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	<title>APRI GLI OCCHI</title>
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	<description>&#34;Il cinema è la verità a 24 fotogrammi per secondo&#34; (J.L.G.)</description>
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		<title>APRI GLI OCCHI</title>
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		<title>La Comunidad – Breve dissertazione sulle psicosi collettive</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 17:27:41 +0000</pubDate>
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Regia: Álex de la Iglesia
Interpreti: Carmen Maura, Eduardo Antuña, María Asquerino, Jesús Bonilla, Marta Fernández Muro, Paca Gabaldón, Ane Gabarain, Sancho Gracia, Emilio Gutiérrez Caba, Kiti Manver.
Paese: Spagna (2000)
Pluripremiato dalle giurie di diversi Festival spagnoli soprattutto grazie, ma non solo, alla bravura indiscussa di Carmen Maura, la pellicola dello Álex de la Iglesia è un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=controreazioni.wordpress.com&blog=3983992&post=732&subd=controreazioni&ref=&feed=1" />]]></description>
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<p>Regia: Álex de la Iglesia</p>
<p>Interpreti: Carmen Maura, Eduardo Antuña, María Asquerino, Jesús Bonilla, Marta Fernández Muro, Paca Gabaldón, Ane Gabarain, Sancho Gracia, Emilio Gutiérrez Caba, Kiti Manver.</p>
<p>Paese: Spagna (2000)</p>
<p style="text-align:justify;">Pluripremiato dalle giurie di diversi Festival spagnoli soprattutto grazie, ma non solo, alla bravura indiscussa di Carmen Maura, la pellicola dello <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/%C3%81lex_de_la_Iglesia">Álex de la Iglesia</a> è un thriller realizzato in chiave grottesca e considerato da molti una vera e propria commedia. Uscito nelle sale nel 2000 <strong>La Comunidad</strong><strong> </strong>è stato sottotitolato “Intrigo all&#8217;ultimo piano” e ricorda sotto molti aspetti <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/L%27inquilino_del_terzo_piano">L’inquilino del terzo piano</a></strong> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Roman_Pola%C5%84ski">Roman Polanski</a>, ma vi si trovano riferimenti anche di altri stili di regia nonché influenze di thriller e gialli non necessariamente spagnoli. La storia della Comunità di de la Iglesia ha inizio con il ritrovamento del cadavere, in avanzato stato di decomposizione, di un anziano signore che abitava l’appartamento dell’ultimo piano di uno stabile cittadino. Al piano inferiore si stabilisce Julia (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Carmen_Maura">Carmen Maura</a>), un’avvenente quarantenne che lavora per un’agenzia immobiliare e che, nel tentativo di vendere il lussuoso appartamento, scopre casualmente un’infiltrazione al soffitto. Dopo l’intervento dei vigili del fuoco e la rimozione del cadavere, si sparge tra gli inquilini del palazzo una strana agitazione che diverrà una vera guerra nei confronti della nuova arrivata, specialmente dopo che Julia avrà scoperto lo strano tesoro del vecchio deceduto.</p>
<p style="text-align:justify;">La comunità di Álex de la Iglesia è costituita da singoli elementi, tutti quanti più meno ben caratterizzati, che si rivelano mossi da profondo egoismo e che fingono di perseguire il bene collettivo. Lo scopo finale di ognuno di essi è di godere del tesoro ambito per anni in perfetta solitudine e, pensando di sfruttare l’ingenuità del prossimo, approfittano dell’invidia di tutti gli inquilini del palazzo. Coesi contro l’ultima arrivata, gli inquilini si mostrano dapprima accoglienti e calorosi per poi divenire astiosi come i vicini di casa di uno sfortunato Trelkovski qualsiasi. Il regista coglie bene le ambiguità dei condomini e ne amplifica le loro inquietanti esistenze attraverso i pettegolezzi, i volti truccati, le tacite invidie, fino ad arrivare a un incidente/omidicio di uno di loro (breve omaggio a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dario_Argento">Dario Argento</a>). I dubbi di Julia – e dello spettatore &#8211; divengono certezze e la donna comprende di essere in pericolo. La protagonista è un personaggio pragmatico e coraggioso e, forse a prima vista, anche senza scrupoli ma si renderà presto conto di quanto sia realmente <em>diversa </em>dal resto della comunità. Attraverso piccoli inserti comici (passando per le divertenti citazioni di <strong>Star Wars</strong> e del mondo del fumetto di cui l’autore è un fan) traspare un cinismo disumano simile al delizioso <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Shallow_Grave">Shallow Grave</a></strong> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Danny_Boyle">Danny Boyle</a> con musiche vivaci alternate a zone di inquietudine. La colonna sonora è stata composta da Roque Baños, celebre per la somiglianza con Bernard Herrmann, compositore, questi, delle musiche dei film hitchcockiani. E l’influenza del “maestro del brivido” è senz’altro la più significativa ed è presente più o meno ovunque nella pellicola: dall’impianto della storia al modo di girare alcune scene, dai titoli introduttivi alla scelta di una protagonista bionda e filiforme.  </p>
<p style="text-align:justify;">Il set personalmente mi ha ricordato <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/REC_(film)">Rec</a></strong>, un horror spagnolo recentissimo e girato nell’interno di un palazzo molto simile a quello della <strong>Comunidad</strong>: poca luce, incuria delle scale, porte in legno scuro e dal gusto estetico anticato. Per una questione temporale è più probabile che i registi di<strong> Rec</strong> si siano rifatti (forse) a Álex de la Iglesia. L’intro del film mi è parsa davvero efficace e rappresenta una bella metafora che racchiude l’intero significato del racconto: un gatto si ciba incurante delle carni in putrefazione del proprio padrone. Non è forse una sublime evocazione del cinismo?  <strong>La Comunidad</strong>, oltre che un omaggio al giallo di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Hitchcock">Hitchcock</a> e al suo modo autoriale di fare Cinema (prendendosi così poco sul serio…), è un’interessante dissertazione sulle psicosi collettive che investono i gruppi di persone. Nulla di geniale certamente ma nemmeno da buttare per chi vuole godersi una discreta serata cinematografica rispolverando i cardini di uno dei padri del Cinema moderno.</p>
<p>chiarOscura</p>
<p><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://controreazioni.wordpress.com/2009/11/08/la-comunidad-%e2%80%93-breve-dissertazione-sulle-psicosi-collettive/"><img src="http://img.youtube.com/vi/q2Q_MvoVDP4/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
Posted in commedia nera, Da recuperare anche se introvabile, giallo Tagged: Álex de la Iglesia, Carmen Maura), cinema spagnolo, Danny Boyle, Dario Argento, Guerre stellari, Hitchcock, la Comunidad, Piccoli omicidi tra amici, psicosi, Rec, Roman Polanski, Roque Baños, Shallow Grave, Spagna, Star Wars, Trelkovski <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/controreazioni.wordpress.com/732/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/controreazioni.wordpress.com/732/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/controreazioni.wordpress.com/732/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/controreazioni.wordpress.com/732/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/controreazioni.wordpress.com/732/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/controreazioni.wordpress.com/732/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/controreazioni.wordpress.com/732/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/controreazioni.wordpress.com/732/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/controreazioni.wordpress.com/732/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/controreazioni.wordpress.com/732/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=controreazioni.wordpress.com&blog=3983992&post=732&subd=controreazioni&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>La grande abbuffata &#8211; All&#8217;alba il crepuscolo</title>
		<link>http://controreazioni.wordpress.com/2009/10/28/726/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 18:16:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>controreazioni</dc:creator>
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Regia: Marco Ferreri
Interpreti: Andrea Ferreol, Marcello Mastroianni, Philippe Noiret, Michel Piccoli, Ugo Tognazzi
Paese: Francia – Spagna – Italia (1973)
Nelle età passate, prima che delle feste si perdesse il senso e il radicamento nell’ordine sociale, il carnevale costituiva una inversione dei ruoli gerarchici dentro una società in cui la disciplina dei ruoli corrispondeva spesso alla differente [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=controreazioni.wordpress.com&blog=3983992&post=726&subd=controreazioni&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><img class="alignnone" src="http://1.bp.blogspot.com/_wTjzOQlUKyE/SPZtVgKeFUI/AAAAAAAAAOc/Zs32LP2jgN8/s400/la%252520grande%252520abbuffata_jpg.jpg" alt="" width="400" height="285" /><br />
Regia: Marco Ferreri</p>
<p style="text-align:justify;">Interpreti: Andrea Ferreol, Marcello Mastroianni, Philippe Noiret, Michel Piccoli, Ugo Tognazzi</p>
<p style="text-align:justify;">Paese: Francia – Spagna – Italia (1973)</p>
<p style="text-align:justify;">Nelle età passate, prima che delle feste si perdesse il senso e il radicamento nell’ordine sociale, il carnevale costituiva una inversione dei ruoli gerarchici dentro una società in cui la disciplina dei ruoli corrispondeva spesso alla differente disponibilità del cibo. E il carnevale, non fino a molto tempo fa anche qui in Italia, era appunto una grande abbuffata in cui, soprattutto nei villaggi, i poveri, o gli ex poveri passati attraverso il miracolo economico, trascorrevano un’intera giornata mangiando. Lo stesso corpo di Carnevale nel mio paese di nascita, ed è questo uno dei miei ricordi d’infanzia più nitidi, era composto da dolci e salsicce che venivano lanciati alla folla al termine di una rappresentazione “sacra” e dissacrante al tempo stesso. Il cibo svolgeva una funzione salvifica e il suo accaparramento, la sua ingurgitazione fino al vomito, sprecava un giorno per salvare i secoli. L’opera culto di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Ferreri">Ferreri</a> è, al contrario, un carnevale privato di ogni funzione salvifica, senza Re o redentori, che coinvolge, in una progressione pantoclastica, i suoi protagonisti fino alla loro estinzione. L’inversione radicale, anarchica e per questo privata di ogni intenzione restauratrice, è la cifra attraverso cui questo film va letto per mantenerne intatto il significato radicale.</p>
<p style="text-align:justify;">Lo schema di Ferreri è quello di mettere in scena per demolire, coinvolgendo nella sua decostruzione dei ruoli tanto le maschere del presente – i ruoli sociali che gli attori rappresentano nel film – tanto la stessa figura della maschera e dell’attore. <a href="http://controreazioni.wordpress.com/?s=marcello+mastroianni">Mastroianni</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Michel_Piccoli">Piccoli</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ugo_Tognazzi">Tognazzi</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Philippe_Noiret">Noiret</a> nel film, non casualmente, mantengono i loro nomi propri e, soprattutto nel caso di Mastroianni, interpretano “caratteri” che suonano come l’esatta antitesi del “mito” che ognuno di loro si è costruito nella vita reale. Il grande seduttore diventa così un procacciatore di puttane, l’attore comico la più compiuta maschera drammatica, l’elegante Piccoli un produttore televisivo che soffre di aerofagia, l’eterno bambino Noiret un giudice in perenne e grottesca ricerca di una figura materna al cui seno attingere. Fatta eccezione per la forse eccessiva banalità del personaggio di Mastroianni, il gioco delle inversioni è perfetto e mette in luce il talento e la versatilità di un attore immenso come Ugo Tognazzi.</p>
<p style="text-align:justify;">Attraverso questa inversione l’irriverenza di Ferreri si riversa contro lo stesso mezzo che l’artista utilizza al fine di metterne in evidenza e di irriderne la funzionalità a un sistema sociale qui impietosamente descritto. L’esatta corrispondenza di questa decostruzione la troviamo, poi, nella figura di Andrea Ferreol, grassa maestra elementare che elimina poco alla volta le ben più ordinate puttane “invitate” alla festa da Marcello (Mastroianni) e assiste al suicidio dei protagonisti accompagnandoli sia come madre che come amante. Un ruolo non casualmente doppio, quello della Ferreol, perché da un lato rappresenta l’elemento amorale che rispetta la libertà dei protagonisti anche in questa sua manifestazione estrema, ma dall’altro incarna la sanzione materna all’irragionevole assenza di limite della società borghese.</p>
<p style="text-align:justify;">L’amoralità di Andrea dà dignità al personaggio, all’interno di un quadro grottesco che annulla la dignità degli altri protagonisti, ma la sua condiscendenza verso un suicidio metaforico di una società morta d’ingordigia, è d’altra parte il sintomo di una demolizione della figura sociale per eccellenza del mondo borghese, quella della madre. La madre è così il principio che precede alla dissoluzione piuttosto che alla generazione.</p>
<p style="text-align:justify;">Infine lo spazio in cui si svolge il film, la Parigi degli anni ’70, costituisce l’ultima inversione, dal momento che Ferreri confina i suoi protagonisti e il loro crepuscolo dentro la città che più di ogni altra negli anni precedenti aveva rappresentato il simbolo della contestazione. Il regista va appunto a scovare, dentro la città, una isolata villa di campagna in cui si perde del tutto ogni rapporto tra l’uomo e quel mondo che il maggio francese pretendeva di rivoluzionare. In questo crepuscolo dove tutto ciò che appare si rivela la contrapposizione di sé, dominano infine tranci di carne senza padroni appesi a dei magri alberi come quadri finali di una civiltà che ha perso.</p>
<p style="text-align:justify;">Gregorio Sorgonà</p>
<p style="text-align:justify;"> <span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://controreazioni.wordpress.com/2009/10/28/726/"><img src="http://img.youtube.com/vi/093V7nt2e4I/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
Posted in Cult, D'autore Tagged: Andrea Ferreol, carnevale, cinema italiano, contestazione, Marcello Mastroianni, Marco Ferreri, Michel Piccoli, Parigi, Philippe Noiret, Ugo Tognazzi <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/controreazioni.wordpress.com/726/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/controreazioni.wordpress.com/726/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/controreazioni.wordpress.com/726/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/controreazioni.wordpress.com/726/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/controreazioni.wordpress.com/726/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/controreazioni.wordpress.com/726/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/controreazioni.wordpress.com/726/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/controreazioni.wordpress.com/726/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/controreazioni.wordpress.com/726/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/controreazioni.wordpress.com/726/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=controreazioni.wordpress.com&blog=3983992&post=726&subd=controreazioni&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>La città di Dio &#8211; City of God &#8211; Cidade de Deus &#8211; Storia di una favela</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 12:35:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>controreazioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cult]]></category>
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		<description><![CDATA[

Regia: Fernando Meirelles
Fotografia: Cesar Charlone
Interpreti: Alexandre Rodrigues, Leandro Firmino, Phellipe Haagensen, Douglas Silva, Jonathan Haagensen, Matheus Nachtergaele, Seu Jorge, Alice Braga, Roberta Rodrigues.
Paese: Brasile 2002
Nella città di Dio le storie dei suoi abitanti sono traiettorie imprevedibili e veloci che si incontrano, si scontrano, si amano, si uccidono, si tradiscono e si ritrovano con la frenesia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=controreazioni.wordpress.com&blog=3983992&post=711&subd=controreazioni&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignnone" src="http://3.bp.blogspot.com/_F2ztiXFmm_M/SSHK8hXtKYI/AAAAAAAAAU0/vB35opBL_7M/s400/city-of-god%5B1%5D.jpg" alt="" width="400" height="223" /></p>
<div><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;"></span></div>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Regia: Fernando Meirelles</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Fotografia: Cesar Charlone</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Interpreti: Alexandre Rodrigues, Leandro Firmino, Phellipe Haagensen, Douglas Silva, Jonathan Haagensen, Matheus Nachtergaele, Seu Jorge, Alice Braga, Roberta Rodrigues.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Paese: Brasile 2002</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Nella città di Dio le storie dei suoi abitanti sono traiettorie imprevedibili e veloci che si incontrano, si scontrano, si amano, si uccidono, si tradiscono e si ritrovano con la frenesia dei corpi più giovani. Dietro questo intreccio si staglia la Favela, che nasce tra le case a un piano degli anni ’60 e i campi sterrati di un’assolata Rio de Janeiro e cresce insieme ai suoi protagonisti, come un labirinto di lamiere e cunicoli che hanno perso l’innocenza dei criminali romantici. </span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Lo sguardo di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=ldXQR8A36MY">Meirelles</a> segue questa evoluzione e la riproduce adattando a ogni fase la sua velocità di esecuzione. La favela degli anni ’70, dove domina il narcotrafficante Ze Pequeno, è veloce come il ritmo di un mitra, si muove con il passo accelerato di un film d’azione ma ha anche un carattere orgiastico, confusionario dove non è possibile comprendere fino in fondo quali siano i ruoli dei protagonisti in campo. Al centro di questo intreccio imprevedibile si trova Buscapè, un giovane fotografo cresciuto anch’esso nella città di Dio e che, tra i vari protagonisti della storia, è uno dei pochi che ha sempre pensato prima alla propria sopravvivenza e poi al desiderio di gloria. Da questo punto di vista Buscapè è l’esatto contrario di Ze Pequeno, che la sua vita la mette sul piatto già da bambino mischiando il desiderio di ricchezza con una ben più incontrollabile volontà di potenza e dominio sulla favela. È proprio questo desiderio di gloria a rompere gli equilibri nel narcotraffico, a scatenare la guerra e a coinvolgere, suo malgrado, Buscapè in uno scontro che aveva sempre evitato.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Ma tutti i protagonisti della vicenda sono coinvolti loro malgrado nella storia di questa favela che sembra nutrirsi delle vite dei suoi stessi abitanti. Suo malgrado vi resta coinvolto Manè Galinha, giovane esperto di arti marziali e tiratore scelto, che Ze Pequeno sceglie come vittima sacrificale per legittimare il suo potere scatenando la guerra; loro malgrado vi restano coinvolti Cabeleira, Manreco, Benè e tutti gli altri protagonisti della vicenda che crescono tra il nulla e l’aspirazione negata al benessere. Tra i criminali descritti nel film di Meirelles non è dato trovare dei personaggi negativi a tutto tondo. Lo stesso Ze Pequeno, che fin da piccolo ama uccidere per il gusto di uccidere e ordina senza nemmeno pensarci l’omicidio di un bambino di strada colpevole di aver rubato del pane nella “sua” favela, ha dei momenti di umanità che probabilmente costituiscono anche il suo punto debole. E nemmeno la favela è in sé “moralmente riprovevole”, costituendo solo un appendice di scelte operate al di fuori dei suoi confini. </span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Se c’è un personaggio negativo a tutto tondo questo va cercato semmai nella polizia e nello Stato brasiliano, che, infatti, non viene mai descritto facendo ricorso a quella frenesia delle immagini caratteristica della rappresentazione della vita dei banditi. I rappresentanti di questo ordine sono dei poliziotti che forse si sbaglierebbe a definire “corrotti”, dal momento che la corruzione è sempre distacco da una norma mentre qui la norma indicata è proprio la corruzione e la violenza verso il diritto. Quando Meirelles riprende le azioni dei poliziotti la velocità si arresta in base alla loro corruzione, come se dietro questa flemma nel commettere crimini pur portando una divisa addosso si volesse rappresentare la linearità con cui quelle azioni vengono compiute. In questa fase i poliziotti dominano sulla favela e sono i responsabili diretti, in quanto esecutori di un mandato, della condizione in cui i suoi abitanti sono costretti a vivere.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">“La citta di Dio” va quindi letta su più piani poiché costituisce, al tempo stesso, un’opera di denuncia sociale e un’espressione narrativa che sulla struttura dei racconti incrociati basa il suo svolgimento drammatico. Questo film, inoltre, va messo in comparazione con il successivo “Tropa de elitè”, di <a href="http://pt.wikipedia.org/wiki/Jos%C3%A9_Padilha">José Padilha</a>, opera in cui il ruolo dei personaggi è ben più sfumato e il giudizio più negativo sembra essere rivolto non tanto alle forze militari quanto a quegli elementi borghesi che vorrebbero cambiare la favela scendendo a patti con i narcotrafficanti. Ed è un’opera che va letta in comparazione anche con il molto meno riuscito “<a href="http://controreazioni.wordpress.com/2008/11/16/the-constant-gardener-una-plausibile-finzione/">The Constant Gardner</a>”, sempre di Meirelles, con cui “La città di Dio” condivide solo l’essere stati tratti entrambi da un romanzo, per comprendere quanto sia difficile raccontare realtà apparentemente simili, come quelle del “Terzo Mondo”, e che invece presentano una complessità tale da rendere improbo il tentativo di fornire uno sguardo universale.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Gregorio Sorgonà</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"> <span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://controreazioni.wordpress.com/2009/10/18/la-citta-di-dio-storia-di-una-favela/"><img src="http://img.youtube.com/vi/ng9q5-xkNmE/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
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		<title>Il grande sogno &#8211; La banalità al potere</title>
		<link>http://controreazioni.wordpress.com/2009/09/17/il-grande-sogno-la-banalita-al-potere/</link>
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		<pubDate>Thu, 17 Sep 2009 10:09:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>controreazioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Se proprio non hai niente da fare...]]></category>
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Regia: Michele Placido
Interpreti: Luca Argentero, Jasmine Trinca, Riccardo Scamarcio, Massimo Popolizio.
Paese: Italia 2009
Per giudicare “Il grande sogno” – l’ultima “fatica” di Michele Placido – basterebbe ascoltare l’insulsa canzoncina finale, credo cantata dalla figlia Violante, prestando attenzione alle parole e al ritmo. Il testo è un susseguirsi di ovvietà ammantate di nostalgia e melensa retorica che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=controreazioni.wordpress.com&blog=3983992&post=702&subd=controreazioni&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:14pt;"><img class="alignnone" src="http://images.alice.it/sg/spettacolouni/upload/il-/il-grande-sogno.jpg" alt="" width="450" height="287" />Regia: Michele Placido</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Interpreti: Luca Argentero, Jasmine Trinca, Riccardo Scamarcio, Massimo Popolizio.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Paese: Italia 2009</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Per giudicare “Il grande sogno” – l’ultima “fatica” di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Placido">Michele Placido</a> – basterebbe ascoltare l’insulsa canzoncina finale, credo cantata dalla figlia Violante, prestando attenzione alle parole e al ritmo. Il testo è un susseguirsi di ovvietà ammantate di nostalgia e melensa retorica che quasi ti viene da chiederti se il ’68 sia stato davvero un tentativo fallito di rivoluzione oppure l’ennesimo esempio di vacuo ribellismo italiano. </span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Chi scrive, nonostante la corrività dell’analisi storica dei tempi a me contemporanei, ha sempre avuto ben pochi dubbi nella catalogazione di quello che venne definito “l’anno dei miracoli” tra le rivoluzioni fallite, ossia tra le non rivoluzioni, che tuttavia hanno cambiato, in meglio, il nostro modo di vivere al mondo. Tuttavia, questa assodata certezza vacilla, e tanto, di fronte a un’opera che vuole apparire di testimonianza e risulta essere, infine, testimone di un residualismo e di una provincialità tutte italiane che certo, all’occhio di chi tra le varie passioni annovera anche quella dello studio della storia, non possono che richiamare una lunga tradizione di subalternità intellettuale evidentemente non scalfita dalla contestazione, par exellence, delle tradizioni.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Nel tentativo di rappresentare gli eventi della grande storia insieme ai tracciati individuali dei protagonisti del film, il regista non riesce a raggiungere alcun equilibrio. Il risultato è quello di un’opera troppo schiacciata sulle vicende individuali dei protagonisti, malamente costellata di immagini “d’epoca” usate e abusate, giustapposizione forzata tra due livelli che la volontà vorrebbe comuni e che i “fatti” vedono semplicemente scollegata. </span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Quello di Placido non è un film ma una lettera scritta male ai personaggi che hanno segnato la sua esperienza post-adolescenziale. La stessa scelta degli attori, quelle piccole icone dell’altrettanto piccolo star system italiano che rispondono ai nomi di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luca_Argentero">Luca Argentero</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Riccardo_Scamarcio">Riccardo Scamarcio</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jasmine_Trinca">Jasmine Trinca</a>, tradisce la superficialità nell’approccio a un tema così complesso. La scelta del gruppo attoriale non è particolare da poco, perché gli interpreti non sono certo elementi neutri nei film costituendone, anzi, quella visibilità immediata in cui assenza il film nemmeno ci sarebbe. E quale viso prende un film sul ’68 che affida la propria espressione a un prodotto del “Grande Fratello”, a un interprete di asessuate pornografie adolescenziali in salsa Moccia e al prezzemolo Trinca che sta su tutto senza dare sapore a niente?</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Questo ’68 ha il viso perennemente imberbe dei figli di papà e dei buoni ragazzi della provincia meridionale, che sono diventati attori in alternativa a una carriera da modelli o da centravanti del Fidelis Andria, ha l’aspetto insignificante della barba posticcia sul mento di Argentero, ha le fattezze della bonomia urtante di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Massimo_Popolizio">Massimo Popolizio</a>. Il film di Placido  finisce per non fare paura a nessuno, non trascina nemmeno nei suoi momenti di impatto drammatico, come le vicende di <a href="http://www.flickr.com/photos/31097008@N05/3077456578/">Avola</a> che meriterebbero ben altro spazio nella nostra produzione artistica se questa si ricordasse di guardare qualche volta oltre il proprio ombellico, è un palese e contraddittorio invito alla rassegnazione e all’antagonismo individuale.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Eppure le questioni trattate erano di importanza primaria; l’emigrazione meridionale, l’antagonismo visto dall’altra parte della barricata, quella delle forze dell’ordine, le lotte sociali e quelle studentesche, l’emancipazione dei costumi e il conflitto dentro la famiglia cattolica. Tutti temi decisivi della nostra storia recente e che non sono mai stati trattati adeguatamente da un cinema vigliacco e barbaro che ha lasciato a un regista assolutamente privo di talento, come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nanni_Moretti">Nanni Moretti</a>, il ruolo di descrivere, malissimo, gli anni più complessi e drammatici dell’Italia repubblicana, e che, una volta trattati come in questo caso, hanno preso l’inconfondibile e odioso tono del melodramma.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Infine non può passare sotto silenzio la scelta della casa di produzione, la Medusa di Silvio Berlusconi, né <a href="http://www.filmzone.it/video/michele-placido-litiga-con-una-giornalista-alla-conferenza-stampa-de-il-grande-sogno-a-venezia.html">l\&#8217;atteggiamento isterico di Placido</a>, alla recente mostra di Venezia, che, di fronte a una domanda in proposito di una giornalista spagnola, ha tirato fuori un capolavoro di ristrettezza mentale, dispensando urla e insulti decisamente fuori luogo, a chi, di mestiere, le domande scomode dovrebbe sempre farle (ma forse l’atteggiamento del produttore è passato a quello del regista, senza un’analoga denuncia da parte della stampa “liberal” italiana che al solito le sue battaglie le conduce a tassametro). Il ’68 è stato vissuto da molti dei suoi protagonisti con una coerenza estrema, e il caso di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Adriano_Sofri">Adriano Sofri</a> è a questo proposito esemplare: questa coerenza è oggi vilipesa da un potere meretricio che vorrebbe si fosse tutti puttane; chiamare i cani da guardia di questo potere, come l’impresentabile Carlo Rossella che del film è il diretto produttore, a pontificare sul senso di un’esperienza storica tradita quotidianamente per ragioni di opportunismo, non è argomento che dovrebbe indignare chi il film lo ha girato ma è ragione che dovrebbe fare incazzare chi il ’68 lo ha fatto.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Gregorio Sorgonà (P. Sw.)</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;"> <span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://controreazioni.wordpress.com/2009/09/17/il-grande-sogno-la-banalita-al-potere/"><img src="http://img.youtube.com/vi/zlEeGaTfFK4/2.jpg" alt="" /></a></span></span></p>
</div>
Posted in Se proprio non hai niente da fare... Tagged: '68, . Grande fratello, Adriano Sofri, Avola, Carlo Rossella, cinema italiano, Il grande sogno, Jasmine Trinca, Luca Argentero, Massimo Popolizio, Medusa, Michele Placido, Nanni Moretti, Riccardo Scamarcio, Silvio Berlusconi, Violante Placido <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/controreazioni.wordpress.com/702/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/controreazioni.wordpress.com/702/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/controreazioni.wordpress.com/702/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/controreazioni.wordpress.com/702/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/controreazioni.wordpress.com/702/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/controreazioni.wordpress.com/702/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/controreazioni.wordpress.com/702/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/controreazioni.wordpress.com/702/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/controreazioni.wordpress.com/702/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/controreazioni.wordpress.com/702/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=controreazioni.wordpress.com&blog=3983992&post=702&subd=controreazioni&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Boxcar Bertha &#8211; America 1929: sterminateli senza pietà.</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 14:42:34 +0000</pubDate>
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Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Barbara Hershey, David Carradine, Barry Primus
Paese: Usa 1972
Liberamente tratto dall’autobiografia di Boxcar Bertha Thompson, America 1929 (sterminateli senza pietà) è il secondo film di Martin Scorsese. L’opera anticipa alcuni dei motivi principali tra quelli che il regista italo-americano ha affrontato nella sua vasta produzione filmica, evidenziandone l’attenzione all’intreccio tra microstoria e macrostoria. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=controreazioni.wordpress.com&blog=3983992&post=694&subd=controreazioni&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignnone" src="http://movies.ndtv.com/images/PhotoGallery/scorsese08/5.jpg" alt="" width="500" height="400" /></p>
<div>
<div>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Regia: Martin Scorsese</span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Interpreti: Barbara Hershey, David Carradine, Barry Primus</span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Paese: Usa 1972</span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Liberamente tratto dall’autobiografia di Boxcar Bertha Thompson, <em>America 1929 (sterminateli senza pietà)</em> è il secondo film di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=-TJKf70Tpfc">Martin Scorsese</a>. L’opera anticipa alcuni dei motivi principali tra quelli che il regista italo-americano ha affrontato nella sua vasta produzione filmica, evidenziandone l’attenzione all’intreccio tra microstoria e macrostoria. Nel caso in questione la microstoria narrata è quella, appunto, di Bertha Thompson, giovane e splendida <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Barbara_Hershey">Barbara Hershey</a>, che, dopo aver perso il padre a causa di un incidente sul lavoro, intraprende un viaggio lungo le strade, ferrate e non, degli Stati Uniti utilizzando quei Boxcar delle ferrovie – i vagoni merci aperti – da cui prenderà il suo soprannome. La macrostoria con cui si incrocia Bertha è quella della grande depressione del 1929 che, non per la prima volta ma con una intensità mai raggiunta prima, mise allo scoperto quei limiti della società americana che costituiranno spesso la base delle riflessioni di Scorsese, soprattutto nella sua produzione più recente (“<a href="http://controreazioni.wordpress.com/2009/07/11/the-departed-epopea-degli-sconfitti/">The departed</a>” e “<a href="http://www.youtube.com/watch?v=aY2tbeP_K1M">Gangs of New York</a>”). </span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Nel corso del suo viaggio la protagonista si associa ad altri “marginali”, espulsi o marginalizzati da una società che appare classista e psicotica. I compagni di viaggio di Bertha sono dei simboli del lungo apartheid americano. Un nero, che suona continuamente l’armonica, un ebreo newyorkese, baro dalle pessime carte e dalle fortune ancora peggiori, isolato sia perché ebreo sia perché newyorkese nel profondo Sud, e un sindacalista socialista, Big Billy Shelley (qui interpretato da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/David_Carradine">David Carradine</a>), che sperimenta il furore ideologico di un’America ricca e abituata a un atteggiamento psicotico verso le rivendicazioni meno accondiscendenti delle classi lavoratrici. </span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Bertha e i suoi compagni di viaggio, che spesso sono anche suoi amanti,tuttavia, non affrontano la società americana adeguandosi ad essere parte interna ai suoi meccanismi di potere corrotti. Questa caratteristica li rende particolari rispetto ai protagonisti delle opere recenti di Scorsese, in cui, sarà anche un effetto dello spirito dei tempi, la possibilità di contrapporsi all’ordine costituito sembra pressoché nulla. Boxcar Bertha evidentemente parla di altri tempi, tempi in cui alla normalizzazione del potere si opponeva il sogno e la diversità di marginali niente affatto rassegnati a essere tali, tempi così lontani dai nostri da sembrare ormai perduti.</span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Gli Stati Uniti costituiscono, così, lo spazio scenico enorme su cui si svolge un conflitto tellurico, anche se tra rapporti di forza sproporzionati.  Da una parte, con Bertha e i suoi compagni, l’America che Scorsese prende ad esempio, caricando indubbiamente di valore positivo una figura classicamente negativa come quella degli “assaltatori” di treni, è quella libertaria e radicalmente antiborghese degli hobos, personaggi a metà tra gli homeless e i moderni hippies che trovano nella bella ingenuità di Barbara Hershey una splendida icona. Nomadi, sessualmente liberi, ostili al lavoro coatto ma non per questo disimpegnati, questi hobos rappresentano la nemesi del conformismo borghese con cui vengono, quasi per necessità, a scontrarsi. Dall’altra parte si pone l’America del potere centralizzato e oligarchico, l’America delle corporations in fase di avanzamento e dei padroni, che è inorridita da questa manifestazione di libertà e “disfattismo” al punto da perseguitarla come un impero farebbe con i discepoli di una religione nemica. </span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Lo scontro tra le due Americhe, egualmente profonde e per questo costantemente a rischio di giungere a un conflitto “civile”, non è mai diretto, perché l’America del “capitale” usa come vettori della normalizzazione i poliziotti, ossia esclusi che hanno indossato la divisa. Si irride, quindi, la definizione classica secondo cui gli Stati Uniti rappresenterebbero la culla della democrazia o, ancor meno, della libertà, descrivendo semmai una più realistica visione di uno Stato oligarchico che garantisce la difesa delle elite attraverso il ricorso all’apartheid. Simbolica, a questo proposito, la scena, che poi sfocia in tragedia, in cui lo sceriffo locale decide di fare pestare Big Billy Shelley in carcere, dopo che quest’ultimo ha solidarizzato con un nero. Scorsese così coglie il carattere fondamentale dell’apartheid, che è il modo in cui il potere affronta le crisi sociali e governa, come è ben evidente oggi in Italia, perché consapevole del fatto che la propria sopravvivenza dipende dalla separazione dei simili e dalla esacerbazione di differenze superficiali tra di essi. </span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Girato nel 1972, ossia nell’anno del pieno trionfo della presidenza <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Richard_Nixon">Nixon</a> ma nel periodo di più radicale contestazione della società americana da parte delle sue avanguardie sociali, il film riflette il contesto storico in cui è stato pensato, lanciando una amara parola di speranza, esemplificata dalla splendida scena finale. In anni in cui era normale farlo, Scorsese elabora una bella e sensata critica del sistema capitalistico americano, anche se a volte l’opera subisce dei cali di ritmo che tuttavia sono poco rilevanti a fronte di una quasi opera prima che annuncia già il talento e la brillantezza di uno dei più grandi, e sofferti, autori contemporanei.</span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Gregorio Sorgonà (P. Sw.)</span></span></p>
</div>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://controreazioni.wordpress.com/2009/09/11/boxcar-bertha-america-1929-sterminateli-senza-pieta/"><img src="http://img.youtube.com/vi/L_LMOShZwYs/2.jpg" alt="" /></a></span></span></p>
</div>
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		<title>I diavoli &#8211; Devil’s love</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2009 15:35:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>controreazioni</dc:creator>
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Regia: Ken Russell
Interpreti: Vanessa Redgrave, Oliver Reed, Gemma Jones, Dudley Sutton, Max Adrian, Murray Melvin, Georgina Hale, Graham Armitage.
Paese: Gran Bretagna, 1971
 
&#8220;- … Desideri essere salvata o no? Rispondi!
-  No! Io… desidero essere&#8230; posseduta! Io… lo amo!&#8221;
 
Era il 1971 quando Ken Russell presentò al Festival del Cinema di Venezia il suo dissacrante Devils tratto da I diavoli [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=controreazioni.wordpress.com&blog=3983992&post=687&subd=controreazioni&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-689" title="van" src="http://controreazioni.files.wordpress.com/2009/09/van1.jpg?w=500&#038;h=268" alt="van" width="500" height="268" /></p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Regia: Ken Russell</p>
<p>Interpreti: Vanessa Redgrave, Oliver Reed, Gemma Jones, Dudley Sutton, Max Adrian, Murray Melvin, Georgina Hale, Graham Armitage.</p>
<p>Paese: Gran Bretagna, 1971</p>
<p> </p>
<p>&#8220;- … Desideri essere salvata o no? Rispondi!</p>
<p>-  No! Io… desidero essere&#8230; posseduta! Io… lo amo!&#8221;</p>
<p> </p>
<p style="text-align:justify;">Era il 1971 quando <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ken_Russell">Ken Russell</a> presentò al Festival del Cinema di Venezia il suo dissacrante <strong>Devils </strong>tratto da <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/I_diavoli_di_Loudun">I diavoli di Loudun</a></strong>, romanzo pubblicato nel 1957 da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Aldous_Huxley">Aldous Huxley</a> e a sua volta ispirato a fatti realmente accaduti in Francia nel XVII secolo. Ma andiamo con ordine scavando un po’ nella superstizione popolare e un po’ nella guerra dei poteri del ‘600 europeo. L’eziologia di questa tragica vicenda ha origine da un documento firmato da un vero diavolo in “persona”, &#8211; avete letto bene! &#8211;  uno dei tanti che affollavano il basso ventre di Jeanne des Anges, superiora delle orsoline di Loudon. Il demone tentatore in questione si chiama Asmodeus e pare abbia posto la propria sigla su un contratto, conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi e datato 19 maggio 1629, nel quale assicura di abbandonare per sempre il corpo della monaca deforme. Il documento appartiene a una serie di prove, per così dire, “schiaccianti” che nel 1634 spedirono sul rogo Urbain Grandier, parroco di Loudon accusato di stregoneria dal barone De Laubardemont.</p>
<p style="text-align:justify;">La complessità della storia narrata da Russell consente diverse chiavi di lettura; ne individuo tre che per immediatezza e per importanza paiono le più significative al fine di sviscerare il messaggio dell’autore ma anche allo scopo di intraprendere un percorso di onestà storica nei confronti di persone e fatti realmente esistiti. La prima racconta l’ascesa sociale e la decadenza corporea ( ma mai morale!) di Padre Grandier (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Oliver_Reed">Oliver Reed</a> in una delle sue migliori interpretazioni), un prete gesuita che seduce i cuori delle vergini di Loudon. Nonostante Jeanne des Anges brami, più sessualmente che altro, la sua presenza in convento, Padre Grandier si invaghisce della dolcezza di Madeleine De Brou, una creatura pura e giusta che diventerà sua moglie. I due coniugi innamorati perseverano nel loro peccato ecclesiastico pur rimanendo ancorati all’amore spirituale per Dio a cui non intendono rinunciare. Una seconda lettura narra la vicenda parallela di Jeanne des Anges (indimenticabile <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vanessa_Redgrave">Vanessa Redgrave</a>), madre superiora del suddetto convento, creatura deforme e frustrata per la propria condizione di religiosa. Repressa sessualmente e psicologicamente instabile la giovane donna viene convinta – sotto atroci torture &#8211; di essere posseduta dal demonio e spronata ad accusare Padre Grandier di stregoneria. Rifiutata dall’avvenente sacerdote ormai sposato e sostenuta dai consigli del barone De Laubardemont, Jeanne trascinerà alla tortura anche le consorelle orsoline e al rogo Urbain Grandier. È possibile infine leggere questo capolavoro di Russell come la storia di un Cristo, se non de Il Cristo: Grandier è un uomo “nuovo”, portatore di un messaggio rivoluzionario (vedi la questione del celibato su cui si potrebbe aprire un altro capitolo), lontano dalla corruzione morale, ma considerato una spina nel fianco per i grandi poteri (Chiesa e Stato) che governano le sorti del XVII secolo. Innamorato di una Maddalena (una coincidenza?) e incapace di odiare, il prete trova la propria forza dell’atto di un sorprendente perdono per la povera suor Giovanna degli Angeli e per l’intera congiura che lo condurrà a morte certa. Non vorrei rovinare nessun finale però è doveroso sottolineare che la scena della morte/passione, accompagnata da dialoghi in crescente tensione, è una delle più belle della pellicola.</p>
<p style="text-align:justify;">Dietro queste piccole pedine della scacchiera il Potere manovra le strategie del gioco: il cardinale Richilieu con l’intenzione di risolvere la questione dei Protestanti tesse la tela delle convenzioni con il re Luigi XIII dipinto come un omosessuale misogino. Le scenografie di <a href="http://controreazioni.wordpress.com/tag/derek-jarman/">Derek Jarman</a>, ispirate a <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Metropolis_(film_1927)">Metropolis</a></strong> di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fritz_Lang">Lang</a>, che creano un’atmosfera surreale e stilizzata, si pongono volutamente in contrasto con la pomposità degli abiti sfarzosi e barocchi del monarca. La scelta del trucco marcato sui volti delle dame o dei morti colpiti dalla peste richiama uno stile espressionista e a tratti sembra ricordare anche le tradizionali maschere veneziane.</p>
<p style="text-align:justify;">Uscito in Italia nel ’72 (anni cupi per la censura che pochi mesi più tardi avrebbe colpito anche <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ultimo_tango_a_Parigi">Ultimo tango a Parigi</a></strong>) e accusato di essere la pietra dello scandalo <strong>I diavoli</strong> costò il posto al milanesissimo Giovanni Roboni che lo elogiò tra le pagine del cattolico <em>Avvenire</em>, ma rese la vita difficile anche ai due grandiosi attori protagonisti, Reed e la Redgrave, a cui venne vietato di mettere piede nel Bel Paese pena il carcere. Quarant’anni dopo la Warner Bros ancora non ha distribuito in dvd la versione integrale del film. Se può interessare a questo link:  http://www.petitiononline.com/Grandier/  trovate una petizione che ne richiede l’uscita.</p>
<p style="text-align:justify;">Guardate questo film e amatelo. Quest’opera di Russell è una sconcertante parabola senza tempo che spiega quanto le facce oscure del Potere siano legittimate – come accadeva nel Medioevo, nel Rinascimento e come accade ancor oggi sotto il nostro naso) dall’abissale ignoranza degli uomini tutti.</p>
<p style="text-align:justify;">L’unico vero posseduto è colui che ama.</p>
<p> </p>
<p> chiarOscura</p>
<p> </p>
<p><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://controreazioni.wordpress.com/2009/09/03/i-diavoli-devil%e2%80%99s-love/"><img src="http://img.youtube.com/vi/J8Xgm1u_SF4/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
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		<title>The Departed &#8211; Epopea degli sconfitti</title>
		<link>http://controreazioni.wordpress.com/2009/07/11/the-departed-epopea-degli-sconfitti/</link>
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		<pubDate>Sat, 11 Jul 2009 11:21:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>controreazioni</dc:creator>
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Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Jack Nicholson, Leonardo Di Caprio, Matt Damon, Martin Sheen, Mark Wahlberg, Ray Winston, Alec Baldwin
Paese: U.S.A. 2006
Il rapporto tra la formazione storica della società americana e la “delinquenza” è un tema da sempre presente nella filmografia di Martin_Scorsese e che ha raggiunto l’espressione più evidente nelle sue ultime opere. Se “Gangs of New York” [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=controreazioni.wordpress.com&blog=3983992&post=633&subd=controreazioni&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignnone" src="http://www.guidasicilia.it/foto/news/cinema/the_departed_N.jpg" alt="" width="255" height="204" /></p>
<div>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Regia: Martin Scorsese</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Interpreti: Jack Nicholson, Leonardo Di Caprio, Matt Damon, Martin Sheen, Mark Wahlberg, Ray Winston, Alec Baldwin</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Paese: U.S.A. 2006</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Il rapporto tra la formazione storica della società americana e la “delinquenza” è un tema da sempre presente nella filmografia di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Martin_Scorsese">Martin_Scorsese</a> e che ha raggiunto l’espressione più evidente nelle sue ultime opere. Se “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gangs_of_New_York">Gangs of New York</a>” si era rivelato un tentativo mal riuscito di ricostruire l’origine stessa della comunità americana attraverso gli scontri tra differenti consorterie criminali, “The departed”, in modo più puntuale e “felice”, dipinge un affresco brillante della frammentazione cui quella società è a tal punto soggetta da mancare, per definizione, ogni possibile identità nazionale.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Il film rappresenta, così, per molte ragioni la prosecuzione di soggetti già precedentemente sviluppati dal regista italo-americano. Ritroviamo, ad esempio, l’attenzione verso una forma criminale della delinquenza, tipicamente statunitense, qual è il gangsterismo, al cui interno il regista sviluppa altri spunti classici come il rapporto pedagogico tra delinquente anziano e nuove leve, la caratterizzazione dei criminali in un modo che impedisce apodittiche valutazioni etiche, il costante richiamo al tradimento che sta alla base dello svolgimento drammatico e che, al tempo stesso, è un elemento contenutistico ben preciso.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Lo sguardo di Scorsese, quindi, focalizza, attraverso questi passaggi, una precisa forma dell’azione criminale che si differenzia radicalmente dalla tipologia classica del mafioso. Il gangster, qui interpretato da un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jack_Nicholson">Jack Nicholson </a>superlativo che riduce gli altri attori protagonisti al rango di semplici comparse, a differenza dell’affiliato alla mafia non fa parte di un’organizzazione sostenuta, quando non direttamente creata, in funzione del mantenimento dell’ordine sociale classico. Egli rappresenta, semmai, la versione “diabolica” del self made man che deve mettere a frutto i propri talenti in un sistema basato sul rischio e che trova nel calcolo di quest’ultima variabile il punto di identificazione comune tra i delinquenti e gli altri agenti sociali (come la polizia investigativa o il governo federale). Per questa ragione lo scontro tra bene e male, o tra Stato e anti-Stato, è perdente dal principio, dal momento che Scorsese individua una razionalità comune nel calcolo dei rapporti di forza, sminuendo l’identificazione della “Nazione americana” con un codice preciso di valori sulla cui base stabilire cos’è bene e cos’è male.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Se la logica del rischio e il seguente calcolo dei rapporti di forza sono fondamentali in questo stato di cose, ben più della dedizione al dovere o a un ideale, il modo in cui questi protagonisti stanno al mondo è conseguentemente quello del tradimento. Nulla vi può essere di sicuro di fronte al calcolo meramente utilitario degli interessi, così che, in questo come in altri film, il ruolo pedagogico svolto dal gangster verso un proprio allievo è quello del condannato a morte che alleva il proprio boia: il riferimento ontologico alla prassi fa si che nulla possa essere dato per scontato, né la fedeltà dei figli (Colin – <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Matt_Damon">Damon</a>) né quella dei padri (Costello – Nicholson).</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">L’America di Scorsese è corrosa da questo “virus”, priva di una fibra ideale e della possibilità stessa di essere popolo, al punto che coloro i quali rappresentano la forma classica del bene – l’individuo che agisce nella propria professione come un missionario teso a un superiore bene comune, nella fattispecie il tenente Quennan (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=H3Qyxkkju4k&amp;feature=fvsr">Martin Sheen</a>) e la recluta Costigan (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Leonardo_Di_Caprio">Leonardo di Caprio</a>) – non vengono risparmiati dal sistema dei tradimenti incrociati.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Emerge, in sintesi, una descrizione degli Stati Uniti facilmente inquadrabile in quella che altrove ho definito la “costellazione della guerra civile”. Questo senso comune costituisce il nesso di fondo della migliore produzione cinematografica statunitense, un segnale d’allarme sociale lanciato da anni all’interno di un pericoloso deserto ideologico che ha mitizzato una società dove il culto non regolato dell’edonismo materialistico sta minando le basi della convivenza civile. Un’opera intelligente e ben fatta, grazie alla quale emerge in pieno il grande talento di Scorsese, regista del Novecento per il Novecento, che invece perde in capacità espressiva quando si allontana da questo contesto.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Gregorio Sorgonà &#8220;Paul Sweezy&#8221;</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;"><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://controreazioni.wordpress.com/2009/07/11/the-departed-epopea-degli-sconfitti/"><img src="http://img.youtube.com/vi/62MwRaADQZA/2.jpg" alt="" /></a></span></span></p>
</div>
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	</item>
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		<title>2046 &#8211; L&#8217;erotismo dell&#8217;ironia</title>
		<link>http://controreazioni.wordpress.com/2009/06/11/2046-lerotismo-dellironia/</link>
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		<pubDate>Thu, 11 Jun 2009 09:04:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>controreazioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cult]]></category>
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		<category><![CDATA[2046]]></category>
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		<description><![CDATA[
Regia:  Wong Kar-Wai
Interpreti: Tony Leung Chiu-Wai, Gong Li, Faye Wong, Zhang Ziyi, Carina Lau, Maggie Cheung
Paese: Francia – Honk Kong (2004)
“Nella vita il vero amore lo si può mancare se lo si incontra troppo presto o troppo tardi”
 
2046 è il numero di una stanza d’albergo e un anno, distante altri 80, in un futuro che uno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=controreazioni.wordpress.com&blog=3983992&post=629&subd=controreazioni&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignnone" src="http://www.gravity7.com/blog/film/uploaded_images/2046-754790.jpg" alt="" width="397" height="391" /></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Regia: <span> </span><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Wong_Kar-Wai">Wong Kar-Wai</a></span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Interpreti: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tony_Leung_Chiu_Wai">Tony Leung Chiu-Wai</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gong_Li">Gong Li</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Faye_Wong">Faye Wong</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Zhang_Ziyi">Zhang Ziyi</a>, Carina Lau, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Maggie_Cheung">Maggie Cheung</a></span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Paese: Francia – Honk Kong (2004)</span></span></p>
<p style="text-align:center;margin:0 0 10pt;" align="center"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">“Nella vita il vero amore lo si può mancare se lo si incontra troppo presto o troppo tardi”</span></span></p>
<p style="text-align:center;margin:0 0 10pt;" align="center"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;"> </span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">2046 è il numero di una stanza d’albergo e un anno, distante altri 80, in un futuro che uno scrittore racconta popolandolo con le immagini e i volti del suo presente ma radicando nel passato la ragione del suo narrare: egli ha amato e perso quell’amore per gioco tra Singapore ed Honk Kong e adesso narra per ricostruire, nella memoria del futuro, il senso perduto. Dentro questo tentativo si realizza la sua vita, negli anni che vanno dal 1963 al 1969.</span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Il modo in cui il protagonista del film sta al mondo è quello del gioco: per gioco ha perso il proprio amore ed è stato espulso dal passato, giocando adesso si relaziona alle figure femminili che incontra. La ricerca del senso attraverso il romanzo, seguendo una rigorosa relazione tra arte e vita, si intreccia con la dimensione ludica della sua esistenza impedendo alla prima di potere essere completa. Il “gioco” è qualcosa di molto serio, direi una figura decisiva della modernità. Esso coincide con quella fase dell’esperienza umana che si presenta quando, di fronte al crollo di ciò che ognuno di noi identifica con la sua patria, non resta altro oltre l’ironica evidenza dell’indistinzione delle figure sociali: morta la propria patria (o il proprio amore-ideale-dio) si attraversa una fase in cui non esiste differenza tra gli eroi e le puttane. Lo scrittore protagonista del film vive in questa fase e proprio per questo la sua ricerca del senso perduto attraverso l’arte si rivela votata al fallimento, tuttavia alludendo a un possibile nuovo senso, figlio della consapevolezza dell’irredimibilità del passato.</span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Nel viaggio che è un perdersi, ossia nel non ritrovare il tempo perduto, si crea quella nuova e paradossale patria dove il fine del viaggio è proprio l’eterno viaggiare dentro l’utero cieco e illimitato di un futuro immaginato. Il protagonista del romanzo, alter ego dello scrittore e quindi del protagonista del film, evoca la figura dell’Ulisse dantesco, apolide per formazione che fugge la patria ritrovata e, nell’aspirare agli estremi limiti del mondo, si condanna alla gloria di un indefinibile svanire.</span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Il nuovo senso rinnova la consapevolezza che il passato non conosce redenzioni e ogni determinismo ne esce così disfatto di fronte alla passione che più di ogni altra orienta le nostre esistenze: l’amore, di per sé imprevedibile. Le stesse androidi che il viaggiatore nel tempo ama nel futuro differiscono i loro sentimenti, celandoli allo sguardo di chi sa di amare ma mai può avere la certezza dell’essere a sua volta amato: l’incertezza, al termine della storia, è quanto di più certo si possa avere.</span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">La forma del film ne richiama il contenuto o forse non fa altro che sedimentarsi su di esso. Il canone stilistico “utilizza” un raffinato erotismo dei mezzi espressivi che fa ricorso alla penetrazione senza mostrarla. Il contatto tra le cose fugge l’impatto visivo, giocando anch’esso a ritrarsi, mentre scorrono impressioni di visi belle come gli sguardi degli amori non detti o perduti ma mai piegati all’ossessiva volgarità della nostalgia. Il movimento stesso della macchina da presa, girando accanto ai corpi, sembra accarezzarli appena, quasi a volerne rispettare l’intima fragilità, la miseria e lo splendore, infine catturandoli in un ultimo gioco che li consegna a noi spettatori come carne della cui carne siamo fatti.</span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Gregorio Sorgonà &#8220;Paul Sweezy&#8221;</span></span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://controreazioni.wordpress.com/2009/06/11/2046-lerotismo-dellironia/"><img src="http://img.youtube.com/vi/zg851P2-XR4/2.jpg" alt="" /></a></span></span></p>
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		<title>Uomini che odiano le donne – Sherlock Holmes a caccia di misogini</title>
		<link>http://controreazioni.wordpress.com/2009/05/26/uomini-che-odiano-le-donne-%e2%80%93-sherlock-holmes-a-caccia-di-misogini/</link>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2009 22:14:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>controreazioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Si può dare di più]]></category>
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		<category><![CDATA[Wanger]]></category>

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		<description><![CDATA[
Regia: Niels Arden Oplev
Interpreti: Noomi Rapace, Michael Nyqvist, Sven-Bertil Taube, Ewa Froling
Paese: Danimarca, Svezia, 2009
La nuova pellicola del danese Niels Arden Oplev, tratta dall’ormai celeberrimo romanzo di Stieg Larsson, arriva nelle sale italiane il 29 maggio e inaugura la trilogia denominata “Millennium”. La spy-story intorno ai segreti della famiglia Wanger prosegue infatti con altri due [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=controreazioni.wordpress.com&blog=3983992&post=597&subd=controreazioni&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-full wp-image-607" title="ucold" src="http://controreazioni.files.wordpress.com/2009/05/ucold4.jpg?w=497&#038;h=347" alt="ucold" width="497" height="347" /></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Regia: Niels Arden Oplev</span></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Interpreti: Noomi Rapace, Michael Nyqvist, Sven-Bertil Taube, Ewa Froling</span></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Paese: Danimarca, Svezia, 2009</span></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">La nuova pellicola del danese <a href="http://www.movieplayer.it/articoli/05828/niels-arden-oplev-e-noomi-rapace-presentano-uomini-che-odiano-le-donne/">Niels Arden Oplev</a>, tratta dall’ormai celeberrimo romanzo di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Stieg_Larsson">Stieg Larsson</a>, arriva nelle sale italiane il 29 maggio e inaugura la trilogia denominata “<strong><span style="font-family:Arial,sans-serif;">Millennium</span></strong>”. La spy-story intorno ai segreti della famiglia Wanger prosegue infatti con altri due film: La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta, le cui uscite sono previste rispettivamente per l’autunno del 2009 e per la primavera successiva.</span></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Dopo la condanna a qualche mese di carcere per aver indagato sui traffici illeciti del potente di turno, la carriera del giornalista Mikael Blomkvist (<strong><span style="font-family:Arial,sans-serif;">Michael Nyqvist</span></strong>) sembra irrimediabilmente chiusa, quando viene ingaggiato dal vecchio Wanger per investigare su un caso irrisolto da quasi quarant’anni. Si tratta della scomparsa della nipote Harriet, allora adolescente, avvenuta in circostanze misteriose durante una riunione di famiglia sull’isola abitata dalla famiglia Wanger. Lo zio ultraottantenne è convinto che la ragazza sia stata assassinata da un componente della numerosa e ambigua famiglia, un vero e proprio clan che nasconde terribili segreti. Tocca a Mikael, affiancato dall’indomito genio di una hacker professionista, Lisbeth Salander (<strong><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><a href="http://www.affaritaliani.it/entertainment/uomini_odiano_donne_noomi_rapace260509.html">Noomi Rapace</a></span></strong>) trovare il bandolo della matassa e, possibilmente, uscirne incolume. Parallelamente alla crisi lavorativa di Mikael la storia racconta la drammatica vicenda di Lisbeth, vittima degli abusi di un sadico tutore e in cerca di una “giusta” vendetta, in senso morale, che la risoluzione del caso Wanger potrebbe amaramente concedere. Tra fotografie d’epoca e ricordi annebbiati l’investigazione procede con qualche doveroso colpo di scena intervallato da poco sorprendenti rivelazioni d’identità.</span></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Agli appassionati della serie <strong><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/I_segreti_di_Twin_Peaks">Twin Peaks</a> </span></strong><strong><span style="font-family:Arial,sans-serif;">Uomini che odiano le donne</span></strong> non riserva particolari sorprese dal momento che la storia possiede moltissimi lati in comune con il popolare serial: giovane donna assassinata, investigatore esterno che indaga in un piccolo paesino sperduto, ambiguità familiari, una miscela irrinunciabile di sesso e morte, rimandi alla simbologia religiosa. I segreti di TP riservavano però ben altre soddisfazioni… E come non citare il pluripremiato La ragazza del lago con Toni Servillo tratto da un racconto norvegese? Il film di Oplev è un puro giallo realizzato sulla struttura deduttivo e mischiato con l’immagine sempre affascinante della saga familiare che, senza scomodare gli illustri <strong><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/I_Buddenbrook:_decadenza_di_una_famiglia">Buddenbrook</a>,</span></strong> sembra riproporre i <strong><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/I_Tenenbaum">Tenenbaum</a></span></strong> in chiave <strong><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><a href="http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Speciale%3ASearch&amp;search=Dynasty&amp;fulltext=Ricerca">Dynasty</a></span></strong>. Non conosco il libro, però devo aggiungere che purtroppo la versione cinematografica non approfondisce granché i singoli personaggi del clan Wanger. Piuttosto la mia ammirazione va tutta per la splendida protagonista femminile interpretata da <strong><span style="font-family:Arial,sans-serif;">Noomi Rapace</span></strong>, un’attrice poco nota e a autodidatta che è stata in grado di dar vita a una magnifica Lisbeth, ragazza così inaspettatamente forte da ripudiare ogni forma di compassione del mondo esterno nei propri confronti.</span></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Come nelle migliori tradizioni dell’hard boiled novel l’autore sfrutta l’espediente dell’ “enigma in camera chiusa” per mettere a nudo le nefandezze della corruzione che lo circonda; in tal caso Stieg Larsson – morto prematuramente nel 2004 – vorrebbe denunciare le incongruenze di un mondo perbenista dove, ora e sempre, le persone non sono ciò che appaiono. L’investigazione diverrebbe dunque la metafora per portare alla luce i lati nascosti di una famiglia borghese dall’immacolata apparenza. Ma l’ambizione di creare un’opera che non sia di solo intrattenimento non pare raggiungere appieno lo scopo originario. In definitiva, da spettatrice, mi chiedo per quale motivo gli uomini vengono allevati a pane e misoginia? Qual è la matrice di questo immenso odio? Cosa li spinge a violentare, uccidere, disprezzare il corpo della Donna? Durante il film si assiste a una pseudo-confessione del presunto colpevole in cui si specifica che una delle ragioni è proprio il desiderio primordiale di sesso, di una prevaricazione di tipo sensuale. Ebbene questo è tutto; la questione viene liquidata abbastanza velocemente da lasciare in sospeso le domande sopra poste. Certamente il film non vuole essere un trattato di psicanalisi però sarebbe stato evidentemente più completativo fornire (almeno provarci…) qualche ipotesi invece di miscelare dubbie suggestioni religiose all’ultracitato fanatismo nazista. L’assassinio di una donna sembra un fumigante rituale da officiare nella più totale normalità e mi chiedo perché le medesime considerazioni non riguardino le vittime maschili. Ritorno dunque all’insolito personaggio di Lisbeth, al suo voler celare la verità dolorosa agli uomini tutti, anche a quelli che l’amano, sottolineando l’inutilità delle esternazioni, atte a suscitare soltanto compassione e null’altro. Il suo atteggiamento vuole forse suggerire che per cambiare l’humus culturale ci vuole ben altro che la pietà maschile? La questione rimane aperta, magari (spero) per i successivi episodi; sta di fatto che, sebbene sia complessivamente un buon film, <strong><span style="font-family:Arial,sans-serif;">Uomini che odiano le donne</span></strong> è solo, e appunto, la messa in scena di uomini che odiano le donne, e basta. Ritengo invece sia doveroso puntualizzare che la “normalizzazione” dello stupro a seguito di una provocazione sessuale – </span><a href="http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/05/23/181593-troppo_libere_siamo_rischio_stupro.shtml"><span style="text-decoration:underline;"><span style="color:#0000ff;font-size:small;">come alcuni reietti italiani hanno dichiarato </span></span></a><span style="font-size:small;">- equivale a dire che il lupo si avventa sull’agnello proprio perché questi è di fatto un agnello. Tautologia? No, la definirei ignoranza sessista indegna persino di una unità biologica mononeuronale.</span></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">Oltre al fatto che <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/David_Lynch">David Lynch </a>e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mark_Frost">Marc Frost </a>avrebbero titolo per chiedere i diritti d’autore mi domando quale sia il vero messaggio della “<strong><span style="font-family:Arial,sans-serif;">Millennium Trilogy</span></strong>” di Stieg Larsson filtrata dall’opera registica di Oplev: inquietante neutralità o vacillante presa di posizione?</span></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="font-family:Arial,sans-serif;"><span style="font-size:small;">chiarOscura</span></span></p>
<p style="text-align:justify;"> <span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://controreazioni.wordpress.com/2009/05/26/uomini-che-odiano-le-donne-%e2%80%93-sherlock-holmes-a-caccia-di-misogini/"><img src="http://img.youtube.com/vi/1hiE8mq4Afg/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
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		<title>Giù la testa -Per caso la rivoluzione</title>
		<link>http://controreazioni.wordpress.com/2009/05/26/giu-la-testa-per-caso-la-rivoluzione/</link>
		<comments>http://controreazioni.wordpress.com/2009/05/26/giu-la-testa-per-caso-la-rivoluzione/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 26 May 2009 17:24:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>controreazioni</dc:creator>
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Regia: Sergio Leone
Interpreti: James Coburn, Rod Steiger, Romolo Valli, Franco Graziosi, Domingo Antoine
Paese: Italia 1971
“Giù la testa” è un film nato dopo il ’68 e, in molte interpretazioni, viene letto quasi come un prodotto della stagione della contestazione. Sebbene sia ovvio il rapporto tra arte, soprattutto grande arte, e tempi in cui essa matura, questa [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=controreazioni.wordpress.com&blog=3983992&post=595&subd=controreazioni&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignnone" src="http://www.pianosequenza.net/public/giu_testa.jpg" alt="" width="350" height="207" /></p>
<div>
<p style="margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Regia: Sergio Leone</span></p>
<p style="margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Interpreti: James Coburn, Rod Steiger, Romolo Valli, Franco Graziosi, Domingo Antoine</span></p>
<p style="margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Paese: Italia 1971</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><strong><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">“Giù la testa”</span></strong><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;"> è un film nato dopo il ’68 e, in molte interpretazioni, viene letto quasi come un prodotto della stagione della contestazione. Sebbene sia ovvio il rapporto tra arte, soprattutto grande arte, e tempi in cui essa matura, questa associazione mi è sempre sembrata riduttiva rispetto al significato e alla coerenza del cinema di <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Leone">Sergio Leone</a></strong>. “Giù la testa” si inserisce, semmai, come un tassello logico in una filmografia che, almeno a partire da <strong>“<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_buono,_il_brutto,_il_cattivo">Il buono, il brutto, il cattivo</a>”</strong>, inizia un percorso particolare dentro la storia americana. Questo tentativo, decisamente riuscito, non esprime una descrizione contestuale delle vicende di un continente quanto semmai la visione più universale di un’America che è un contenitore troppo ampio per essere contenuto dentro i confini rigidi della geografia.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Se con <strong>“<a href="http://controreazioni.wordpress.com/2008/11/04/unumanita-al-crepuscolo-cera-una-volta-il-west/">C&#8217;era una volta il West</a>”</strong> il tema universale più evidente rimandava allo scontro tra l’individuo eroico e la società utilitaristica, “Giù la testa”, come indica la citazione iniziale di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mao_Tse_Tung">Mao Zedong</a>, mette al centro della pellicola una rivoluzione che non ha ancora assunto la dimensione organizzativa tipica della sua fase di consolidamento successiva alla conquista del potere. Per questa ragione, non essendosi ancora realizzata la fase statuale in cui le singole individualità rivoluzionarie vengono riassunte nella nuova organizzazione di potere, questa fase della rivoluzione è popolata di uomini e delle loro storie singolari: di eroi, spesso loro malgrado. Gli eroi del film, John Mallory (<strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/James_Coburn">James Coburn</a></strong>) e Juan Miranda (<strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rod_Steiger">Rod Steiger</a></strong>), costituiscono il controcanto particolare dell’universalità rivoluzionaria che finirà per travolgerli ma che avrà bisogno della loro particolarità per poter essere narrata.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">John è un rivoluzionario di professione, deluso ma né ingenuo né capace di abbandonare la propria “pelle”, Juan è un bandito picaresco che, come John ma ancora più di John, si ritroverà al centro della storia rivoluzionaria per un concatenarsi di casi. Il rapporto tra i due, che diventerà infine amicizia, è l’altra costante su cui si regge il film e l’equilibrio, intelligente, tra universalità della Storia e particolarità delle storie. L’amicizia tra i due non passa indenne dalla rivoluzione, così come la rivoluzione non passa indenne dalla loro amicizia: John e Juan, apparentemente così distanti, impareranno a conoscere la loro condizione di fratellanza attraverso le vicende tragiche che vivranno da protagonisti. L’amicizia tra i due è pura perché non ancora corrotta dal rapporto tra rivoluzione e Stato che sancirà la sconfitta definitiva dell’individualismo eroico-tragico lasciando spazio alla figura necessariamente doppia dell’affarista e del traditore (è questa, ad esempio, la fine del rapporto di amicizia in <strong>“<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/C%27era_una_volta_in_America">C&#8217;era una volta in America</a></strong>”). La stessa figura del traditore viene qui nobilitata dal contesto e dal contatto con la purezza rivoluzionaria dei primordi, il cui fascino vitale è così forte da rendere la morte in battaglia un atto dovuto.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">“Giù la testa” si pone oltre l’epica, e questa è la grande innovazione di Leone rispetto al genere Western, ma non è una tragedia, né una commedia: è un film, un grande film, come tale espressione di un nuovo modo, quello del cinema, di fare arte. Un modo impossibile da catalogare nelle categorie classiche qui espresso con tutto il vigore della sua potenza narrativa grazie a un grande regista che, proprio per aver amato il proprio mestiere di artista, rivoluzionario lo è stato fino in fondo.</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;">Gregorio Sorgonà &#8220;Paul Sweezy&#8221;</span></p>
<p style="text-align:justify;margin:0 0 10pt;"><span style="line-height:115%;font-family:Arial,sans-serif;font-size:12pt;"><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://controreazioni.wordpress.com/2009/05/26/giu-la-testa-per-caso-la-rivoluzione/"><img src="http://img.youtube.com/vi/OsAnyUpRm94/2.jpg" alt="" /></a></span></span></p>
</div>
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