
Regia: Ken Russell
Interpreti: Vanessa Redgrave, Oliver Reed, Gemma Jones, Dudley Sutton, Max Adrian, Murray Melvin, Georgina Hale, Graham Armitage.
Paese: Gran Bretagna, 1971
“- … Desideri essere salvata o no? Rispondi!
- No! Io… desidero essere… posseduta! Io… lo amo!”
Era il 1971 quando Ken Russell presentò al Festival del Cinema di Venezia il suo dissacrante Devils tratto da I diavoli di Loudun, romanzo pubblicato nel 1957 da Aldous Huxley e a sua volta ispirato a fatti realmente accaduti in Francia nel XVII secolo. Ma andiamo con ordine scavando un po’ nella superstizione popolare e un po’ nella guerra dei poteri del ‘600 europeo. L’eziologia di questa tragica vicenda ha origine da un documento firmato da un vero diavolo in “persona”, – avete letto bene! – uno dei tanti che affollavano il basso ventre di Jeanne des Anges, superiora delle orsoline di Loudon. Il demone tentatore in questione si chiama Asmodeus e pare abbia posto la propria sigla su un contratto, conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi e datato 19 maggio 1629, nel quale assicura di abbandonare per sempre il corpo della monaca deforme. Il documento appartiene a una serie di prove, per così dire, “schiaccianti” che nel 1634 spedirono sul rogo Urbain Grandier, parroco di Loudon accusato di stregoneria dal barone De Laubardemont.
La complessità della storia narrata da Russell consente diverse chiavi di lettura; ne individuo tre che per immediatezza e per importanza paiono le più significative al fine di sviscerare il messaggio dell’autore ma anche allo scopo di intraprendere un percorso di onestà storica nei confronti di persone e fatti realmente esistiti. La prima racconta l’ascesa sociale e la decadenza corporea ( ma mai morale!) di Padre Grandier (Oliver Reed in una delle sue migliori interpretazioni), un prete gesuita che seduce i cuori delle vergini di Loudon. Nonostante Jeanne des Anges brami, più sessualmente che altro, la sua presenza in convento, Padre Grandier si invaghisce della dolcezza di Madeleine De Brou, una creatura pura e giusta che diventerà sua moglie. I due coniugi innamorati perseverano nel loro peccato ecclesiastico pur rimanendo ancorati all’amore spirituale per Dio a cui non intendono rinunciare. Una seconda lettura narra la vicenda parallela di Jeanne des Anges (indimenticabile Vanessa Redgrave), madre superiora del suddetto convento, creatura deforme e frustrata per la propria condizione di religiosa. Repressa sessualmente e psicologicamente instabile la giovane donna viene convinta – sotto atroci torture – di essere posseduta dal demonio e spronata ad accusare Padre Grandier di stregoneria. Rifiutata dall’avvenente sacerdote ormai sposato e sostenuta dai consigli del barone De Laubardemont, Jeanne trascinerà alla tortura anche le consorelle orsoline e al rogo Urbain Grandier. È possibile infine leggere questo capolavoro di Russell come la storia di un Cristo, se non de Il Cristo: Grandier è un uomo “nuovo”, portatore di un messaggio rivoluzionario (vedi la questione del celibato su cui si potrebbe aprire un altro capitolo), lontano dalla corruzione morale, ma considerato una spina nel fianco per i grandi poteri (Chiesa e Stato) che governano le sorti del XVII secolo. Innamorato di una Maddalena (una coincidenza?) e incapace di odiare, il prete trova la propria forza dell’atto di un sorprendente perdono per la povera suor Giovanna degli Angeli e per l’intera congiura che lo condurrà a morte certa. Non vorrei rovinare nessun finale però è doveroso sottolineare che la scena della morte/passione, accompagnata da dialoghi in crescente tensione, è una delle più belle della pellicola.
Dietro queste piccole pedine della scacchiera il Potere manovra le strategie del gioco: il cardinale Richilieu con l’intenzione di risolvere la questione dei Protestanti tesse la tela delle convenzioni con il re Luigi XIII dipinto come un omosessuale misogino. Le scenografie di Derek Jarman, ispirate a Metropolis di Lang, che creano un’atmosfera surreale e stilizzata, si pongono volutamente in contrasto con la pomposità degli abiti sfarzosi e barocchi del monarca. La scelta del trucco marcato sui volti delle dame o dei morti colpiti dalla peste richiama uno stile espressionista e a tratti sembra ricordare anche le tradizionali maschere veneziane.
Uscito in Italia nel ’72 (anni cupi per la censura che pochi mesi più tardi avrebbe colpito anche Ultimo tango a Parigi) e accusato di essere la pietra dello scandalo I diavoli costò il posto al milanesissimo Giovanni Roboni che lo elogiò tra le pagine del cattolico Avvenire, ma rese la vita difficile anche ai due grandiosi attori protagonisti, Reed e la Redgrave, a cui venne vietato di mettere piede nel Bel Paese pena il carcere. Quarant’anni dopo la Warner Bros ancora non ha distribuito in dvd la versione integrale del film. Se può interessare a questo link: http://www.petitiononline.com/Grandier/ trovate una petizione che ne richiede l’uscita.
Guardate questo film e amatelo. Quest’opera di Russell è una sconcertante parabola senza tempo che spiega quanto le facce oscure del Potere siano legittimate – come accadeva nel Medioevo, nel Rinascimento e come accade ancor oggi sotto il nostro naso) dall’abissale ignoranza degli uomini tutti.
L’unico vero posseduto è colui che ama.
chiarOscura
“I diavoli” è un film che amo. La mia chiave di lettura, forse riflettendo influenze foucaltiane, è quella di un’opera costruita secondo precise antinomie tutte caratterizzate da un senso comune di fondo, ossia la contrapposizione tra il verticalismo del potere centrale e la resistenza “orizzontale” delle periferie. L’assolutismo regio, che fin dal suo primo esperimento condotto dall’Inquisizione cattolica tra il XIV e il XVI secolo rappresenta il primo modello totalitario di consolidamento del potere, rappresenta qui il termine di paragone negativo cui si contrappone la libertà (a volte ridondante, “irrazionale” anche nelle forme deformi dei suoi interpreti) del locale. “I diavoli” è quindi una radicale critica del potere, scritta dalla parte della passione e della libertà che non ne canta affatto la vittoria, ma invita anzi a rifletterne sui limiti e le debolezze. Un’opera straordinariamente intelligente, elegante, radicalmente contemporanea per i temi che tratta. tra tutte le scene la mia preferita è quella della caccia all’eretico che ha una potenza espressiva della volgarità della violenza incomparabilmente superiore a tanti film che usano il patetismo della violenza per fare successo al botteghino.
A presto, P.
E buone vacanze! ^_^
Mi ha fatto davvero venir voglia di vederlo…grazie per questa bella recensione!!!
Luce blogger di vita da stRagista
Ricordo che quando uscì fu un vero choc. Un’opera geniale di grandissima attualità.
A dire il vero non immaginavo, nè sapevo, che alla sua uscita questo film causò così tante polemiche. Visto con gli occhi del presente non riesco a vederlo come un “film scandalo” nel senso classico del termine – e questo ci dovrebbe fare capire come la rivoluzione dei costumi successiva al ‘68 abbia cambiato il nostro modo di percepire la “pornografia” che è categoria fondaentale per capire la modernità. Ciò che oggi resta di “inquietante” nel film è la sua struttura, la sua intelligenza più che il modo in cui essa viene percepita da una società bigotta. E forse per questa ragione oggi lo si può apprezzare ancora meglio. A presto, G.
cosa c’entra la rivoluzione dei costumi? non ha certo fatto scandalo per le nudità o la pornografia, come la chiami tu. fa anzitutto un’accusa pesante e diretta alla chiesa del tempo, a coloro che erano al potere. è sconvolgente anche solo pensare che sia esistito davvero un periodo storico in cui esisteva la tortura come strumento di persuasione, in cui la morte era teatro di piazza!!