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Archive for the ‘Se proprio non hai niente da fare…’ Category

Regia: Alejandro Gonzáles Iňárritu

Interpreti: Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael Garcia Bernal, Adriana Barraza, Rinko Kikuchi

Paese: USA – Messico – Giappone (2006)

“Babel” è un brutto film nato da una buona idea e da un’intuizione intelligente, anche se non eccezionalmente originale. La buona idea è quella che il mondo globale vada visto indossando gli “occhiali” dell’interdipendenza. L’intuizione intelligente è che il processo di avvicinamento alla globalizzazione abbia portato con sé una crisi dei meccanismi di assicurazione tradizionali del singolo, come quelli codificati dentro la forma storica degli Stati-Nazione, dalla cui crisi riemergono quelle vecchie forme di sostegno che erano e sono caratteristiche della cosiddetta “società civile”, su tutte la famiglia. A guardarlo bene questo processo somiglia tanto a un processo a ritroso rispetto alla dialettica hegeliana, la cui visione progressiva conduceva alla razionalità dello Stato-Nazione dopo essere passata per la fase individuale e quella familiare. La consapevolezza della crisi dello hegelismo e della sua traduzione politica, che poi è quella forma istituzionale in cui noi siamo vissuti tra la fine della Rivoluzione francese e il 1989, costituisce il senso comune più robusto per iniziare a comprendere la realtà del nostro tempo senza farlo con l’atteggiamento dei gatti ciechi e rispondendo a questo dato di fatto “Babel” rappresenta almeno un inizio. Purtroppo il film non va molto oltre questa fase iniziale e anzi si arena presto lasciando allo spettatore il dubbio di capire per quale assurda ragione un film così patetico, melodrammatico e per larghi versi altamente improbabile sia riuscito a vincere addirittura un Festival di Cannes per la migliore regia. Certo anche su questo ci sarebbe da riflettere più approfonditamente, perché dalla cancrena dei gusti estetici spesso si può risalire a ragioni di decadenza ben più profondi di un’intera società, ma per il momento soffermiamoci sul film.

L’opera di Inarritu è impostata a un pessimismo disarmante quanto giustificatorio – perché se tutto fa schifo è normale che continui a fare sempre più schifo – che trova la sua corona nella pessima dedica finale del film – Ai miei figli che sono la luce più luminosa nella notte più oscura – dove non si capisce bene se il riferimento sia a una condizione personale del regista oppure, come sembra emergere dal film, a quella Babele di linguaggi che è il mondo globale. In quest’ultimo ogni azione sembra destinata a sfociare in tragedia ma con un effetto e una rappresentazione negativa del mondo che diventa noiosa e stancante in proporzione al modo in cui gli elementi drammatici del film vengono piegati a questa esigenza. Due scene su tutte meritano la palma dell’assurdo e sono quella in cui un ordinario ragazzo messicano interpretato da Gael Garcia Bernal improvvisamente dà di matto e semina la polizia alla frontiera tra Messico e Stati Uniti rovinando professione e vita della donna, sua zia, che avrebbe dovuto accompagnare a casa e quella dell’omicidio del giovane pastore marocchino a causa di una polizia che si dedica a un tiro a segno sproporzionato su di lui, sul padre e sul fratello minore. Due scene, tra l’altro, fondamentali nell’equilibrio del film e che però non hanno alcuna ragione d’essere. Non che si voglia qui fare un elogio del realismo, anzi, ma il punto è che l’improbabilismo, termine che si può coniare ad hoc per questa opera, non mi pare porti a qualcosa di meglio. Improbabile se non assurda, è, inoltre, la concentrazione spaziale, simultanea e relazionata di così tante disgrazie sugli stessi nuclei familiari così da lasciar trasparire un indubbio debito contratto verso le soap operas nella costruzione delle trama. A tratti “Babel” sembra sprofondarti in una specie di “Un posto al sole globale” dove si è attanagliati dallo stesso analogo dubbio che l’impiego di tanti colpi di scena e degli stessi attori sia un espediente per risolvere qualche crisi occupazionale e non l’effetto di una scelta artistica e se questo ultimo dubbio è consolato e fugato dalla presenza di attori di grido e non certo disoccupati come Kate Blanchett e Brad Pitt, ciò rimane pur sempre una consolazione da poco rispetto alla prova di un Pitt che sta al cinema come un capibara sta all’eleganza  (Kate Blanchett almeno viene mandata in stato di non nuocere fin dal principio da un colpo di fucile).

La stessa rappresentazione visiva della Babele linguistica, infine, non va certo molto oltre questa immagine oleografica, per quanto alla rovescia, del mondo globalizzato. Il Messico colorato e rumoroso delle feste matrimoniali, così  come il deserto marocchino e i grattacieli nipponici sono le tessere di un mosaico da cartolina, per quanto tragica e sconsolata, che lascia trasparire piuttosto l’idea di un turista che quella di un viaggiatore o, tantomeno, di un grande regista.

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Regia: Quentin Tarantino

Interpreti: Uma Thurman, David Carradine, Lucy Liu, Vivica Fox, Sonny Chiba, Daryl Hannah, Michael Madsen, Julie Dreyfus, Chaky Kuriyama, Michael Parks

Paese: U.S.A. (2003)

Kill Bill, e poca differenza fa se il primo o il secondo volume, pur essendo quest’ultimo di livello probabilmente superiore, incarna alla perfezione lo stereotipo di un cinema inteso come branca più sviluppata della cosiddetta “industria culturale”. La riproduzione in due volumi della “saga” sullo schermo è indubbiamente preparata per vendere, e che per questo è stata preceduta da una campagna pubblicitaria oculata quanto “intelligente”, e per far vendere: un film, quindi, indubbiamente pensato al fine di formare mercato e consumatori, non casualmente costruito su due continenti particolarmente popolosi e studiato in modo da fare convergere gli stilemi del cinema di commercio delle due nazioni continentali più ricche – ossia U.S.A. e Giappone – senza andare troppo per il sottile. La stessa “personalità” dei personaggi – che ovviamente ne sono quasi del tutto privi – fa pensare, principalmente, a una scelta dei caratteri finalizzata a vendere gadgets o giocattoli a forma di Uma Thurman in giallo e Daryl Hannah in nero.

L’assenza di alcuna profondità dei protagonisti fa si che il film di Tarantino resti al livello di pura, e spesso brillante, esteriorità, condannando Kill Bill al gioco impietoso della contingenza che, di fronte al passare del tempo, svela la propria caducità. Il film, infatti, è poco più che un fumettone, e forse per questo la parte migliore della pellicola è proprio il cartoon-cammeo che spiega la storia di O-Ren Ishii. Un fumettone dalla scontata imprevedibilità, dove l’obbligato lieto fine del secondo volume fa da contraltare all’irrealismo, alla fine stancante, delle vicende di cui si rende protagonista la “sposa” nel compimento della sua vendetta. Un irrealismo, quello di Kill Bill, che va comparato, con la splendida, perché plausibile, geniale imprevedibilità di Pulp Fiction, capolavoro che ha esaurito il cinema di Tarantino lasciando una esigenza di cassetta al posto del vuoto. L’irrealismo così scontato nella sua assurdità condanna questo film a essere niente altro che uno svago industriale.

Kill Bill, inoltre, è un’opera etnocentrica che riproduce una visione dell’Oriente e del suo cinema pressoché del tutto funzionale a un immaginario americano ricalcato sui b-movie degli anni ’70, un immaginario niente affatto neutro perché imperialistico, anche se non imperiale, abbastanza goffo e incapace di esprimere una idea non americanizzata di quel mondo eppure così complesso.

Il costante riferimento al tema della vendetta, infine, è anch’esso ben distante dall’importanza che questa passione assume oggi nella società globale; se questa passione, infatti, rappresenta il senso di tempi, come i nostri, in cui si è verificata una evidente crisi di legittimità di Stati nati per regolare le vendette private attraverso l’esercizio del diritto e della forza, al tempo stesso questa passione, nell’economia del film, non svolge affatto questo ruolo ma resta anch’essa confinata a puro espediente per fornire di un nesso le azioni e gli improbabili combattimenti. E proprio il tema della vendetta ci consente di richiamare, come modello positivo, il miglior cinema orientale che, fuori dagli stereotipi utilizzati consapevolmente da Tarantino, ha trattato in ben altro modo questo tema, soprattutto nelle opere del regista sud-coreano Chan Wook Park, dallo stesso Tarantino apertamente invidiato e che però, a differenza di quest’ultimo, ha avuto il coraggio e l’intelligenza di rappresentare quella passione distruttiva senza farsi imbonire dalle logiche del mercato.

Kill Bill è quindi un film divertente, da intrattenimento, in cui risalta almeno la felicità degli accostamenti tra immagini e la colonna sonora scelta per cadenzarle, ma che lascia l’impressione di un prodotto a uso e consumo di una ristretta cerchia di soli “contemporanei”.

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Regia: Michele Placido

Interpreti: Luca Argentero, Jasmine Trinca, Riccardo Scamarcio, Massimo Popolizio.

Paese: Italia 2009

Per giudicare “Il grande sogno” – l’ultima “fatica” di Michele Placido – basterebbe ascoltare l’insulsa canzoncina finale, credo cantata dalla figlia Violante, prestando attenzione alle parole e al ritmo. Il testo è un susseguirsi di ovvietà ammantate di nostalgia e melensa retorica che quasi ti viene da chiederti se il ’68 sia stato davvero un tentativo fallito di rivoluzione oppure l’ennesimo esempio di vacuo ribellismo italiano.

Chi scrive, nonostante la corrività dell’analisi storica dei tempi a me contemporanei, ha sempre avuto ben pochi dubbi nella catalogazione di quello che venne definito “l’anno dei miracoli” tra le rivoluzioni fallite, ossia tra le non rivoluzioni, che tuttavia hanno cambiato, in meglio, il nostro modo di vivere al mondo. Tuttavia, questa assodata certezza vacilla, e tanto, di fronte a un’opera che vuole apparire di testimonianza e risulta essere, infine, testimone di un residualismo e di una provincialità tutte italiane che certo, all’occhio di chi tra le varie passioni annovera anche quella dello studio della storia, non possono che richiamare una lunga tradizione di subalternità intellettuale evidentemente non scalfita dalla contestazione, par exellence, delle tradizioni.

Nel tentativo di rappresentare gli eventi della grande storia insieme ai tracciati individuali dei protagonisti del film, il regista non riesce a raggiungere alcun equilibrio. Il risultato è quello di un’opera troppo schiacciata sulle vicende individuali dei protagonisti, malamente costellata di immagini “d’epoca” usate e abusate, giustapposizione forzata tra due livelli che la volontà vorrebbe comuni e che i “fatti” vedono semplicemente scollegata.

Quello di Placido non è un film ma una lettera scritta male ai personaggi che hanno segnato la sua esperienza post-adolescenziale. La stessa scelta degli attori, quelle piccole icone dell’altrettanto piccolo star system italiano che rispondono ai nomi di Luca Argentero, Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca, tradisce la superficialità nell’approccio a un tema così complesso. La scelta del gruppo attoriale non è particolare da poco, perché gli interpreti non sono certo elementi neutri nei film costituendone, anzi, quella visibilità immediata in cui assenza il film nemmeno ci sarebbe. E quale viso prende un film sul ’68 che affida la propria espressione a un prodotto del “Grande Fratello”, a un interprete di asessuate pornografie adolescenziali in salsa Moccia e al prezzemolo Trinca che sta su tutto senza dare sapore a niente?

Questo ’68 ha il viso perennemente imberbe dei figli di papà e dei buoni ragazzi della provincia meridionale, che sono diventati attori in alternativa a una carriera da modelli o da centravanti del Fidelis Andria, ha l’aspetto insignificante della barba posticcia sul mento di Argentero, ha le fattezze della bonomia urtante di Massimo Popolizio. Il film di Placido  finisce per non fare paura a nessuno, non trascina nemmeno nei suoi momenti di impatto drammatico, come le vicende di Avola che meriterebbero ben altro spazio nella nostra produzione artistica se questa si ricordasse di guardare qualche volta oltre il proprio ombellico, è un palese e contraddittorio invito alla rassegnazione e all’antagonismo individuale.

Eppure le questioni trattate erano di importanza primaria; l’emigrazione meridionale, l’antagonismo visto dall’altra parte della barricata, quella delle forze dell’ordine, le lotte sociali e quelle studentesche, l’emancipazione dei costumi e il conflitto dentro la famiglia cattolica. Tutti temi decisivi della nostra storia recente e che non sono mai stati trattati adeguatamente da un cinema vigliacco e barbaro che ha lasciato a un regista assolutamente privo di talento, come Nanni Moretti, il ruolo di descrivere, malissimo, gli anni più complessi e drammatici dell’Italia repubblicana, e che, una volta trattati come in questo caso, hanno preso l’inconfondibile e odioso tono del melodramma.

Infine non può passare sotto silenzio la scelta della casa di produzione, la Medusa di Silvio Berlusconi, né l\’atteggiamento isterico di Placido, alla recente mostra di Venezia, che, di fronte a una domanda in proposito di una giornalista spagnola, ha tirato fuori un capolavoro di ristrettezza mentale, dispensando urla e insulti decisamente fuori luogo, a chi, di mestiere, le domande scomode dovrebbe sempre farle (ma forse l’atteggiamento del produttore è passato a quello del regista, senza un’analoga denuncia da parte della stampa “liberal” italiana che al solito le sue battaglie le conduce a tassametro). Il ’68 è stato vissuto da molti dei suoi protagonisti con una coerenza estrema, e il caso di Adriano Sofri è a questo proposito esemplare: questa coerenza è oggi vilipesa da un potere meretricio che vorrebbe si fosse tutti puttane; chiamare i cani da guardia di questo potere, come l’impresentabile Carlo Rossella che del film è il diretto produttore, a pontificare sul senso di un’esperienza storica tradita quotidianamente per ragioni di opportunismo, non è argomento che dovrebbe indignare chi il film lo ha girato ma è ragione che dovrebbe fare incazzare chi il ’68 lo ha fatto.

 


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Regia: Berardo Carboni

Interpreti: Federico Rosati, Melanie Gerren, Sofia Vigliar, Alessandro Haber, Mia Benedetta, Giovanna Visentin, Remo Remotti

Paese: Italia 2007

“Shooting Silvio” è un pessimo film, anzi non è nemmeno un film né un documentario, non è un attacco d’accusa né una via d’uscita, non è un messaggio in una bottiglia né una pellicola impegnata. “Shooting Silvio” è l’eco di una sconfitta politica tradotta in minorità estetica, utile solo per comprendere l’ottusità berlusconiana praticata nel tentativo, andato a segno, di impedirne il passaggio su Sky. Se le truppe cammellate che seguono il presidente del consiglio avessero avuto più intelligenza avrebbero chiesto la replica a reti unificate di questo film che non fa altro che aprire una finestra desolante sulla povertà culturale di quella giovane generazione che da Berlusconi è stata rovinata senza avere alcuna forza per preparare la sovversione del suo regime. Ma chiedere intelligenza a un berlusconiano è come chiedere a un gallo di cantare in urdu, quindi meglio evitare lo sforzo e passare in modo più analitico alle ragioni della mia critica.

Innanzi tutto, l’idea dell’arte impegnata in sé, dell’arte che intende redimere il mondo, la trovo insulsamente pedagogica e antiartistica. Piegare l’arte alle esigenze dell’ideologia significa  non semplicemente perderne il senso, quanto produrre opere senza senso, che trovano nell’emotività dei contenuti un appiglio per nascondere la vacuità della forma. “Shooting Silvio” appare, infatti, come un collage poco riuscito di informazioni vecchie sul conto di Berlusconi, intervallato da sequenze recitate dalla qualità bassa. E, intendiamoci, non è nemmeno casuale il fatto che la qualità della recitazione lasci a desiderare e sembri posticcia: non penso esista forma di espressione del reale meno realistica di chi vuole a tutti i costi dare l’impressione di esprimere la verità sul reale stesso. I dialoghi sono insignificanti, la trama banale, il fascino del protagonista (Federico Rosati) profondo come quello di una striscia di carta velina, così che appare ancora più stridente il fatto che il soprannome dello stesso sia quello di “Kurtz”: se il “vero” Kurtz, sia quello romanzesco sia quello filmico, ha incarnato la profondità di un male non storicizzabile, il Kurtz di questo film è falso quanto storicamente banale. È la parodia di un aristocratico depresso, che si atteggia a vendicatore illuminato e auto elettosi tale, e sublima una depressione esistenziale di poco conto con un atto di presunto eroismo.

Da un punto di vista non più artistico ma politico, visto che anche a questo il film chiaramente aspira, l’unico valore che gli si può attribuire è quello di poter servire da utile cartina di tornasole per comprendere quanto, chi oggi ci governa, si trovi la strada spianata dalla minorità delle resistenze che incontra sia dentro che fuori le istituzioni. Il film a volte sembra voler denunciare questa stessa minorità ma è didascalico e ridondante nel senso peggiore del termine, frutto di un’afasia storicamente consolidata da generazioni di presunti giovani ragazzi di sinistra che hanno trovato negli atteggiamenti anarcoidi un paravento per le proprie bassezze e nell’ignoranza la propria casa madre. Non casualmente l’idea che esprime è che per eliminare il proprio nemico lo si debba prendere dall’interno, evitandosi così il vero passaggio decisivo in una logica della sostituzione, ossia la creazione dell’alternativa al vigente all’esterno dello stesso.

Come diceva  Dossetti, non ha senso lottare dentro lo Stato ma ha senso costruirne uno nuovo. E questa massima vale sia per la politica che per l’arte. Ma la costruzione prevede una capacità di confronto, tuttavia annichilita da decenni di castrazione catodica e analfabetismo artistico. Si è ormai dimentichi del fatto che i sensi comuni non si “salvano” dall’involgarimento denunciandolo con i documentari, ma creando nuovo senso comune e nuova bellezza attraverso le nostre migliori capacità espressive. Produrre bellezza è certo più dirompente che dire che Berlusconi fa schifo, cosa su cui chi scrive concorda ma che non utilizzerebbe mai come argomento monocorde di un film, solo a volte intervallato da fragili osservazioni sociologiche. Ma produrre bellezza è difficile e oggi si ha un sacro terrore della profondità e della fatica, così prende piede l’abbandono alla faciloneria di una controproducente bruttezza, di fronte alla quale viene il dubbio che, per raggiungere il fine proposto, un suicidio generazionale (metaforico, per carità) sarebbe forse più utile di un omicidio politico.

 


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Autori: Pier Paolo Pasolini – Giovanni Guareschi

Voci fuori campo: Renato Guttuso, Giorgio Bassani, Carlo Romano, Gigi Artuso

Paese: Italia 1963

 

La rabbia è un documentario, dalla difficile genesi, che porta la firma di Pier Paolo Pasolini e di Giovanni Guareschi. L’intenzione del lavoro è quella di comparare due differenti rappresentazioni della modernità di fronte a una domanda comune. L’interrogativo posto ai due autori parte dall’assunto che i tempi a essi coevi siano caratterizzati da un’infelicità di fondo, determinata dalla violenza dei rapporti sociali. Il primo limite del film-documentario deriva da questo incipit. Difficilmente da una domanda superficiale si può cavare fuori una risposta intelligente, soprattutto se non si mette in discussione la domanda stessa nel corso della risposta. Né Pasolini né Guareschi riescono nel compito, con una differenza non insignificante: se Pasolini tenta la strada di un’analisi complessa, Guareschi resta chiuso in uno schema grettamente provinciale che fa del suo pezzo una delle peggiori testimonianze del qualunquismo nazionale.

 

Nel pezzo di Pasolini il tentativo di una lettura meno triviale della domanda emerge a sprazzi. In generale domina una rappresentazione manichea del presente e dei rapporti di forza internazionali. La scissione tra innocenza del mondo – rappresentata dai popoli del terzo mondo, dalla civiltà contadina e dalla figura di Papa Giovanni XXIII – e maturità corrotta – la società industriale della produzione e del consumo – non è quasi mai profonda. Il giudizio catastrofico sul sistema industriale – alla fine della cui affermazione “nulla più sarebbe rimasto” – coincide con un’espulsione dalla rappresentazione sociale della classe operaia. L’universo della fabbrica non appartiene a questo mondo, la rivoluzione subisce una regressione utopica e diviene conseguentemente sogno romantico non realizzabile. L’uomo nuovo nasce morto o al crepuscolo.

Sebbene la critica dura di Pasolini alla società dei consumi mostri sempre di più la propria profondità, il difetto di perspicuità sul suo presente è rilevante. La stessa critica al modello di sviluppo non si applica bene a tutta la storia della società operaia che fu protagonista, negli anni più duri del conflitto di classe, di una rivendicazione in termini di libertà dal lavoro e dal consumo (penso, nello specifico, alle battaglie per la qualità della vita e per il diritto all’istruzione dei lavoratori). Non avere colto la maturità dell’operaismo italiano è un difetto profondo della nostra intellettualità migliore, che è spesso figlia di un mondo distante da quello della modernità industriale.

Non è questo soltanto il limite del lavoro di Pasolini. La rappresentazione dell’universo sovietico è troppo indulgente, dal momento che non coglie come l’U.R.S.S. non fosse affatto un motore di liberazione universale, quanto, ormai, un ulteriore tassello nella logica dei contrapposti imperialismi. Scarsa la capacità mostrata nella comprensione delle esigenze delle politiche di potenza, monco, per quanto a tratti profondo, lo sguardo sulla società occidentale.

La parte più interessante del documentario è quella che guarda all’emersione del Terzo Mondo dal limbo della storia. Il lirismo in questo caso non sembra fuori luogo. Pasolini resta uno splendido poeta di fronte alla meraviglia del nascere e alle sopravvivenze dell’ingenuità adolescenziale. Attraverso questo sguardo passa anche Marylin Monroe, icona di un’ingenuità uccisa e simbolo del ruolo che la morte svolge nel mondo dei vincenti. Forse è con il ritratto di Marylin Monroe che il film supera la stupidità manichea della domanda da cui è nato, ma è “solo” un attimo.

 

La parte di Guareschi è invece inqualificabile. Rozza, triviale, apertamente razzista. Sembra di assistere a una proiezione del mondo che ha come punto d’osservazione privilegiato il buco della serratura e come padre lo stomaco, letterale e metaforico, della più putrida provincia italiana. Di fronte alla tragedia e alla possibilità di fornirne una lettura partecipata, Guareschi scade o nel giustificazionismo o nella polemica strumentale. L’equiparazione tra condannati nazisti e giudici al processo di Norimberga è irritante. La descrizione del ruolo della donna nella società è degna di un Ministero della cultura popolare. Le osservazioni sulla Regina Elisabetta – che è falso viso materno dal momento che balla “insieme ai negri” come fa “l’apprendista zulu MacMillan” – aprono la strada a una forma di razzismo rivoltante. Guareschi arriva ad esaltare il colonialismo francese, stigmatizzando il comportamento “antieuropeo” degli Stati Uniti, questa volta rei di aver lasciato l’Africa libera di liberarsi dal dominio coloniale. “I negri” vengono rappresentati come dei minorati che necessitano dell’aiuto dell’uomo bianco. Stucchevole la categorizzazione del marxismo come figura in terra dell’anticristo, da cui ci guarda la coscienza di classe delle vecchie coi rosari in mano. Si respira, nel pezzo di Guareschi, un profondo disprezzo verso la democrazia che è caratteristico di una concezione politica elitaria, a lungo inibita dai partiti di massa e oggi purtroppo ritornata in auge. In questo caso, l’invito alla visione è consigliabile solo per capire quali siano gli umori peggiori e largamente diffusi della destra italiana. Un passaggio utile per argomentare quella “diversità antropologica” che proprio da destra è stata posta all’attenzione del dibattito politico a noi contemporaneo.

Il film non convince e perde un’occasione, perché quelle vicende avrebbero certo meritato uno sguardo più attento.

 

 

 

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Regia: Wes Anderson

Interpreti: Owen Wilson, Adrien Brody, Jason Schwartzman, Angelica Huston

Produzione: Usa 2007

 

La prima volta che vidi questo film non mi entusiasmò. La seconda neppure. Lo vidi, la prima volta, perché il trailer mi aveva colpito. A volte ci sono film fatti per colpire con i trailer ma che poi, a vederli, ci resti deluso. Alle altre non lo si vuole ammettere a sé stessi e non se ne parla male per non tradire sua maestà il trailer, grande protagonista dell’industria culturale.

 

Tre fratelli si ritrovano su un treno indiano per riscoprire sé stessi e per riscoprirsi fratelli. In modo molto originale, per rispondere al compito scelgono di farlo in India, con tanto di musica d’accompagnamento che fa molto San Francisco anni sessanta. Ma nel duemila e otto la cosa puzza un po’ di cadavere. I dialoghi sono stancanti, flosci, niente affatto originali.  Così come niente affatto originale è l’idea  di andare a trovarsi la diversità in un’evasione orientale. Decenni fa queste fughe erano il simbolo di una sconfitta generazionale, oggi sono merchandising per ragazzi pigri. Se una crisi attraversa oggi l’Occidente il suo segno è nel fatto che non ci si meraviglia più di quello che si ha davanti così che la diversità diventa evasione, l’evasione preludio sempre a un ritorno. Se togliamo le scene in cui la musica accompagna il girato, il film scorre con una lentezza a volte poco sopportabile. Le descrizioni sono stereotipiche. L’occidentale arriva e feconda il territorio nuovo con le sue forme. Le donne tedesche sul treno sembrano tante Indiana Jones dedicatesi all’ingrasso e il presunto artista americano esercita il suo fascino scopando con un’indiana fidanzata. C’è più mistero nel bagno di casa mia che in quest’India obbligatoriamente colorata di giallo,  azzurro scuro e marrone chiaro. Mi sono soffermato su uno degli sguardi che si scambiano il fratello scrittore e la ragazza indiana; uno scambio di lontananze al cui confronto anche la commedia nostrana anni ’70 fa la sua figura. Mi viene da chiedere se davvero questi giovani turisti americani sono tutti così insignificanti e obbligatoriamente cosmopoliti in ogni cosa che fanno. Per una forma di dissociazione dal presente che mi prende quando questo mi annoia, guardavo il film ma il mio pensiero andava all’America di Gus Van Sant, che trovo molto più misterica e sincera di un’India formato treno e bazar dei buoni sentimenti.

 

I bravi ragazzi americani si scoprono non fieri di sé stessi per i baci rubati e mentre parlano dei loro vecchi continenti di riferimento, l’India conflittuale e labirintica cresce come una moltitudine. Ma a loro cosa importa? Visiteranno il tempio dei mille tori, “uno dei luoghi più spirituali di tutto il mondo”. Mi viene da chiedere se anche gli indiani si masturbano, che muoiono lo sappiamo tutti. Ma questo paese è descritto così sacro e banale che profanazioni e orgasmi autoerotici non vengono contemplati.

 

Il regista sembra monomaniacale nel seguire i tre fratelli, l’impressione è quella del solito film generazionale su ex trentenni ormai quarantenni repressi che narcotizzano le ultime onde del riflusso con viaggi premio e medicine della felicità. Ho sperato che lo perdessero quel treno e solidarizzato con il bigliettaio barbuto vagamente somigliante a Bin Laden che avrebbe voluto farli scendere.

 

Strano a dirsi, l’aspirazione è quella di una commedia, se ne ricercano i tempi ma difficilmente riesce a strappare un sorriso. Un’insana paura della blasfemia unita alla devozione per il politicamente corretto non aiuta certo a produrre quella energia tellurica che mi aspetto dall’arte. Tuttavia non so quanto valga al botteghino il mix di cui sopra. So solo che i tre fratelli non sanno nemmeno prendersi a pugni perché sono corretti dentro e si vogliono bene. E compiono anche la loro buona azione quotidiana, tentando di salvare tre fratellini indiani dalle rapide di un fiume. In India si muore prevalentemente di altro, ma questa è un’altra storia. La loro, di storia,  non la salva nemmeno la breve apparizione di Anjelica Huston.

 

Tra gli attori, Huston a parte, Adrien Brody è al solito altezzoso. Certo il migliore del trio, anche se inizio a pensare che il suo tono aristocratico cozzi con i tempi che viviamo, che sono molto più scabri. Il resto non vale una menzione.

 

Da vedere se… Se non fa troppo caldo per sfruttare il playground deserto vicino casa, se bere birra ghiacciata sta ormai cambiano la vostra sagoma e decidete di non uscire per non cadere in tentazione, se, altrimenti, vi tocca ascoltare la musica techno tedesca amata dal vostro coinquilino. Se…

 

 

 

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Titolo: Go Go tales

Anno: 2007

Paese: Italia, USA

Regia: Abel Ferrara

 

Presentato in anteprima all’ultimo Festival di Cannes, Go Go Tales racconta la storia dello stripper club Paradise, locale sulla via del fallimento. Le ballerine reclamano lo stipendio, la proprietaria minaccia lo sfratto e il finanziatore vuole “staccare la spina”. Ma l’impresario Ray con l’aiuto dell’amministratore Jay, ha vinto la lotteria e questo salverà il club dalla chiusura. Unico problema è recuperare il biglietto vincente…

Spiace dirlo, e probabilmente sarò anche impopolare, ma il nuovo film di Abel Ferrara è un insieme di alti e bassi senza organicità. Un momento ti sorprende, un momento dopo sfiora la stupidità. Poi di nuovo ti propone qualcosa di intelligente e ancora ricade in un nonsense incomprensibile. Un finale deludente, e aggiungo anche senza suspence, perché tutti gli spettatori, anche i più disattenti, sanno già come andrà a finire la storia di questo night club sull’orlo del lastrico. Girato completamente negli studi di Cinecittà, gli esterni sono stati ricostruiti con quell’aria un po’ sognante da città americana degli anni Quaranta, quando i gangster lottavano per la supremazia del quartiere. Apprezzo tanto l’atmosfera vagamente noir, ma alla lunga questi finti esterni danno quel senso di eccessiva claustrofobia che si sarebbe potuto evitare tranquillamente aprendo una qualsiasi finestra sul mondo. Anche quella di un cesso (perdonate il vocabolo) avrebbe fatto il suo effetto. Se potessi scrivere una lettera confidenziale a Ferrara l’attacco sarebbe il seguente: “Caro Abel mi aspettavo molto più coraggio dal tuo ultimo film, mi aspettavo da te una storia dove il male e il bene non hanno la solita e stereotipata distinzione. I tuoi personaggi sono tutti buoni, sono tutte le vittime degli affari che non vanno a gonfie vele in un localaccio che non ha proprio nulla di losco. Desta più sospetti la casa di Homer Simpson. Dove l’hai nascosta la tipica ambiguità degli uomini? La mia aspettativa personalissima era riposta in un’opera che superasse anche Irina Palm, e invece è Irina Palm a superare di gran lunga Go Go Tales. Hai perfino messo un’aureola di santità in testa ad Asia Argento, ma come hai fatto?” Insomma dov’è finito l’Abel Ferrara di New Rose Hotel o meglio ancora di China Girl?

Il cast è altrettanto sconclusionato. I personaggi escono ed entrano come se nulla fosse stato su un palcoscenico sempre uguale. Forse Ferrara ha voluto giocare con un pizzico di surrealismo. Un ingrediente che sembra funzionare quando il Paradise si trasforma in un piccolo teatrino da cabaret, ma che subito dopo scade nel nulla. Ed ecco che le ragazze in mutande mostrano il cervello che Dio ha dato loro. Una diventa prestigiatrice, un’altra danzatrice classica, e un’altra ancora pianista e così via. Non capisco che bisogno c’è di dimostrare al pubblico che queste donne siano in possesso di qualità cerebrali. Non è forse “normale” avere un cervello, indipendentemente dall’attività svolta? Perché dover sottolineare che anche le spogliarelliste hanno materia cerebrale da vendere se poi gli uomini vengono attirati con l’idea di guardare le loro forme nude? Mi chiedo cosa ci sia di atipico in questa storia… Nutrita la presenza italiana nel cast. A cominciare da Riccardo Scamarcio nella parte di un dottore e cliente che scopre la moglie (Bianca Balti, modella italiana semisconosciuta che non proferisce parola) in abiti un po’ troppo succinti. Direi che è abbastanza divertente la scenetta a lui dedicata. Stefania Rocca, sempre in splendida forma, seduce un produttore cinematografico. Asia Argento – criticatissima da ogni parte – tenta di schoccare baciando un rottweiler e si becca anche la locandina del film. Hanno ragione i molti critici che sostengono la sua incapacità recitativa: Asia non recita per nulla, è proprio così nella vita. E mi sa che questa è la marcia in più che ad alcuni attori nostrani la natura ha negato. Italiani sono anche il direttore della fotografia, Fabio Cianchetti (ottimo!), e la costumista, Gemma Mascagni. Un commento a parte lo merita Willem Dafoe nella parte di Ray, l’impresario del club. È veramente l’unico a dare credibilità al film, è pienamente nel suo ruolo e crede nel maledetto sogno della lotteria, unico vero motivo trainante del film.

 

La regia di Abel Ferrara – dal punto di vista puramente tecnico –  invece non delude mai. La macchina da presa vagante con il soggetto semifermo o immobile ha sempre il suo fascino. Proprio come un occhio umano che sposta l’attenzione a seconda di cosa accade intorno. Da segnalare anche la colonna sonora che insiste su un basso elettrico vibrante e che incupisce l’atmosfera del club. Mi rendo conto che complessivamente parlando c’è di peggio al cinema, ma da uno come Abel ci si aspetta di più. Molto di più. I maschietti si potranno almeno lustrare gli occhi davanti alle carni scoperte delle modelle (a proposito, le procaci spogliarelliste dove sono finite?). Alle femminucce etero – ahimè – questo film riserva solo sbadigli.

chiarOscura

disponibile anche su http://www.cineboom.it/

 

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