimasta ancorata all’idea di un formalismo giuridico che non troverebbe posto nemmeno nell’anarcocapitalismo di Robert Nozick, lo Stato x si ritiene del tutto estraneo agli attacchi della organizzazione beta e pensa bene di rispondere agli attacchi bombardando massicciamente il territorio in cui vive la popolazione y. Questi attacchi causano in due giorni 30 volte le vittime che gli attacchi dalla organizzazione beta allo Stato x avevano causato nel giro di anni.
In tutto questo le televisioni e i giornali italiani indossano a loro volta l’elmetto a difesa dello Stato d’Israele e cazzo gliene fotte che a Gaza muoiono civili, intruppati o meno. Pewr loro sono tutti terroristi. E, in effetti, essendo poveri e disoccupati per quesi bastardi del Corriere probabilmente terroristi lo sono davvero. Poi fanno intervenire i vari Abraham Yeoshua, intellettuali progressisti delle mie blatte, per dire che è una reazione inevitabile e chiedendo agli italiani “che cosa fareste se lanciassero contro Milano o Roma ben 12 mila missili” per non dire più brutalmente “per esigenze dovute all’aumento della popolazione araba residente in Israele, il nostro Stato pone le ragioni della sua sopravvivenza in una negazione costante e progressiva dei diritti civili della popolazione araba, visto che non riesce nè a sostenere le organizzazioni moderate che agiscono in territorio palestinese nè a considerare i palestinesi uomini di pari livello, nè a trovare una sponda internazionale degna dopo essersi legati anima e cuore all’amministrazione Bush che è la principale responsabile di quanto succede oggi a Gaza”. Che poi, all’estero, i giornali ste cose le dicono anche. In Italia non si può, perchè in questo bel regime chi è sporco ha sempre torto. E manco regime lo possiamo chiamare altrimenti qualche accademico della crusca in salsa pd si fa venire l’orticaria.
Qui ci resta la speranza, l’intelligenza delle cose la lascio a Abraham Yeoshua e ai suoi colleghi di cattiva coscienza.
P.
Un’opera delicata e apparentemente semplice, sincera asciutta mai retorica né manicheista e che miscela perfettamente dramma e ironia.
Hiam Abbass (giustamente premiata con l’Israeli Film Academy Award) conferma di essere una delle migliori attrici oggi in circolazione. Un volto intenso drammatico intelligente magnifico (ricorda la migliore Irene Papas) che non è facile dimenticare.
I suoi lineamenti così decisi ma allo stesso tempo femminili la rendono una delle attrici dal volto magnetico. E’ una donna stupenda per ciò che dice, che realizza, che evoca. Mi piace il tuo accostamento con la Papas. Non posso dire la stessa cosa sul fatto che il film sappia miscelare perfettamente dramma e ironia. Purtroppo ritengo che la storia pecchi di qualche vuoto narrativo soprattutto nel descrivere la relazione tra Salma e il giovane avvocato. Tuttosommato si tratta di uno dei migliori film in circolazione, girato e distribuito appena prima dei recenti attacchi ai danni dei Pelestinesi. Un cattivo presagio?
Ciao
Chiara