Regia: Michael Gondry
Sceneggiatura: Charlie Kaufman
Interpreti: Jim Carrey, Kate Winslet, Tom Wilkinson, Mark Ruffalo, Elijah Wood, Kirsten Dunst, Jane Adams, David Cross
Paese: U.S.A. (2004)
Il cinema non è semplicemente affascinato dal ruolo della memoria, è semmai quasi obbligato a trattarlo in un gioco in cui non si capisce chi è davvero a giocare o chi invece a essere giocato. La macchina da presa blocca il movimento nel modo più ferreo possibile, giacché ne prende un’immagine dinamica; lo cattura con una forza che non è concessa alla “rigidità” tecnica delle altre arti. Ma il movimento si lascia catturare come un’amante per catturare a sua volta, come la Grecia che, resa schiava dei romani, conquistò a sua volta Roma dal suo interno. La contrapposizione tra civiltà della tecnica e il mondo che ci ha “accolto” sta tutta dentro questo paradosso dell’arte occidentale, così chiaro a chi, costruendo questa forma d’arte, ha per primo compreso e oltrepassato i limiti della forma di vita più complessa che abbia mai dominato il pianeta. I temi trattati nel film di Michael Gondrye il modo in cui questi vengono resi “tecnicamente” lo inseriscono di diritto all’interno del paradosso appena mostrato.
La storia che ci viene raccontata inizia terminando e termina ritornando, non meccanicamente, al principio. Al centro tra questi due momenti si pone l’antefatto del prologo, che poi è il film stesso. I titoli di testa, infatti, vengono proiettati dopo 17 minuti esatti, sull’immagine del protagonista maschile – Joel (Jim Carrey) – che piange in macchina dopo essere stato “cancellato” dalla sua compagna – Clementine (Kate Winslet). Joel ancora non lo sa, e lo scoprirà subito dopo, ma Clementine ha deciso di rimuovere i ricordi del proprio amore passato attraverso un intervento “chirurgico”. In questo frangente il film si muove nello spazio “esterno” della società, tra la casa degli amici di Joel e la clinica che ha operato l’intervento di rimozione. Tuttavia, immediatamente dopo, la scelta improvvisa di Joel, che analogamente a Clementine decide di fare eliminare i ricordi della persona amata dalla propria testa, sposta e problematizza lo spazio in cui si realizza l’azione.
Adesso, infatti, ci spostiamo dentro la mente di Joel e nell’interazione che questa svolge con il mondo esterno; mano a mano entra nel vivo il gioco tra la civiltà della tecnica e il suo oggetto di esercizio, in questo caso la memoria di un amore, diventano più complesse anche le coordinate classiche entro cui la nostra azione di esseri dominanti si svolge. Queste coordinate classiche sono lo spazio e il tempo spazialmente definito.
Joel, sperimentando la cura, comprende di non volere davvero perdere i propri ricordi e per questo inizia una splendida fuga dentro la propria testa, seguito e talvolta abbandonato dai suoi cacciatori esterni. Il confronto adesso si fa ancora più difficile; Joel, per sfuggire, fa ricorso alle sue memorie nascoste, ritorna indietro nel tempo e ne inverte quella linearità spaziale che è poi una delle basi della nostra civiltà (cristiana). Il protagonista fugge così a un universo sociale costruito sull’induzione delle coscienze e che adesso ha operato un salto qualitativo, poiché riesce a costruirle e disfarle – le coscienze – spostando le componenti interne di una mente ridotta ad oggetto.
La fuga di Joel è una rivolta tardiva della verità sulla rimozione e della vita sul peso del peccato. I nuovi preti, anche più volgari dei precedenti, bevono birra e selezionano neuroni da resettare e sono evoluti al punto che adesso riescono anche a condurre a termine il compito per cui vengono, ovviamente, pagati. E tuttavia, quando sembrerebbe ormai realizzata la vittoria della manipolazione sulla vita, il risveglio del protagonista, ormai immemore e sanato, si conclude terminando nel principio e nell’incontro, che poi è un appuntamento reciproco fissato nella propria mente, in una stazione di periferia, tra due amanti dall’amore obliato eppure attratti da quella memoria dei corpi e del desiderio che le macchine non hanno saputo cancellare. Se l’uomo è riuscito a resettare l’esperienze, e quindi la storia dei protagonisti, nulla ha potuto con quello strato pre-istorico che non riesce a dominare e che adesso si ritorce con dolce ironia contro i due soggetti – Joel e Clementine – che si riscoprono amanti proprio grazie a quella “infinita letizia della mente candida” che avevano cercato per dimenticarsi.
Questo film così gentile, raffinato, in semplici parole bello, riesce a contenere la complessità dei temi indicati, che qui ho dovuto trattare davvero in modo estremamente sintetico, senza mai rendersi noioso o pedante. La pessima traduzione italiana del titolo originale – che è poi un verso tratto da una poesia di Alexander Pope – allontana spesso dalla visione. Un errore da pregiudizio, si dirà, ma è altrettanto vero che il pregiudizio, a volte, è anche una funzione dell’intelligenza e non va certo aiutato da una trasposizione linguistica dettata da ansia commerciale e che tanto stona, nella sua adamantina coerenza con l’irragionevolezza dei nostri tempi, una volta incollata su un’opera che verso di essi si rivela felicemente incoerente.
Gregorio Sorgonà “Paul Sweezy”
adoro questo film…così come adoro la frase che jim carrey dice all’inizio: san valentino è la festa creata dai fabbricanti di cartoline per far sentire di merda la gente…
Si, gran bel film. Su San Valentino e sulle feste comandate in genere, penso che basterebbe girarsidall’altra parte
P.
io amo tutto di questo film, anche kate, che generalmente non mi piace.
una cosa non mi è chiara (ahaha, non è una battuta). Greg quando parli di linearità spaziale alla abase della civilità cristian ti riferisci al fatto che ogni cosa ha un inizio e una fine? e che tutto si deve concludere? o che altro?
Si mi riferisco alla prospettiva escatologica della realtà cristiana che funzionalizza il tempo in prospettiva lineare rispetto a un futuro già scelto. E mi riferisco anche alla spazializzazione del tempo (e alla seguente pretesa di spiegare il mondo in ogni sua minima parte) che è una delle basi (almeno secondo me) del positivismo scientifico. Quindi mi riferisco a due fondamenti della nostra civiltà (non li rinnego) ma che con il tempo hanno iniziato a mostrare i loro limiti. A presto, Greg.
Davvero un film splendido…secondo me uno dei migliori degli ultimi 10 anni…interpreti ottimi (Jim Carrey grandissimo, ma secondo me gli ruba la scena Kate Winslet) e poi il mondo con cui Gondry “gioca” col cinema è talmente coinvolgente che non si può non rimanere coinvolti dalla bellezza e dalla dolcezza di questo film davvero unico…aggiungici poi che la storia d’amore è una storia d’amore vera, adulta (nevrotica e reale come un pò anche lo era quella narrata in Io e Annie di Woody Allen)mai patetica o strappalacrime (come lo sono quasi tutte quelle narrate oggi al cinema) e secondo me ne esce fuori il film perfetto….
Ho sempre pensato che l’arte sia sinonimo di economia dei mezzi espressivi e, conseguentemente, esercizio di stile, di raffinatezza. Da questo punto di vista il film di Gondry rappresenta davvero un esempio come pochi altri, un’opera intelligente e questo credo che dica tutto. Perfettamente d’accordo con le tue osservazioni, P.
)
(al solito, come facciamo con tutti i nostri commentatori che si occupano di cinema, se ti va ti invitiamo ad inserirci tra i tuoi contatti e noi faremo altrettanto, a presto