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Archive for the ‘anteprima’ Category

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Regia: Niels Arden Oplev

Interpreti: Noomi Rapace, Michael Nyqvist, Sven-Bertil Taube, Ewa Froling

Paese: Danimarca, Svezia, 2009

La nuova pellicola del danese Niels Arden Oplev, tratta dall’ormai celeberrimo romanzo di Stieg Larsson, arriva nelle sale italiane il 29 maggio e inaugura la trilogia denominata “Millennium”. La spy-story intorno ai segreti della famiglia Wanger prosegue infatti con altri due film: La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta, le cui uscite sono previste rispettivamente per l’autunno del 2009 e per la primavera successiva.

Dopo la condanna a qualche mese di carcere per aver indagato sui traffici illeciti del potente di turno, la carriera del giornalista Mikael Blomkvist (Michael Nyqvist) sembra irrimediabilmente chiusa, quando viene ingaggiato dal vecchio Wanger per investigare su un caso irrisolto da quasi quarant’anni. Si tratta della scomparsa della nipote Harriet, allora adolescente, avvenuta in circostanze misteriose durante una riunione di famiglia sull’isola abitata dalla famiglia Wanger. Lo zio ultraottantenne è convinto che la ragazza sia stata assassinata da un componente della numerosa e ambigua famiglia, un vero e proprio clan che nasconde terribili segreti. Tocca a Mikael, affiancato dall’indomito genio di una hacker professionista, Lisbeth Salander (Noomi Rapace) trovare il bandolo della matassa e, possibilmente, uscirne incolume. Parallelamente alla crisi lavorativa di Mikael la storia racconta la drammatica vicenda di Lisbeth, vittima degli abusi di un sadico tutore e in cerca di una “giusta” vendetta, in senso morale, che la risoluzione del caso Wanger potrebbe amaramente concedere. Tra fotografie d’epoca e ricordi annebbiati l’investigazione procede con qualche doveroso colpo di scena intervallato da poco sorprendenti rivelazioni d’identità.

Agli appassionati della serie Twin Peaks Uomini che odiano le donne non riserva particolari sorprese dal momento che la storia possiede moltissimi lati in comune con il popolare serial: giovane donna assassinata, investigatore esterno che indaga in un piccolo paesino sperduto, ambiguità familiari, una miscela irrinunciabile di sesso e morte, rimandi alla simbologia religiosa. I segreti di TP riservavano però ben altre soddisfazioni… E come non citare il pluripremiato La ragazza del lago con Toni Servillo tratto da un racconto norvegese? Il film di Oplev è un puro giallo realizzato sulla struttura deduttivo e mischiato con l’immagine sempre affascinante della saga familiare che, senza scomodare gli illustri Buddenbrook, sembra riproporre i Tenenbaum in chiave Dynasty. Non conosco il libro, però devo aggiungere che purtroppo la versione cinematografica non approfondisce granché i singoli personaggi del clan Wanger. Piuttosto la mia ammirazione va tutta per la splendida protagonista femminile interpretata da Noomi Rapace, un’attrice poco nota e a autodidatta che è stata in grado di dar vita a una magnifica Lisbeth, ragazza così inaspettatamente forte da ripudiare ogni forma di compassione del mondo esterno nei propri confronti.

Come nelle migliori tradizioni dell’hard boiled novel l’autore sfrutta l’espediente dell’ “enigma in camera chiusa” per mettere a nudo le nefandezze della corruzione che lo circonda; in tal caso Stieg Larsson – morto prematuramente nel 2004 – vorrebbe denunciare le incongruenze di un mondo perbenista dove, ora e sempre, le persone non sono ciò che appaiono. L’investigazione diverrebbe dunque la metafora per portare alla luce i lati nascosti di una famiglia borghese dall’immacolata apparenza. Ma l’ambizione di creare un’opera che non sia di solo intrattenimento non pare raggiungere appieno lo scopo originario. In definitiva, da spettatrice, mi chiedo per quale motivo gli uomini vengono allevati a pane e misoginia? Qual è la matrice di questo immenso odio? Cosa li spinge a violentare, uccidere, disprezzare il corpo della Donna? Durante il film si assiste a una pseudo-confessione del presunto colpevole in cui si specifica che una delle ragioni è proprio il desiderio primordiale di sesso, di una prevaricazione di tipo sensuale. Ebbene questo è tutto; la questione viene liquidata abbastanza velocemente da lasciare in sospeso le domande sopra poste. Certamente il film non vuole essere un trattato di psicanalisi però sarebbe stato evidentemente più completativo fornire (almeno provarci…) qualche ipotesi invece di miscelare dubbie suggestioni religiose all’ultracitato fanatismo nazista. L’assassinio di una donna sembra un fumigante rituale da officiare nella più totale normalità e mi chiedo perché le medesime considerazioni non riguardino le vittime maschili. Ritorno dunque all’insolito personaggio di Lisbeth, al suo voler celare la verità dolorosa agli uomini tutti, anche a quelli che l’amano, sottolineando l’inutilità delle esternazioni, atte a suscitare soltanto compassione e null’altro. Il suo atteggiamento vuole forse suggerire che per cambiare l’humus culturale ci vuole ben altro che la pietà maschile? La questione rimane aperta, magari (spero) per i successivi episodi; sta di fatto che, sebbene sia complessivamente un buon film, Uomini che odiano le donne è solo, e appunto, la messa in scena di uomini che odiano le donne, e basta. Ritengo invece sia doveroso puntualizzare che la “normalizzazione” dello stupro a seguito di una provocazione sessuale – come alcuni reietti italiani hanno dichiarato – equivale a dire che il lupo si avventa sull’agnello proprio perché questi è di fatto un agnello. Tautologia? No, la definirei ignoranza sessista indegna persino di una unità biologica mononeuronale.

Oltre al fatto che David Lynch e Marc Frost avrebbero titolo per chiedere i diritti d’autore mi domando quale sia il vero messaggio della “Millennium Trilogy” di Stieg Larsson filtrata dall’opera registica di Oplev: inquietante neutralità o vacillante presa di posizione?

chiarOscura

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Regia: Davide Sibaldi

Interpreti: Fausto Cabra, Pia Lanciotti

Paese: Italia, 2007

 

 

… Ora basta… è giunto amore e con lui

la comprensione… meccanismo

consequenziale saltato…

(F. Tricarico)

 

 

Copenaghen, una camera d’albergo, due persone, anzi due anime nude che nascondo passati oscuri. Potrebbe essere così velocemente riassunto l’esordio filmico di Davide Sibaldi, giovanissimo regista milanese (classe 1987), che dice di ispirarsi al famoso Dogma. Personalmente non condivido nella sua interezza il manifesto di Lars Von Trier &soci, e non amo più di tanto nemmeno il loro “fare cinema”, ma credo che l’opera di questo giovane talento vada correttamente considerata come una promessa del cinema italiano, di quelle da tener d’occhio negli anni avvenire.

 

Il diciannovenne Christian (Fausto Cabra) in fuga da un’esistenza troppo pesante e dal rancore di un abbandono si confronta – e desidera confrontarsi –  con Lulù (una formidabile Pia Lanciotti), una prostituta di 38 anni e di origine siciliana che esercita la professione nella capitale danese. Dopo aver consumato una prestazione sessuale, il ragazzo le chiede un’altra ora per parlare. Semplicemente parlare. Parlare di cosa? Si chiede la donna, lo spettatore e probabilmente anche lo stesso adolescente. La comunicazione è un atto complicato, si sa, ancor più quando l’interlocutore non vuole partecipare al dialogo. Ma i soldi di Christian, rispondendo a quella funzione che Jacobson chiamava fàtica, consentono di aprire il canale comunicativo di Lulù e, gradatamente, il loro diviene un incontro/confronto denso e inaspettato. Eppure la prostituta di Sibaldi è un essere tutt’altro che superficiale, barricata dietro dolori sepolti (almeno così la stessa si illude) che vuole dimenticare per allontanare la sofferenza. Lulù si rivela vittima di un abbandono, un trauma subito nell’infanzia, ma a sua volta, ripercorrendo la medesima vacuità esistenziale, ha abbandonato qualcuno. Un filo conduttore che giunge fino a Christian, anch’egli abbandonato, e infine egli stesso disertore dei rapporti sentimentali.

 

Emerge, senza irruenza e con un ritmo perfettamente pacato, la tematica della maternità, ciò che personalmente considero uno dei nuclei centrali più interessanti di L’estate d’inverno. Si parla di un desiderio d’amore tra madre e figlio, un legame mancato, negato al nascere. Lulù è fuggita dal marito e dal loro bambino per costruire se stessa e inseguire le proprie aspirazioni e, così facendo, non ha fatto altro che emulare il comportamento paterno. Christian, arrivato a Copenaghen in cerca della madre, invece è ingabbiato in un rapporto di coppia sterile e nel ruolo di un giovane padre che rifugge le proprie responsabilità. I due si accusano, si attaccano, si odiano. Riconoscono nell’altro il mostro del passato: il ragazzo rivede nella prostituta la figura della madre che lo abbandonò, la donna condanna le scelte del giovane come condannerebbe quelle del proprio padre assente. È una catena infinita che si prolunga senza sosta, guastando irrimediabilmente le esistenze dei nascituri e ricadendo sulle stesse ingenue persone ancorate, a costo della vita, alla propria miserevole dose di egoismo.

Questa pièce teatrale – così mi permetto di definire il film – che ha luogo in una stanza d’albergo con due potentissimi personaggi, descrive proprio la sorte dei “prigionieri”, quelli che la prigione se la sono costruita con le proprie mani, arredandola come un confortevole nido entro cui proteggersi dagli attacchi esterni. Davide Sibaldi, che si è occupato del soggetto e della sceneggiatura, presenta una storia in cui uomini e donne   sono egualmente coinvolti; uomo e donna posseggono lo stesso peso, hanno il medesimo volume di compensazione: quando si tratta di sentimenti feriti e promesse disilluse le categorie sessuali diventano velleitarie chimere. L’odio che si instaura tra i due protagonisti permette loro di abbassare le difese; diventa una questione fisica, o forse metafisica, perchè nel momento in cui le forze raggiungono la stessa intensità esse si elidono vicendevolmente in perfetto equilibrio. L’incontro tra Christian e Lulù culmina dunque in uno scontro che offre loro la possibilità di gettare la maschera e spezzare la catena di errori. Coglieranno l’occasione?

 

Quest’opera prima colma di temi (il rapporto dualistico, la maternità, la in-comunicabilità dei sentimenti, l’abbandono) acquisisce maggiore spessore con la presenza di due attori di provenienza teatrale che conferiscono un ritmo inaspettatamente sostenuto. La prova soprattutto di Pia Panciotti è qualcosa di meraviglioso. Il film, realizzato con un budget manco a dirlo ridottissimo, ha girato un po’ di Festival e viene promosso da piccoli circuiti indipendenti in Italia che si occupano di registi emergenti. Visibilità nazionale dunque molto scarsa che, come sempre, contribuisce e un tipo di diffusione di nicchia.

L’estate d’inverno è un film coraggioso, in grado di interessare un pubblico internazionale e che rimane sorprendente per la maturità del giovane regista cresciuto a pane e cinema. L’opera, prima di tutto, testimonia che per fare un buon film non sono necessari gli effetti speciali di George Lucas, bensì – semplicemente, banalmente, stupidamente – “buone idee”. Almeno in questo io e Lars siamo d’accordo.

 

 

chiarOscura

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Regia: Federico Bondi

Interpreti: Ilaria Occhini, Dorotheea Petre, Corso Salani, Vlad Ivanov, Maia Morgenstern

Paese: Italia, Francia, Romania, 2008

 

 

 

Una favola un po’ amara che racconta un vissuto dal sapore autentico e che indaga sulla Terza Età. Così si potrebbe definire il lungometraggio del giovane fiorentino Federico Bondi che uscirà nelle sale italiane il prossimo 30 gennaio. La storia narra la vicenda intima di due donne molto diverse per ragioni di età e per motivi culturali che, attraverso la convivenza domestica, riscoprono un sentimento e un’intesa irripetibile. Le protagoniste sono Gemma e Angela (interpretate da Ilaria Occhini e Dorotheea Petre), l’una anziana e sola con un figlio sistemato in un’altra città, l’altra giovane e romena arrivata in Italia per fare la badante. Nonostante le riserve astiose di Gemma la giovane ottiene il lavoro imparando pian piano ad accudire una donna sconosciuta e spesso volutamente scorbutica. Angela, che ha lasciato un marito in patria in cerca di soldi per costruire con lui una futura famiglia, non si lascia intimidire e con una dolce determinazione affronta il carattere ostile dell’anziana, riuscendo a portare in casa una ventata di freschezza. Gemma nel frattempo si abbandona gradatamente a un disinteressato scambio di confidenze venendo a conoscere le aspettative e le intime paure di una donna spaesata – nel senso letterale del termine – ma profondamente onesta e rispettosa. Inaspettatamente le due si trovano coinvolte in una deliziosa amicizia che concede felicità a Gemma e nuova fiducia a Angela. I problemi sopraggiungono quando il compagno di Angela interrompe ogni comunicazione dalla Romania costringendo la ragazza a prendere suo malgrado la decisione di partire per chiarire la loro situazione di coppia. Per Gemma sarà l’occasione per ricambiare il bene e le attenzioni finora ricevute.

 

Girato interamente in digitale Mar Nero è il frutto di ricordi d’infanzia dello stesso autore: Gemma era la nonna e Angela la sua badante. I due personaggi femminili posseggono la delicatezza e l’autenticità della realtà. Pur descrivendo un quadretto familiare ormai tipico italiano (anziano solo con aiutante straniero a cui offrire vitto e alloggio) la storia ha veramente poco di stereotipato. I livelli di interpretazione in questo film sono molteplici: due donne sole che si completano vicendevolmente, l’abbattimento dei pregiudizi razziali, un’amicizia sincera. Una domanda poi sorge inquieta: un Paese che non è in grado di prendersi cura dei propri anziani è davvero moderno e avanzato? Federico Bondi ha voluto raccontare semplicemente una storia, e diciamocelo tranquillamente nemmeno poi tanto fuori dall’ordinario, ma lo ha fatto soffermandosi sui dettagli che tutti noi omettiamo sistematicamente quando si discute intorno all’emigrazione: cambiare abitazione, confrontarsi con nuove abitudini, la paura di aver distrutto quello che ci si lascia alle spalle e forse non avere la certezza di ritrovare gli affetti lontani. Sono tante minuscole lacerazioni intime che generano sofferenza, disagi e incomprensioni. L’uomo di ogni tempo aspira a un futuro più certo per propri i figli e concludere di spostarsi presso un luogo diverso da quello natio, o più meritevole del precedente, diventa puramente un atto d’amore se compenetrato da una sentita rinuncia.

 

Delicato, quasi poetico, l’inserto dell’uomo che in barca attraversa il letto del fiume per recarsi al lavoro al sorgere del sole. Un momento “purificatorio” che conduce per mano lo spettatore verso riflessioni lucide e attuali. L’amicizia tra Gemma e Angela non è – ripeto – una storia sui generis ma piuttosto uno scorcio della biografia dell’autore che racconta il legame indelebile tra due persone che hanno deciso prima di comprendersi e poi di aiutarsi. In alcuni momenti il film cade in qualche facile sentimentalismo ma non siamo nel mezzo di un vero melodramma pur trattando una storia tutta al femminile. La grandezza di Ilaria Occhini (ha lavorato tra gli altri con Luchino Visconti e Ronconi) conferma che la gavetta teatrale forgia i migliori attori anche in ambito cinematografico; meritatissimo è infatti il premio come miglior attrice al 61mo Festival di Locarno. Brava anche l’attrice romena Dorotheea Petre (vincitrice nel 2006 a Cannes nella sezione Un Certain Regard  per la migliore interpretazione femminile) nel ruolo di una donna che, come altre centinaia al momento nella nostra civilizzata Italia, si fanno portatrici di una memoria, uno scrigno di saggezza e senilità che altrimenti andrebbe perduto.

Le distanze di un mare sconosciuto vengono rese abissali se avvelenate dal nero del pregiudizio a cui non siamo in grado di rinunciare. Solcare questi mari ci farà scoprire che le isole tra loro non sono poi così lontane.

 

chiarOscura 

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