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Posts Tagged ‘Harrison Ford’

Regia: Francis Ford Coppola

Interpreti: Marlon Brando, Martin Sheen, Robert Duvall, Frederic Forrest, Dennis Hopper, Harrison Ford, Vittorio Storaro, Francis Ford Coppola, Sam Bottoms, Scott Glenn, Christian Marquand

Paese: U.S.A. 1979

Nella prima scena del film osserviamo la distruzione di un mondo da parte di un altro mondo, sulle note di “The end” dei Doors. Il mondo che apparentemente distrugge è rappresentato da un elicottero statunitense, il mondo che viene distrutto  sembrerebbe essere la foresta di palme spazzata via dal napalm. Tuttavia, che non sia affatto così chiaro chi distrugga chi, lo rendono evidenti già le scene successive, con l’inquadratura degli occhi del tenente Willard (Martin Sheen) a cui si sovrappone lo sguardo di una divinità orientale, probabilmente un Buddha, e che dell’arte orientale incarna la fissità rintracciabile in molti canoni, ad esempio in quello etrusco o in quello egizio, fissità che ne stabilisce la differenza rispetto all’arte greca e all’arte cristiana. La sovrapposizione è il ricordo di un altro mondo che rapisce a sé il giovane tenente americano, adesso chiuso in una stanza che ne rappresenta lo stato di cattività urbana. Willard sente il richiamo della foresta dal cuore di tenebra ed è proprio la foresta la reale protagonista del film. I personaggi, Kurtz (Marlon Brando) su tutti, non sono altro che figli del suo utero e interpreti della sua lingua. Ritorniamo così alla prima scena, l’apocalisse suona per i distruttori e non per i distrutti. Di fronte alla foresta sia Kurtz che Willard sono la stessa identica cosa, la narrazione della loro storia, come dice lo stesso Willard, è semplicemente inscindibile, perché essa non esprime semplicemente il vissuto di due individui, ma un percorso che l’uomo affronta per risalire alle radici dell’uomo.

Kurtz ha già effettuato il suo viaggio, lungo quel filo di rasoio che separa il mondo del bene e del male dal suo superamento. Willard, invece, questo viaggio lo compie, accompagnato lungo il Mekong da un equipaggio che ne condivide il tragitto ma non la forza d’animo. Willard è un missionario i suoi commilitoni dei pubblici dipendenti, così che essi non riescono a superare la linea d’ombra oltre la quale si pone la raggiunta consapevolezza di sé. Non a caso Willard è l’unico, tra le persone che risalgono il fiume, che parla a sé stesso e riesce a vedere il mondo con quello sguardo perspicuo che consente di poterlo narrare agli occhi degli altri. Egli ha realmente il dono della parola e incarna, come Kurtz, la figura carismatica del “dittatore”. Questo presa d’atto si accelera mano a mano il film prosegue.

La prima tappa del viaggio porta Willard e i suoi a conoscere il reggimento di cavalleria dell’aria guidato dal folle tenente Killgore (Robert Duvall) che bombarda ascoltando Wagner e cerca uno spazio adeguato tra i missili per fare surf. Queste scene, oltremodo famose, hanno un forte impatto coreografico e rispondo all’esigenza di rappresentare lo “spirito americano” anche nella forma, dal momento che hanno il ritmo di un film d’azione. Esse introducono il tema della regressione alla ferinità che si rafforza nei “capitoli successivi”. La tentata aggressione verso le playmate mette in scena l’attacco di un branco di animali contro delle prede, branco così goffo che non riesce nemmeno a raggiungerle. La goffaggine del branco suona come una pietra tombale sul lassismo e la debolezza di una civiltà senza più virtù. Le virtù, in questo mondo, sono tutte del nemico, dell’altro, del vietcong. E di Kurtz. Il civile Willard, che prende su di sé il destino “manifesto” della tradizione occidentale facendo sesso con una donna francese dentro un’enclave colonica in quella che un tempo era stata la “loro” Indocina, conduce tutta la storia di questo mondo dentro la bocca senza fondo del covo di Kurtz.

 Kurtz non incarna tanto la dismisura del primordiale quanto le virtù di un mondo soppiantato ma niente affatto vinto:  Kurtz è il fascino del disinteressato, del missionario e Willard, che come Kurtz cerca e trova la sua missione, è chiamato ad ucciderlo per cibarsene. Attraverso questo ultimo rito di passaggio il cuore di tenebra della foresta penetra definitivamente dentro l’anima di Willard e più ancora dentro la città-civiltà dell’Occidente che, dopo il Vietnam, sente nelle gambe la fragilità di un’apocalisse non più prossima perché già in corso.

Apocalypse Now è stato letto nei modi più svariati. Una facile, ed erronea vulgata, vi ha visto un apologo del fascismo, forse indotto in questo dalle pose chiaramente mussoliniane di Kurtz, che tuttavia penso siano debitrici più delle passioni personali del co-sceneggiatore John Milius, che del senso reale del film. Altri, come Edward W. Said, hanno riletto Apocalypse Now, sulla riga del romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra, individuandovi l’ennesimo tentativo di riprodurre una visione eurocentrica e imperialista del mondo che, tuttavia, mi sembra errata dal momento che individua in Kurtz il personaggio principale del film. Come dice Willard stesso “in fin dei conti era proprio dalla giungla che [Kurtz] prendeva ordini”. Per queste ragioni, Apocalypse Now mi sembra, semmai, una critica feroce del riduzionismo e del pressapochismo di una civiltà debole; un “invito” a lasciarsi compenetrare dal diverso piuttosto che a dominarlo. Una pietra miliare del migliore cinema americano che ammalia e spinge a riflettere al tempo stesso.

 


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Produzione: Usa, 1982

Regia: Ridley Scott

Interpreti: Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young

 

 

Pubblicato per la prima volta sul numero VIII della rivista di critica cinematografica “KinoKino”, il seguente articolo è stato realizzato nel febbraio 2007 in occasione del 25° dalla scomparsa di P. Dick.

 

 

Chi scrive fra pochi giorni compirà 25 anni, gli stessi che ci separano dalla prematura morte di quel creatore di universi che fu Philip Kindred Dick (16 dicembre 1928 – 2 marzo 1982). Gli appassionati che viaggiano per i cupi mondi della fantascienza avranno intuito che vado a parlare di Blade Runner, pellicola cyberpunk per antonomasia diretta da Ridley Scott nel 1982. Il film è tratto, come è noto, dal fortunato romanzo dello scrittore americano intitolato Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (Do Androids Dream of Electric Sheep?) e pubblicato nel 1968. Della pellicola, datata invece 1982, esiste anche una versione, di gran lunga più interessante, privata della voce fuori campo e arricchita da un finale emblematico.

 

Il protagonista è il cinico quanto schivo cacciatore di “lavori in pelle” Deckard (Harrison Ford) discendente da una lunga serie di detective che i romanzi di Raymond Chandler ben descrivono. Rachel (Sean Young) è la donna del mistero, una romantica silhouette con sottili sigarette tra le dita. La minaccia per l’umanità è rappresentata da un gruppo di replicanti che, fuggiti dalle colonie extramondo, torna in città nella speranza di sopravvivere più a lungo della “data di termine” loro imposta dalla Tyrell Corporation. Si apre così la spietata caccia di Deckard, assoldato controvoglia dalla polizia per eliminare tutti gli androidi sopravvissuti. Per loro infatti non c’è spazio nella vita reale, essi non possono convivere accanto all’uomo, loro creatore.

 

Lo scenario tetro e fumoso della Los Angeles del futuro, immaginata da Dick e filtrata poi da Scott nelle immagini del film, crea suggestioni noir-futuriste riprese in larga misura nella fantascienza cinematografica successiva nonché nell’animazione giapponese di fine anni Ottanta. La città è infinita, senza limiti ne confini stabiliti e l’uomo vi si smarrisce. La luce del sole raggiunge gli appartamenti, i laboratori, le case ma sempre al fine di creare intensi giochi d’ombre. Quello di Blade Runner è un sole perennemente oscurato dalla tetraggine che pervade i sudici palazzi estesi nella lunghezza di innumerevoli piani. È un tempo sempre uguale, un tempo che non muta perché il cielo non si rannuvola come nemmeno non si rasserena. Esso è specchio della condizione uomo-androide che rivela un’esistenza instabile, tesa alla fuga anche quando non vi è una stretta necessità. Il protagonista è l’uomo che inscena la paura dell’opposto, il replicante che ne è immagine perfettamente uguale nella forma e forse – ci suggerisce Dick – anche nel cuore. I ricordi innestati nella memoria di Rachel sono veramente parte di una vita vissuta pur essendo tuttavia invenzioni atte a fornire un passato al replicante. Ma siamo certi che i nostri occhi vedano ciò che osserviamo e che i nostri sensi captino ciò che accade all’esterno? Sotto la stratificata corazza di egoismo di Deckard sfioriamo i quesiti più profondi che portano a chiederci quanto e cosa di noi differenzi l’androide di Scott dagli uomini che ne auspicano la distruzione. Un essere annichilito dalle medesime paure: il Tempo che fugge, un’entità contro la quale lottare, provare a cambiare la destinazione finale. È il Tempo che manca a questo surrogato di umano che scalpita all’interno di un contenitore denominato appunto tragicamente “Tempo”. Eppure in tale scatola anche Roy Batty (Rutger Hauer) esiste, vive, ricorda, pensa. Non sapremo mai se quelle fiamme al largo dei bastioni di Orione abbiano realmente bruciato le navi da combattimento, però tutto ciò esiste nella testa del coraggioso androide.  Quando la fine è imminente egli sa che i ricordi andranno perduti e, come lacrime nella pioggia, si perderanno nel tempo in avvenire. Il desiderio di vita appare più forte quando la “scadenza” sopraggiunge.

 

I giochi si complicano al nascere dell’amore per la dark lady e ancor di più nel momento in cui fa il suo ingresso l’Empaty di Dick, quel sentimento che si protende verso il simile non-uomo ma esclusivamente intrinseco alla natura umana. Deckard paradossalmente deve privarsene per uccidere spietatamente i fuggiaschi delle colonie, mentre Roy, Pris e gli altri se ne appropriano. Chi allora assomiglia a chi? Quale essere sviluppa la suddetta Empatia? Vi è forse una contaminazione tra specie che convivono nello stesso pianeta? Rimane difficile anche all’uomo del futuro districarsi tra le illusioni del simulacro. Eppure non possiamo continuare ad incarnare i cavernicoli che scorgono ombre nella grotta pensando che queste rappresentino la realtà là fuori. E coerentemente l’uomo di Blade Runner non si accontenta di rimanere intrappolato nel surrogato di se stesso. Il film di Ridley Scott, nel suo non tradire l’insegnamento dickiano, è più di una storia fantascientifica, è un ragionamento sull’essere umano e su quale essenza veramente lo connoti. Con le musiche di Vangelis, attraverso scenari noir decadenti e il contributo di attori sopraffini quali Ford e Hauer, Blade Runner fu a suo tempo, e lo è ancor oggi, ispiratore di innumerevoli ulteriori pellicole, aggiudicandosi il primato indiscusso di film cult. I cultori del genere ne sono praticamente certi: Dick avrebbe apprezzato.

 

chiarOscura

 

 

L’articolo è stato riproposto in merito all’evento “I’VE SEEN FILMS”, la prima edizione dell’International Short Film Festival promosso dall’attore Rutger Hauer. Il Festival si terrà a Milano dal 22 al 26 settembre 2008 e ospiterà tra i giurati Robert Rodriguez, Richard Gere, Ridley Scott e Paul Verhoeven. Oltre ai cortometraggi selezionati verranno riproposte diverse pellicole tra cui naturalmente anche “Blade Runner”.

 

http://www.icfilms.org/

http://www.rutgerhauer.org/

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