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Archive for the ‘Quel cinema che nessuno vede’ Category

Regia: Duncan Jones

Interpreti: Sam Rockwell, Dominique McElligott, Kaya Scodelario

Paese: Regno Unito, 2009

In casa Jones l’interesse per la Science Fiction non è mai stato un mistero tanto che il primogenito del “Duca Bianco” ha scelto proprio tale genere per l’esordio cinematografico che lo ha visto protagonista ai Festival del Sundance e di Tribeca. Dopo il primo cortometraggio Whistle – ignorato dalla gran parte del mondo e purtroppo anche dalla sottoscritta – il trentottenne Duncan Jones dirige nel 2008 Moon, un piccolo ma inestimabile gioiello di celluloide destinato a occupare un posto di riguardo nel firmamento della fantascienza. Scritta e co-sceneggiata dallo stesso regista, la storia, si potrebbe dire sia stata cucita addosso a Sam Rockwell, un attore dalla verve abbastanza cangiante e che finora ha accettato di ricoprire differenti ruoli cinematografici. Trovo che Rockwell, nei panni del protagonista Sam Bell, abbia studiato con devota attenzione tutte le sfumature caratteriali ed, essendo in pratica l’unico personaggio a cui ruota intorno l’intera vicenda, abbia saputo costruire con minuzia certosina ogni singola espressione/azione. Moon certamente riesce a coinvolgere lo spettatore in buona parte per merito suo. L’altra buona parte nasce dalla semplicità della trama (come la migliore Science-Fiction insegna) che Duncan Jones ha saputo coniugare a una discreta regia accompagnata da effetti speciali artigianali.

La storia è dunque ambientata in un futuro prossimo in cui la Terra, per poter sopravvivere, si avvale di Elio 3 estratto dal suolo lunare. Sam Bell, unico “operaio lunare”, è al termine del suo contratto triennale e di lì a pochi giorni rientrerà sulla Terra potendo finalmente riabbracciare la famiglia con la quale continua a mantenere i contatti attraverso registrazioni video in differita. Nella sua solitudine il protagonista divide il tempo con Gerty (voce originale di Kevin Spacey), un compagno robot che con la sua faccina smile lo supporta e lo aiuta a prendersi cura di se stesso. A poche ore dalla vigilia della partenza Sam, complice il sempre più precario stato di salute, rimane vittima di un piccolo incidente all’esterno della base. Risvegliatosi in infermeria, elude la sospettosa sorveglianza di Gerty per recarsi nuovamente sul luogo dell’incidente dove troverà il corpo di un uomo sorprendentemente simile a se stesso. Rientrato alla base per prestare le prime cure allo sconosciuto, Sam osserva con sospetto il nuovo arrivato, inspiegabilmente uguale per non essere considerato un clone a tutti gli effetti. Entrambi, che non sanno se e quanto fidarsi l’uno dell’altro, vogliono però approfondire l’accaduto e attraverso una difficoltosa solidarizzazione cercheranno di scoprire la verità.

Niente è ciò che sembra nello spazio di una piccola base lunare dove i problemi principali sono la lucidità della memoria e il perseguire la fiducia nelle proprie certezze. Le medesime armi si ritorcono contro il protagonista e lo consumano nell’angoscia di non potersi fidare dei propri sensi. Deliziosamente dosati sono gli omaggi, le citazioni, i riferimenti al ventennio filmico Settanta – Ottanta, un periodo glorioso che ha saputo degnamente celebrare al cinema la fantascienza classica, svincolandola dai circuiti tradizionali (letteratura e fumetti) e presentandola a un più ampio pubblico. Citandoli in ordine cronologico ricordo tre titoli che penso possano sintetizzare a malapena il modo di concepire la Sci-Fi di Duncan Jones: 2001: Odissea nello spazio (1968), Solaris (1972) e Alien (1979). Rispondo immediatamente a coloro che troveranno eccessivi questi paragoni: io stessa mi sono sorpresa della maturità artistica del figlio di David Bowie non solo come regista indipendente ma anche e soprattutto come conoscitore di un genere che il mercato del consumismo finto-cinefilo ha tristemente ridotto alla misura di vampiretti innamorati o a film colossali che registrano spese folli alle voce “effetti speciali”. Come ogni buona classica storia di fantascienza anche Moon pone in evidenza alcune questioni di carattere etico/filosofico: l’eventualità del clone rimanda a tutta quella trattazione dell’idea di uomo succedaneo o surrogato che già P. Dick aveva elaborato in Do Androids Dream of Electric Sheep? e portato poi sul grande schermo da Ridley Scott nella veste di Blade Runner (1982). L’analisi psicologica comprende anche il rapporto uomo-macchina in cui il robot Gerty si fa testimone e discendente dell’intelligenza di Hal9000 trasformandosi però in una entità più empatica verso la condizione (dis)umana. Sam chiederà al suo infallibile e artificiale compagno di viaggio di chiarire la propria condizione: “Gerty, io sono un clone?”. Questa è la linea netta che separa le asettiche certezze, con cui è stato addestrato Sam, dalla sfera di un’inafferabile identità che qualifica l’umano sentire. L’indagine di Duncan Jones si consuma in uno spazio ridotto (una base lunare da cui si evade solo lo stretto necessario), quasi il riflesso di un ancor più ristretto budget (si mormora 5 milioni di dollari…) che si avvale di un unico attore per restituire il volto più onesto a quella “fantascienza psicologica” di cui oggi, sul grande schermo, si sente tangibile la mancanza.

La colonna sonora di Clint Mansell – un compositore britannico che ha collaborato spesso con Aronofsky (per es. in Requiem for a Dream) – acuisce il senso di disorientamento dell’individuo alle prese con la propria solitudine. Indiscrezioni di rete vogliono inoltre che il primogenito di Bowie stia già lavorando a un sequel intitolato Mute; ma, comunque vadano i progetti futuri, il primo Moon rimane tra i film più interessanti usciti nel 2009, una di quelle pellicole capaci di lasciare dietro a sé una scia di energie difficile da esaurirsi in breve tempo. E in effetti – al cinema più che altrove – l’eleganza di una buona storia è l’effetto speciale più sorprendente.

chiarOscura

Disponibile anche su: http://www.cineboom.it/nellesale.php?ID=973&c=1

 

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Regia: Ken Russell

Interpreti: Vanessa Redgrave, Oliver Reed, Gemma Jones, Dudley Sutton, Max Adrian, Murray Melvin, Georgina Hale, Graham Armitage.

Paese: Gran Bretagna, 1971

“- … Desideri essere salvata o no? Rispondi!

–  No! Io… desidero essere… posseduta! Io… lo amo!”

Era il 1971 quando Ken Russell presentò al Festival del Cinema di Venezia il suo dissacrante Devils tratto da I diavoli di Loudun, romanzo pubblicato nel 1957 da Aldous Huxley e a sua volta ispirato a fatti realmente accaduti in Francia nel XVII secolo. Ma andiamo con ordine scavando un po’ nella superstizione popolare e un po’ nella guerra dei poteri del ‘600 europeo. L’eziologia di questa tragica vicenda ha origine da un documento firmato da un vero diavolo in “persona”, – avete letto bene! –  uno dei tanti che affollavano il basso ventre di Jeanne des Anges, superiora delle orsoline di Loudon. Il demone tentatore in questione si chiama Asmodeus e pare abbia posto la propria sigla su un contratto, conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi e datato 19 maggio 1629, nel quale assicura di abbandonare per sempre il corpo della monaca deforme. Il documento appartiene a una serie di prove, per così dire, “schiaccianti” che nel 1634 spedirono sul rogo Urbain Grandier, parroco di Loudon accusato di stregoneria dal barone De Laubardemont.

La complessità della storia narrata da Russell consente diverse chiavi di lettura; ne individuo tre che per immediatezza e per importanza paiono le più significative al fine di sviscerare il messaggio dell’autore ma anche allo scopo di intraprendere un percorso di onestà storica nei confronti di persone e fatti realmente esistiti. La prima racconta l’ascesa sociale e la decadenza corporea ( ma mai morale!) di Padre Grandier (Oliver Reed in una delle sue migliori interpretazioni), un prete gesuita che seduce i cuori delle vergini di Loudon. Nonostante Jeanne des Anges brami, più sessualmente che altro, la sua presenza in convento, Padre Grandier si invaghisce della dolcezza di Madeleine De Brou, una creatura pura e giusta che diventerà sua moglie. I due coniugi innamorati perseverano nel loro peccato ecclesiastico pur rimanendo ancorati all’amore spirituale per Dio a cui non intendono rinunciare. Una seconda lettura narra la vicenda parallela di Jeanne des Anges (indimenticabile Vanessa Redgrave), madre superiora del suddetto convento, creatura deforme e frustrata per la propria condizione di religiosa. Repressa sessualmente e psicologicamente instabile la giovane donna viene convinta – sotto atroci torture – di essere posseduta dal demonio e spronata ad accusare Padre Grandier di stregoneria. Rifiutata dall’avvenente sacerdote ormai sposato e sostenuta dai consigli del barone De Laubardemont, Jeanne trascinerà alla tortura anche le consorelle orsoline e al rogo Urbain Grandier. È possibile infine leggere questo capolavoro di Russell come la storia di un Cristo, se non de Il Cristo: Grandier è un uomo “nuovo”, portatore di un messaggio rivoluzionario (vedi la questione del celibato su cui si potrebbe aprire un altro capitolo), lontano dalla corruzione morale, ma considerato una spina nel fianco per i grandi poteri (Chiesa e Stato) che governano le sorti del XVII secolo. Innamorato di una Maddalena (una coincidenza?) e incapace di odiare, il prete trova la propria forza dell’atto di un sorprendente perdono per la povera suor Giovanna degli Angeli e per l’intera congiura che lo condurrà a morte certa. Non vorrei rovinare nessun finale però è doveroso sottolineare che la scena della morte/passione, accompagnata da dialoghi in crescente tensione, è una delle più belle della pellicola.

Dietro queste piccole pedine della scacchiera il Potere manovra le strategie del gioco: il cardinale Richilieu con l’intenzione di risolvere la questione dei Protestanti tesse la tela delle convenzioni con il re Luigi XIII dipinto come un omosessuale misogino. Le scenografie di Derek Jarman, ispirate a Metropolis di Lang, che creano un’atmosfera surreale e stilizzata, si pongono volutamente in contrasto con la pomposità degli abiti sfarzosi e barocchi del monarca. La scelta del trucco marcato sui volti delle dame o dei morti colpiti dalla peste richiama uno stile espressionista e a tratti sembra ricordare anche le tradizionali maschere veneziane.

Uscito in Italia nel ’72 (anni cupi per la censura che pochi mesi più tardi avrebbe colpito anche Ultimo tango a Parigi) e accusato di essere la pietra dello scandalo I diavoli costò il posto al milanesissimo Giovanni Roboni che lo elogiò tra le pagine del cattolico Avvenire, ma rese la vita difficile anche ai due grandiosi attori protagonisti, Reed e la Redgrave, a cui venne vietato di mettere piede nel Bel Paese pena il carcere. Quarant’anni dopo la Warner Bros ancora non ha distribuito in dvd la versione integrale del film. Se può interessare a questo link:  http://www.petitiononline.com/Grandier/  trovate una petizione che ne richiede l’uscita.

Guardate questo film e amatelo. Quest’opera di Russell è una sconcertante parabola senza tempo che spiega quanto le facce oscure del Potere siano legittimate – come accadeva nel Medioevo, nel Rinascimento e come accade ancor oggi sotto il nostro naso) dall’abissale ignoranza degli uomini tutti.

L’unico vero posseduto è colui che ama.

 chiarOscura

 

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Regia: Nico D’Alessandria

Interpreti: Gerardo Sperandini, Nadia Haggi, Giuseppe Amodio, Nadia De Donato, Fulvio Meloni

Paese: Italia 1987

 

“L’imperatore di Roma” è probabilmente l’opera più conosciuta di Nico D’Alessandria, regista romano morto nel 2003 a soli 62 anni e quasi sconosciuto in vita. L’opera riprende le avventure quotidiane di Gerry Robertini (interpretato da Gerardo Sperandini, un tossicodipendente capitolino), imperatore di una Roma, per nulla imperiale, popolata da gatti ed erbacce cresciute sulle sue macerie abbandonate. La cornice temporale in cui si inserisce la vita di Gerry è quello dell’Italia anni ’80 e la pellicola di D’Alessandria tenta di riprodurne il clima “tossico-fobico”  in cui si distinse, per grettezza, l’azione del socialismo craxiano. Il film chiaramente rimanda alla poetica pasoliniana dei marginali, riflettendone, tuttavia, i limiti politici ed estetici. Segnalato spesso come film cult, “L’imperatore di Roma” non è propriamente un film, ma un collage di “forme” sullo sfondo della stessa identica canzone. Certo qualche “quadro” si salva: splendide le immagini iniziali di una Roma albeggiante eppure crepuscolare e alcuni ritratti di Gerry, ma un film non è un videoclip né un atto di redenzione verso chi ha perso nella vita.

L’esaltazione dei marginali ha un limite grave, che è quello di tracciare la poetica della subalternità presa prima della sua acquisizione di coscienza. Il subalterno di D’Alessandria, e il subalterno in genere, non si pone affatto il problema della consapevolezza del suo ruolo: è perduto in un limbo e per questo ha ben poco da dire. È uno sconfitto incapace di immaginare un mondo differente, e per questo trova nella tossicodipendenza la sua gabbia ideale, dal momento che la droga, come fra l’altro proprio Pasolini osservava in uno splendido articolo scritto poco prima di morire, è la funzione di supplenza e di surroga di un’incapacità comunicativa . Il marginale, compreso il protagonista del film, non è il soggetto di nessuna storia degna di nota: non ha un’identità e nel riprenderlo gli si pratica qui una forma di indulgenza cattolica ancora più limitante che nell’opera di Pasolini perché più povera esteticamente. Non entusiasma il tentativo di rendere l’immediatezza attraverso il dilettantismo né, fra l’altro, convince lo sforzo di descrivere la vita di Gerry nella sua crudezza. Vige un’autocensura, tipicamente italiana e introiettata negli stili artistici più diversi, per cui anche le rappresentazioni più dure passano attraverso la mediazione del “riserbo” così che la pretesa immediatezza lascia una forte impressione di artificialità. Fare cinema, invece, significa essere consapevoli del mezzo che si utilizza e che proprio l’abilità nell’utilizzo di un’arte mediata consente quel realismo poetico della descrizione cui questo film mira senza però raggiungere il proprio scopo.

La perifericità di Gerry è più marcata di quella dei cafoni pasoliniani perché ancora più periferico è diventato il Paese in cui vive: un’Italia arricchita sul vuoto come quella degli anni ’80 e che dietro il pennacchio del secondo miracolo economico nascondeva una povertà umana di cui oggi ancora subiamo le conseguenze. Soprattutto ancora più periferico è diventato l’occhio di chi la riprende, quella realtà. Identificare nel marginale il soggetto della propria arte significa votarsi all’afasia e al fallimento: così come la droga non ha prodotto altro che macerie, desertificando le piazze e facendo ridondare il silenzio, la vita di un tossico senza altre ragioni per essere al mondo oltre la propria dipendenza finisce col rivelarsi semplicemente insignificante. L’antagonismo dei marginali produce vuoti che si possono riempire con la bellezza delle immagini, come in questo caso, senza riuscire a fugare la presenza di quel vuoto e l’impressione di una forte debolezza estetica.

La distribuzione delle droghe, avvenuta massicciamente e in certi casi gratuitamente nel corso degli anni ’70, non è stato un caso ma il risultato di un crimine studiato e programmato al fine di sostenere un riflusso di cui qui si osservano gli effetti e non le cause. Questa assenza di causalità storica attraversa tutto il film allo stesso modo in cui innerva la cultura fragile e fallimentare di cui esso è imbevuto: un’occasione sprecata, tuttavia utile perché l’indicazione di un limite può essere sempre servire da opportunità per il suo superamento.

 

 

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Regia: Ursula Meier

Interpreti:Isabelle Huppert, Olivier Gourmet, Adélaïde Leroux, Madeleine Budd, Kacey Mottet Klein

Paese: Svizzera, Francia, Belgio, 2009

 

Dopo una serie ultradecennale di corti e documentari la regista francese (ma con cittadinanza svizzera) Ursula Meier approda al lungometraggio con Home, una storia che potremmo definire la rappresentazione di un dramma psicologico collettivo. La trama non appare particolarmente accattivante ma gli spunti e le riflessioni che offre la storia, co-sceneggiata dalla stessa Meier, evitano di inciampare in banalità o stereotipi di gusto commerciale.

 

Marthe e Michel (Isabelle Huppert e Olivier Gourmet) vivono con i loro tre figli a ridosso di un’autostrada mai aperta alla circolazione, ma quando, dopo molti anni, viene finalmente inaugurata, la strada diviene un crocevia ininterrotto di macchine che sfrecciano ad altissima velocità. Problemi di traffico, di inquinamento e di assordante rumore si affacciano sulla tranquilla vita di questa famiglia un po’ scapigliata ma in fondo molto onesta. La storia della Meier si risparmia fortunatamente quel conformismo che descrive l’ambiente familiare secondo precisi dogmi cattolico-perbenisti. Crolla il perbenismo quando fratello e sorella fanno insieme il bagno, quando il padre ha sotto gli occhi una figlia adolescente nuda e negli occhi dell’uomo non si intravede nemmeno un pizzico di malizia. In Home non c’è spazio insomma per la famiglia buonista di Happy Days perchè i rapporti interfamiliari tra le persone che condividono il medesimo nido domestico sono così inaspettatamente trasparenti da lasciare sconvolto anche il pubblico più candido e virgineo. Eppure la forza di questa famiglia è proprio l’anticonformismo che rivela una naturalità innocente. Un collante comunicativo fortissimo che fa di ogni personaggio della storia un vero protagonista a tutto tondo, interessante e mutevole.

 

Home è una pellicola che richiede estrema attenzione da parte dello spettatore e che rimette in discussione un modello familiare a cui forse il pubblico è stato abituato per troppo tempo. Tuttavia non si tratta strettamente un film sulla famiglia e sulle problematiche ad essa connesse, piuttosto è un racconto claustrale che rappresenta la privazione graduale dello spazio a cui le persone sono intimamente legate, a cui le persone dedicano la propria vita, uno spazio che, evocando sentimenti e stati d’animo, unisce le persone e consente loro di intrecciare rapporti d’amore, in qualsiasi forma lo s’intenda. L’idea centrale di “casa” procede oltre il concetto di famiglia e si concentra sull’esigenza dell’uomo di plasmare i luoghi che insedia – forse a propria immagine – con l’unico scopo di perpetuare l’esistenza nel migliore dei modi. Quando il meccanismo viene bloccato si verifica l’implosione, una sorta di fuga da dentro che lo costringe a chiudersi in se stesso e a nascondersi nel luogo che occupa estromettendo il mondo esterno. Pensiamo all’architettura urbana europea del secondo Dopoguerra e agli appartamenti che metaforicamente imprigionano l’uomo moderno costretto in uno spazio ridottissimo; un sistema che consente agevolmente di usufruire di tutti i servizi (bisogni?) che la metropoli offre.

 

Le ossessioni di Marion e Julien si stringono intorno ad affanni più grandi delle loro aspettative: l’inquinamento del territorio, le conseguenti e probabili malattie, la distanza dal mondo esterno, l’immersione totale e confusionaria nel traffico di una statale. Un rumore repentino che non ha una fine e che sarà sempre alienante per i personaggi di Home come per lo spettatore. Se i due ragazzi si rinchiudono in un buffo scafandro e controllano sistematicamente ogni centimetro della loro pelle è perché sanno che non potranno fuggire ma soltanto rimanere e limitare i danni fisici per quanto sia loro concesso. Ma il danno psicologico? Chi incarna al meglio il senso di claustrofobia è il personaggio di Marthe (una Isabelle Huppert strepitosa), una donna bizzarra, nostalgica degli anni Sessanta (come sottolinea il suo vestiario) un’amante materna e lucidamente folle. Marthe è il motore della vicenda, impazzita e ribelle ma profondamente ancorata alla sua casa, al suo luogo. Nel cast spicca la presenza di Kacey Mottet Klein che interpreta il ragazzino Julien. A lui viene affidato un ruolo difficile e complesso che asseconda le stranezze della madre e che avvicina tra loro le figure dei genitori in un momento drammatico. Compensando la mancanza d’amore le relazioni familiari tra i componenti si possono ancora salvare attraverso gli individui puri e innocenti.

 

Presentato a Cannes08 durante la Semaine de la Critique, Home è uno tra gli specchi più efficaci che il cinema si concede di questi tempi e che riflette la realtà attuale descrivendo un uomo che convive faticosamente tra le sue paure più spaventose. Vi è una calibrata distorsione della realtà che ricorda un po’ l’inquilino del terzo piano di Polanski ma possiede anche qualche inserto fantascientifico soprattutto nelle sequenze degli operai presi ad asfaltare la strada adiacente la casa. Tutto volto insomma a evidenziare quel distacco innaturale tra le persone che agiscono nell’indifferenza più spietata, un atteggiamento che deteriora anche i rapporti più intimi, quelli familiari appunto. Come nella migliore tradizione francese il direttore della fotografia è donna e in questo caso si tratta di Agnès Godard, un nome di tutto rispetto tra i cinematographer d’Oltralpe. Quello di Ursula Meier – complice anche la presenza di ottimi attori – è senza dubbio un esordio promettente che lascia intravedere novità all’orizzonte. Prendetelo come un racconto morale alla Rohmer solo con un pizzico di psicologismo in più.

 

chiarOscura

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Regia: Federico Bondi

Interpreti: Ilaria Occhini, Dorotheea Petre, Corso Salani, Vlad Ivanov, Maia Morgenstern

Paese: Italia, Francia, Romania, 2008

 

 

 

Una favola un po’ amara che racconta un vissuto dal sapore autentico e che indaga sulla Terza Età. Così si potrebbe definire il lungometraggio del giovane fiorentino Federico Bondi che uscirà nelle sale italiane il prossimo 30 gennaio. La storia narra la vicenda intima di due donne molto diverse per ragioni di età e per motivi culturali che, attraverso la convivenza domestica, riscoprono un sentimento e un’intesa irripetibile. Le protagoniste sono Gemma e Angela (interpretate da Ilaria Occhini e Dorotheea Petre), l’una anziana e sola con un figlio sistemato in un’altra città, l’altra giovane e romena arrivata in Italia per fare la badante. Nonostante le riserve astiose di Gemma la giovane ottiene il lavoro imparando pian piano ad accudire una donna sconosciuta e spesso volutamente scorbutica. Angela, che ha lasciato un marito in patria in cerca di soldi per costruire con lui una futura famiglia, non si lascia intimidire e con una dolce determinazione affronta il carattere ostile dell’anziana, riuscendo a portare in casa una ventata di freschezza. Gemma nel frattempo si abbandona gradatamente a un disinteressato scambio di confidenze venendo a conoscere le aspettative e le intime paure di una donna spaesata – nel senso letterale del termine – ma profondamente onesta e rispettosa. Inaspettatamente le due si trovano coinvolte in una deliziosa amicizia che concede felicità a Gemma e nuova fiducia a Angela. I problemi sopraggiungono quando il compagno di Angela interrompe ogni comunicazione dalla Romania costringendo la ragazza a prendere suo malgrado la decisione di partire per chiarire la loro situazione di coppia. Per Gemma sarà l’occasione per ricambiare il bene e le attenzioni finora ricevute.

 

Girato interamente in digitale Mar Nero è il frutto di ricordi d’infanzia dello stesso autore: Gemma era la nonna e Angela la sua badante. I due personaggi femminili posseggono la delicatezza e l’autenticità della realtà. Pur descrivendo un quadretto familiare ormai tipico italiano (anziano solo con aiutante straniero a cui offrire vitto e alloggio) la storia ha veramente poco di stereotipato. I livelli di interpretazione in questo film sono molteplici: due donne sole che si completano vicendevolmente, l’abbattimento dei pregiudizi razziali, un’amicizia sincera. Una domanda poi sorge inquieta: un Paese che non è in grado di prendersi cura dei propri anziani è davvero moderno e avanzato? Federico Bondi ha voluto raccontare semplicemente una storia, e diciamocelo tranquillamente nemmeno poi tanto fuori dall’ordinario, ma lo ha fatto soffermandosi sui dettagli che tutti noi omettiamo sistematicamente quando si discute intorno all’emigrazione: cambiare abitazione, confrontarsi con nuove abitudini, la paura di aver distrutto quello che ci si lascia alle spalle e forse non avere la certezza di ritrovare gli affetti lontani. Sono tante minuscole lacerazioni intime che generano sofferenza, disagi e incomprensioni. L’uomo di ogni tempo aspira a un futuro più certo per propri i figli e concludere di spostarsi presso un luogo diverso da quello natio, o più meritevole del precedente, diventa puramente un atto d’amore se compenetrato da una sentita rinuncia.

 

Delicato, quasi poetico, l’inserto dell’uomo che in barca attraversa il letto del fiume per recarsi al lavoro al sorgere del sole. Un momento “purificatorio” che conduce per mano lo spettatore verso riflessioni lucide e attuali. L’amicizia tra Gemma e Angela non è – ripeto – una storia sui generis ma piuttosto uno scorcio della biografia dell’autore che racconta il legame indelebile tra due persone che hanno deciso prima di comprendersi e poi di aiutarsi. In alcuni momenti il film cade in qualche facile sentimentalismo ma non siamo nel mezzo di un vero melodramma pur trattando una storia tutta al femminile. La grandezza di Ilaria Occhini (ha lavorato tra gli altri con Luchino Visconti e Ronconi) conferma che la gavetta teatrale forgia i migliori attori anche in ambito cinematografico; meritatissimo è infatti il premio come miglior attrice al 61mo Festival di Locarno. Brava anche l’attrice romena Dorotheea Petre (vincitrice nel 2006 a Cannes nella sezione Un Certain Regard  per la migliore interpretazione femminile) nel ruolo di una donna che, come altre centinaia al momento nella nostra civilizzata Italia, si fanno portatrici di una memoria, uno scrigno di saggezza e senilità che altrimenti andrebbe perduto.

Le distanze di un mare sconosciuto vengono rese abissali se avvelenate dal nero del pregiudizio a cui non siamo in grado di rinunciare. Solcare questi mari ci farà scoprire che le isole tra loro non sono poi così lontane.

 

chiarOscura 

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“Se i nostri dèi e le nostre speranze non sono altro che fenomeno scientifici allora dovremmo ammettere che anche l’amore è scientifico”.

 

 

Regia: Mamoru Oshii

Paese: Giappone, 2004

 

Siamo alla fine degli anni Ottanta quando una nuova tendenza che affonda le radici nella fantascienza classica emerge ormai evidente nelle storie visionarie create da giovani autori e sceneggiatori di tutto il mondo; si tratta della cosiddetta scuola Cyberpunk, termine usato per la prima volta da Bruce Bethke, scrittore americano forse non molto noto e in cerca di un titolo per un suo racconto del 1980. Il neologismo così coniato ebbe immensa fortuna e da lì a qualche anno andò a identificare quel genere letterario di cui Blade Runner fu diretto precursore. In tale contesto evidentemente non ancora stabile e caratterizzato dall’evoluzione tipica delle contaminazioni esterne nasce la saga di “Ghost in the Shell”, un appassionante manga giapponese che unisce la tecnologia e la filosofia con elementi di biologia e sociologia, tutte discipline di cui il creatore Masamune Shirow ne è evidentemente un critico attento e assennato. L’universo ipertecnologico con cui l’uomo moderno è costretto a rapportarsi diviene dunque la nuova sfida del futuro.

 

E un’abile prefigurazione ne è la trasposizione cinematografica ad opera di Mamoru Oshii, maestro vivente dell’animazione filmica e autore de “L’attacco dei Cyborg” internazionalmente conosciuto come “Innocence”. Il lungometraggio, che partecipò alla selezione ufficiale a Cannes (uno dei rari film in animazione che figura in concorso al Festival), è arrivato nelle sale giapponesi nel 2004 per approdare in Italia due anni più tardi. Sequel di Ghost in the Shell del ’95, il film è in realtà una storia del tutto autonoma che trae ispirazione da un unico capitolo dell’omonimo fumetto.

È il 2032 e quella porzione di umanità scampata all’estinzione tenta a fatica di convivere con replicanti artificiali, robot e cyborg, spesso difficili da distinguere poiché perfettamente identici agli essere umani in ogni dettaglio. Il protagonista Batou è il glaciale detective della Polizia, un uomo schivo e solitario ma anche estremamente sensibile e malinconico. Nel primo episodio della serie il maggiore Motoko Kusanagi, cyborg della polizia e collega di Batou, viene data per dispersa nell’immensità della “rete”, una perdita incolmabile per il detective che spesso ne lamenta la mancanza. Fiancheggiato dal giovane Togusa, Batou indaga su misteriosi omicidi ad opera di ginoidi, ovvero androidi femminili creati esclusivamente come strumento sessuale e prodotti in serie dall’azienda Locus Solus. In prima battuta l’attenzione si rivolge verso il movente terroristico ma ben presto emerge una scomoda verità, quella che vede le ginoidi dotate di un’anima umana, appunto una “ghost”. Ed è proprio tale caratteristica a renderle un prodotto esclusivo.

 

Questo secondo episodio di Ghost in the Shell rappresenta una grandissima riflessione sul futuro dell’intera umanità, sull’autocoscienza dell’uomo e sulla lotta contro l’estinzione. È difficile credere a un mondo futuristico in cui gli esseri umani si priveranno del corpo per allontanare i danni dell’invecchiamento. Eppure il concetto di uomo-macchina – e qui le citazioni filosofiche e letterarie si sprecano –  non è una realtà tanto assurda o estranea come può sembrare. Il racconto apre lo scenario a diversi livelli di interpretazione fra cui, forse il più significativo, quello che riguarda l’identificazione dell’uomo in un quasi dio in grado di creare la vita a propria immagine eliminando però le imperfezioni che rendono dolorosa l’esistenza sensoriale. C’è qualcosa che dunque lo avvicina al divino e specularmente lo rende simile, se non identico, al suo perfetto duplicato artificiale? Le musiche paiono canti salmodianti che esprimo tutta l’inquietudine di fronte a tale quesito. I protagonisti di Ghost in the Shell sono eroi moderni che non posseggono l’integrità di un dio idealizzata ma piuttosto il turbamento romantico di un’umanità tesa a confrontarsi con sentimenti contrastanti, ricordi annebbiati e dubbi morali. L’umanità intera presentata da Mamoru Oshii è come un corpo sanguinolento, provato da un antico martirio, un nuovo Cristo che si flagella sulla croce ma questa volta senza remissione dei peccati perché la resurrezione non è contemplata. E allora perché procedere instancabilmente verso la perpetuazione di noi stessi? A tal proposito Batou è il solo che fornisce una via di riflessione ricordando al suo giovane collega che quello che il corpo crea è nient’altro che un’espressione del DNA quanto e come il corpo stesso. I sistemi entro cui gli esseri umani organizzano la propria esistenza non sono che estroflessioni di una memoria interna, o meglio ancora, sono la manifestazione in scala più ampia di un codice intrinseco spesso sottovalutato. Osservazioni all’apparenza banali ma che vanno a toccare tratti significativi dell’antropologia umana e animale intrecciandosi con considerazioni di ordine etico e genetico e spingendosi fino all’ipotesi dell’esistenza di un altro genere di essere vivente, non terrestre, o semplicemente sconosciuto. Nell’universo cyberpunk di “Innocence” le anime sono software che vagano nell’immensa rete esattamente come il maggiore Motoko che non sa dirsi ne triste ne felice, ma semplicemente libera da dubbi e dai rimorsi. Inutile dirlo, siamo molto oltre la Matrix dei fratelli Wachowski.

 

Un capitolo a parte meriterebbe l’animazione in 2D combinata con la computer-grafica 3D, tecniche che danno vita a un realismo sopraffino. L’effetto scenico di alcune immagini (le immense architetture gotiche per esempio) non ha a mio avviso pari nella storia dell’animazione moderna. Le immagini del capitolo denominato “Il regno dell’anarchia” sono veri e propri quadri in movimento dal vago gusto onirico. Diverso da quello della Pixar, il tratto di “Innocence” è volto a ricreare un’immagine di realismo direi quasi maniacale, tipico dell’immaginario orientale, dove anche il particolare ha un’attenta collocazione nella complessità della storia. Anche l’immagine della locandina, poi usata come copertina del dvd, ha un che di geniale: il cane di Batou in compagnia dei resti di una ginoide rappresentati insieme formano un bizzarro accostamento, come a dimostrare che, contrariamente agli uomini, animali e cyborg conservano qualcosa che va oltre una umanità surrogata. L’oggetto del nostro amore è quella persona o cosa di cui ci occupiamo, è “l’altro” che gode delle nostre attenzioni, che esiste a prescindere, autonomo, slegato, libero. E non ha nulla di che spartire con la contemplazione vanitosa del sé.

Su “Ghost in the Shell” c’è tanto altro da dire e da osservare ma preferisco terminare qui le mie personali dissertazioni su questo splendido film, sperando di aver comunque incuriosito il nostro lettore. Una pellicola cyberpunk di un grande autore che riscopre l’intensità della fantascienza e le sue infinite potenzialità pre-visionarie. 

 

chiarOscura 

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In occasione dell’annuncio per la corsa agli Oscar del film di Garrone proponiamo la recensione del film apparsa per la prima volta sul numero XV (giugno 2008) della rivista di critica KINOKINO.

 

Regia: Matteo Garrone

Interpreti: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo

Produzione: Italia, 2008

 

 

Quando verrà pubblicato questo pezzo il Festival di Cannes si sarà già concluso e io mi auguro che per allora il nuovo film di Matteo Garrone avrà strappato almeno un premio durante il prestigioso appuntamento francese. Sì, perché questa pellicola, oltre a raccontare una storia difficile e “vera” (informativamente parlando), testimonia un lume artistico di grande spessore che l’Italia cinematografica ha perduto e che sembra non adoperarsi per recuperare.

 

Dopo la vittoria con “L’Imbalsamatore” come miglior sceneggiatura ai David di Donatello, per il regista romano si è aperta una fase in piena ascesa che lo ha portato a dirigere Primo amore nel 2003 ispirato al romanzo “Il cacciatore di anoressiche”. E ancora un libro è lo spunto per il nuovo lungometraggio. Si tratta del romanzo-denuncia di Roberto Saviano dall’omonimo e apocalittico titolo “Gomorra”. Prodotto da Fandango e sovvenzionato dal Ministero dei Beni Culturali, il film è stato girato – non poco indisturbato – a Scampia, quartiere periferico di Napoli e covo della criminalità organizzata. Qui si intrecciano le storie di più persone comuni che tentano di convivere e di sopravvivere accanto alla Camorra, unico vero punto di riferimento della popolazione campana quando lo Stato si eclissa. Garrone mostra esecuzioni velocissime con un sottofondo musicale flokloristico in pieno contrasto visivo e sonoro. Le luci illuminano solo i volti dei ragazzini impauriti, come Totò, che indossano i giubbotti antiproiettile per provare il loro coraggio. Le luci illuminano l’antro abbandonato della villa a Casal di Principe confiscata a Walter Schiavone, il boss del clan dei casalesi. Ciro e Marco qui si sentono come i protagonisti di Scarface. Una visione domina dall’alto il cemento impregnato di sangue e un uomo che tenta di non calpestare i cadaveri si fa largo tra quei corpi che 30 secondi prima erano vivi. In “Gomorra” il sole non è mai abbagliante come a indicare che su Scampia le nuvole rimarranno ancora a lungo. I sorrisi sono tirati, gli amori non esistono, le persone sopravvivono e basta.

 

Chi ha letto il libro capirà che la storia è pressoché identica e noterà che nella sceneggiatura Saviano ha operato in sintonia con le esigenze cinematografiche, cambiando soltanto la tempistica degli avvenimenti. Sia lo scrittore che il regista non mettono mai in scena il cosiddetto barlume di speranza in fondo al tunnel: una facile retorica che creerebbe una distorsione del “reale” rappresentato. Forse che per i campani non ci sia più speranza? Credo piuttosto che questa visione apocalittica rappresenti un monito per cercare la fiducia scomparsa tra coloro che combattono la Camorra ogni giorno. Ma gli altri? Gli italiani del Nord che ruolo hanno? La borghesia cittadina del Settentrione vive in un’illusoria bambagia a causa della quale pensa di non essere direttamente coinvolta, ma si dimentica che il “Sistema” si nasconde nei vestiti firmati, nel cibo che acquistiamo, nei rifiuti di cui pensiamo di liberarci. Il “Sistema” possiede le caratteristiche del classico effetto boomerang: non è lontano il tempo in cui tutto si ritorcerà contro. E infatti non poteva mancare in un film come “Gomorra” il problema dello smaltimento dei rifiuti rappresentato dagli affari di Franco (sempre un grandissimo Toni Servillo) con il suo assistente Roberto. A costi bassissimi e in tempi da record la Camorra provvede a far sparire i rifiuti delle aziende del Nord senza che nessuno abbia il tempo di ribattere o di controllare. Gli effetti di questo losco traffico saranno nei frutti appena colti che uno dei protagonisti è costretto a gettare.

 

La pellicola è uscita il 16 maggio 2008 ed è il prodotto di una splendida collaborazione tra uno scrittore che vive sotto scorta perché racconta la verità e un regista coraggioso che mette in scena il cinema attraverso un impianto simil-pittorico. L’attenta analisi tra le luci e le ombre, i colori, la fotografia, le tonalità del paesaggio sono la testimonianza di un passato maturato nella pittura. Musiche, che vedono la partecipazione dei Massive Attack, e dialoghi sono perfetti. Nonostante questo prezioso lungometraggio significhi una boccata d’aria fresca per il nostro cinema ormai troppo abituato al peggio (cinepanettoni, Muccino &co.), “Gomorra” resterà probabilmente un film di nicchia al quale il pubblico riserverà purtroppo una tiepida accoglienza. La massa che va al cinema, in cerca solo di intrattenimento, non è ancora pronta per accogliere un regista come Garrone e per questo credo sia stata indovinata l’idea di non portare la pellicola ai David italiani bensì a Cannes. È necessaria una pressione mediatica internazionale per dare visibilità a un autore in grado di interpretare il moderno.

 

E Matteo Garrone lo sa fare molto bene. “Gomorra” racconta quello che la tv e i giornali non rivelano. Ma in Italia siamo fatti così: ci si dispera solo a danno compiuto. Dunque non resta che fare gli auguri a Bossi e a tutti quelli che lo sostengono perché, come spesso accade, hanno palesemente sbagliato nemico contro cui puntare i fucili.

 

chiarOscura

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