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Posts Tagged ‘Eric Rohmer’

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Regia: Eric Rohmer

Interpreti: Catherine Sée, Philippe Beuzen, Christian Charrière, Diane Wilkinson

Paese: Francia, 1963

 

 

 

Secondo dei sei racconti morali di Eric Rohmer e datato 1963, il mediometraggio della durata di 52 minuti precede il più celebre La collezionista di cui abbiamo già avuto modo di parlare. Nuovamente il protagonista si trova di fronte a una scelta di tipo morale che lo vede combattuto tra due donne e, rispetto al primo – La fornaia di Monceau -, il secondo racconto approfondisce la decisione e le considerazioni finali della figura maschile narratrice della pellicola.

 

Lo studente di medicina Bertrand (Philippe Beuzen) e l’amico Guillame (Christian Charrière) durante una pausa dagli studi universitari conoscono la giovane Suzanne (Catherine Sée), una ragazza indipendente e solare. Abile e intraprendente con le donne Guillame non ha difficoltà a sedurre la ragazza che si innamora dello studente fin dal primo incontro nel bistrot parigino. In realtà, sotto l’occhio del terzo incomodo Bertrand, il rapporto tra i due si rivela “moralmente” sbilanciato: lei è appassionata e gentile, lui è sentimentalmente ambiguo e non esita ad approfittare, anche economicamente, della sua ingenua disponibilità. I comportamenti di Suzanne suscitano il disprezzo di Bertrand che arriva a considerare la ragazza come una donna facilmente circuibile e priva di dignità sia nei confronti dell’amico Guillame che del genere maschile. Il protagonista, anzi, è attratto da un’altra ragazza, Sophie (Diane Wilkinson), bellissima ma inaccessibile. Il confronto tra le due è lampante fin dall’inizio; se Suzanne è la donna mediocre che incarna la realtà e la noia della routine, Sophie è l’essere meraviglioso e idealizzato che desta l’attenzione del pubblico maschile; agli occhi immaturi di Bertrand insomma la prima non ha il fascino seduttivo della seconda.

 

Rohmer pare sottolineare più volte la disapprovazione di Bertrand per il comportamento di Suzanne; la distanza che pone volutamente tra se e la ragazza segna il distinguo tra la donna dai tratti realistici e quella dai tratti artificiali. Mai però il protagonista condanna l’atteggiamento di Guillame che sfrutta consapevolmente l’inferiorità sentimentale della giovane sprovveduta. Eppure Suzanne non si perde d’animo concedendo all’amante tutti i benefici di un amore incontenibile e nel frattempo cercando di approfondire il rapporto d’amicizia con Bertrand. Accusata di aver rubato i soldi nella stanza di Bertrand – quando invece l’autore del furto è Guillame – la ragazza si eclissa per qualche tempo. Tempo in cui il protagonista maschile si abbandona a riflessioni circa i rapporti umani e il legame sentimentale tra uomo e donna. Emerge l’atteggiamento pregiudiziale di Bertrand che, pur senza prove, rimane convinto dell’innocenza dell’amico anche di fronte alla presa di posizione di Sophie pronta a difendere Suzanne. Le due giovani, che paiono rivaleggiare esclusivamente nella mente maschile dei personaggi, sono infatti divenute buone confidenti e la loro intesa è certamente più onesta del duo Bertrand- Guillame.

 

Tra i celebri six contes moraux La carrière de Suzanne, insieme al quarto Ma nuit chez Maud, rimane uno tra i racconti di Rohmer più orientati ad approfondire anche l’evoluzione psicologica del personaggio femminile in relazione alle scelte delle figure maschili efficacemente descritte dal regista francese. Pellicola bianco e nero, regia sobria, mai sentimentalista o patetica, densa di dialoghi che risponde ai dettami dei primi sperimentalismi francesi. Un racconto “morale” che non ha però la pretesa di fare del moralismo. Al termine della pellicola lo spettatore comprende la ragione dell’assenza di Suzanne che, contro tutte le previsioni di Bertrand, è giunta più che mai vittoriosa all’apice del proprio “iter sentimentale”. Una carriera – come la chiama Romher – pura e stoica che ha premiato la tenacia morale e ideologica della giovane. Il protagonista percepisce la propria immaturità e l’assoluta elevatezza morale della ragazza la cui decisione finale manderà in frantumi le convinzioni di Bertrand. Una vendetta inconsapevole che rende ancor più squisito il personaggio di Suzanne. 

 

chiarOscura

 

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Produzione: Francia, 1967

Regia: Eric Rohmer

Interpreti: Haydée Politoff, Patrick Bauchau, Daniel Pommereulle

 

 

Jean Marie Maurice Schérer meglio noto al grande pubblico come Eric Rohmer diede inizio al suo approccio col mondo dell’arte attraverso la scrittura letteraria pubblicando all’età di 26 anni il suo primo (e unico) romanzo “Élisabeth”. E proprio il mondo della letteratura, nonostante a breve non sarà più la sua prima occupazione, rimarrà una costante per tutti i suoi film e per le appassionate riflessioni che ne deriveranno. Sul finire degli anni Quaranta il giovane Rohmer entra in contatto con le più famose riviste di critica cinematografica parigine e dunque con quelli che noi oggi consideriamo i maggiori esponenti della Nouvelle Vague – Truffaut, Godard, Rivette – iniziando così l’attività di regista.

 

Il primo lungometraggio di Rohmer ad essere distribuito in Italia è “La collectionneuse”, considerato il quarto dei sei “Racconti Morali” e il terzo per ordine cronologico. Datato 1967, il film vinse l’Orso d’Argento a Berlino e, come gli altri Racconti, si concentra sulla crisi sentimentale del protagonista maschile. Adrien è infatti un giovane antiquario che decide di passare le vacanze estive lontano dalla propria ragazza. Per l’occasione si rifugia in una villa vicino a Saint-Tropez con l’amico Daniel. Qui soggiorna anche Haydée, una bellissima ragazza che usa trascorrere ogni sera con un uomo diverso, e il cui comportamento causerà non pochi problemi ai due amici. Se all’inizio Adrien e Daniel la considerano insignificante sia per aspetto che per intelletto, la ragazza si trova presto ad essere l’oggetto del disprezzo dei due amici che sono intenzionati a passare l’estate nel più completo ozio. L’unico che tenta di stabilire un contatto amichevole pare Adrien che spinto da buoni propositi una mattina la invita a fare il bagno insieme. La convivenza tra i tre ragazzi prosegue dunque tra alti e bassi, tra momenti di profonda sintonia e di abissali incomprensioni fino all’arrivo di un collezionista inglese a cui Adrien spera di vendere un prestigioso vaso antico.

 

Ma per quale motivo i due ragazzi disdegnano così fortemente la vicinanza di Haydée? La ragione è chiara fin dall’inizio della narrazione: Adrien e Daniel rimproverano alla giovane di non saper scegliere un solo uomo tra gli uomini che entrano ed escono dal suo letto quasi per noia. Anche Haydée per loro è una “collezionista perché, senza premeditazione, cerca quello che vuole tra mille altre cose e per questo avrà sempre bisogno di un insieme”. Ciò che conta e che caratterizza l’esistenza per i due protagonisti maschili è l’esclusività, unico parametro che determina la purezza di una scelta; in aperto contrasto con il pensiero della ragazza per la quale ogni avventura altro non è che “ricerca”, con il solo scopo di accumulare sensazioni. Adrien rimarrà fino alla fine insensibile al fascino nascosto di Haydée?

 

Una mise en scène scarna ed essenziale caratterizza l’opera di Eric Rohmer a cui riserva un’ambientazione bucolica, tipica dei sui film e che sottolinea il profondo legame con la natura. Digressioni filosofiche e letterarie affidate al protagonista maschile sono presenti in quasi tutti i dialoghi costruiti con gli stessi attori in fase di stesura della sceneggiatura. Patrick Bauchau è Adrien, un personaggio annoiato e soprattutto distaccato dal rapporto sentimentale che lo lega alla sua ragazza in partenza per Londra. È in qualche modo attratto da Haydée ma sa che cedere al suo magnifico corpo comporterebbe una scelta indegna per la sua morale e significherebbe cadere nella “collezione” della giovane. Daniel è interpretato da  Daniel Pommereulle e il suo è un personaggio aggressivo e particolarmente irritevole, tanto che spesso pare solleticare la bella Haydée per compiacersi della propria superiorità morale. Infine la protagonista femminile interpretata da Haydée Politoff è l’ambiguità incarnata, un mix di innocenza e sensualità che Rohmer ha saputo perfettamente cogliere e portare sullo schermo. La Politoff è a ragione una metafora del cinema rohmeriano: rappresenta l’essere umano nelle sue molteplici sfaccettature, nei suoi pensieri e ripensamenti, nelle sue convinzioni e nel suo cedere alla tentazione. La fisicità di Haydée riassume l’intento del regista francese teso a sondare la natura umana e in particolar modo il campo intellettuale dei personaggi. Anche “La collezionista”, in linea con la cinematografia di Eric Rohmer, non sottopone mai la storia a un giudizio critico bensì alla sola osservazione, quasi stessimo assistendo divertiti a un esperimento scientifico sulle (in)capacità umane di intrecciare rapporti.

Uno scorcio antropologico che nasconde per mostrare. Un cinema che prolifera e che – per nostra fortuna – non smette di sorprendere.

 

chiarOscura

 

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