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Posts Tagged ‘Jared Leto’

 
 

 

 

 

 

 

Regia: Darren Aronofsky

 

Interpreti: Ellen Burstyn, Jared Leto, Jennifer Connelly

 

Produzione: USA, 2000

 

 

 

 

 

Tratto da un romanzo omonimo di Hubert Selby Jr.., e riprodotto sullo schermo da Darren Aronofsky, autore dell’opera di culto “Il teorema del delirio”, “Requiem for a dream” è un’opera dai tratti cupi, quasi grotteschi, centrata sulla descrizione di una crisi di senso generalizzata della società statunitense.

I protagonisti principali del film, una madre interpretata da Ellen Burstyn e il figlio, un emaciato e convincente Jared Leto, costituiscono il nucleo particellare di questo mondo più ampio e al tempo stesso ne riflettono, nella propria esistenza, le ragioni della necrosi.

La prima linea di identificazione del “sogno defunto” è la separazione tra madre e figlio all’interno della stessa casa: la debolezza dell’individuo sta nell’essere diventato appunto tale, elemento monadico incapace di relazionarsi al prossimo. La traduzione “scenica” avviene, in questo caso, attraverso la separazione tra due inquadrature, che tagliano esattamente a metà il video. Da una parte la madre, chiusa in una stanza che osserva il figlio dal buco della serratura come se fosse una spettatrice, dall’altra il figlio, che porta via alla madre il televisore per pagarsi le prossime dosi. Il televisore non è un mezzo tra gli altri, ma una “porta di passaggio”, dal momento che il sistema dei mass media corrisponde alla forma di dipendenza contratta dalla madre. Fin dal principio le tossicodipendenze sono almeno due, mentre cambia il veicolo del loro appagamento (un tubo catodico, una siringa).

La separazione individuale e lo schema delle reciproche dipendenze introduce al tema di fondo del film che è l’assenza di una rete sociale capace di assicurare i suoi membri senza con questo asservirli. L’assenza di una società non indica, tuttavia, la latenza di una società in linea di massima, quanto, semmai, la crisi di un modo di pensare la convivenza tra esseri umani. Al tempo stesso, poiché le società sono fatte dagli esseri umani e dalle loro rappresentazioni, è la nuova dimensione in cui questi uomini si muovono a sostanziare questa società di nuovo conio. La nuova antropologia sostanzia un individuo irrelato al punto da perdere la propria identità. Il segno che indica la perdita d’identità dell’individuo viene espresso, nella pellicola, attraverso la distorsione delle percezioni.

L’alterata percezione del senso del tempo e dello spazio, soprattutto nel caso della madre, demolisce il soggetto, dal momento che esso non è più capace di rappresentare sé stesso. La perdita della libertà è conseguente alla perdita dell’identità.

Il superamento della modernità avviene così attraverso una regressione e la morte della società passata non coincide con la liberazione dei suoi membri, quanto con un ritorno a feudalesimi molecolari e diffusi, dove sono mutate le forme della servitù. La nuova società imprime la sua forza solo attraverso la coazione giuridica o lo sfruttamento, mentre è assente qualsiasi forma di recupero, poiché la scelta della frattura appare netta e non reversibile. Proprio perché soggetto e società non smettono di riflettersi l’uno sull’altro, almeno nella percezione che noi ne abbiamo, la frattura interna alla seconda è intima anche alla prima.

La perdita genera un’impotenza che allontana la realizzazione dei propri desideri e con essi ogni prospettiva di felicità e auto-realizzazione. Questo passaggio, in una delle scene centrali del film, viene riprodotto rappresentando una virtualità non realizzata da parte della seconda protagonista femminile, Jennifer Connelly, a cui segue una “costrizione” dal carattere particolare quale è la scelta di prostituirsi. La libertà persa è un anticipo di morte o un accomodarsi alle regole del mondo, dopo aver perso la battaglia per ciò che si desiderava realmente dalla vita. La tossicità altera il reale e lo pervade, l’effetto è quello che la distorsione nella sua percezione attraversa tutti i protagonisti del film che, sebbene individuino i propri fini esistenziali, sono troppo deboli per poterli raggiungere.

La percezione netta dell’essenziale è ciò che manca ai protagonisti del film. Questa consapevolezza affiora solo come il miraggio di un sogno interrotto, ad esempio nei pochi momenti di lucidità che il protagonista maschile sperimenta tra un buco e l’altro. La distorsione dello spazio e del tempo rimanda come un’analogia a quella dei fini. I mezzi del benessere diventano fini a sé stanti e ne chiudono la ricerca in una continua fagocitazione del sé fino all’annullamento (è il caso della droga per il figlio ed è il caso della dieta seguita dalla madre per essere in perfetta forma di fronte al miraggio delle telecamere di uno studio televisivo).

Questa distorsione non è affatto disinteressata, né la tossicodipendenza rappresenta un puro e incontrollato meccanismo del piacere e dell’autodistruzione. La trasposizione del mezzo “droga” in fine per l’uomo comune, diventa, per chi gestisce le leve del controllo sociale, a sua volta un mezzo per perpetuare il proprio controllo. La gestione di una società illiberale – quale quella americana viene qui presentata – avviene attraverso un’invasione dello spazio intimo della vita personale, legittimato facendo ricorso, ipocritamente, a un’esaltazione della volontà e del self control. Così come l’eroina invade il corpo del protagonista, la televisione, in un incubo terrificante, finisce con l’invadere le mura di casa della madre, operando un esproprio integrale del suo corpo, prima, e della sua anima, poi, tale da spezzarne l’equilibrio psichico in un incubo colorato da luci stroboscopiche e musica ossessivamente allegra.

La dipendenza da sostanze tossiche è dipendenza tout court, ogni dipendenza intossica e il principio della libertà assente mangia dall’interno ogni protagonista del film, compresi coloro che gestiscono il controllo del potere e che, tuttavia, sono a loro volta controllati da una dipendenza particolare (in questo caso un sesso, alla fine sublimato in voyeurismo). Il sogno non più interrotto, ma ormai defunto, è quello della società americana e della nuova frontiera che, giunta al suo limite, diventa un contenitore per alienazioni continue.

Scardinato il rapporto tra parole e cose, che sopravvive armonico solo nell’inganno televisivo, resta uno stato latente di guerra civile dove non esiste parvenza di una legge comune. Si potrebbe dire, alla fine della visione e attraverso di essa, che gli Stati Uniti d’America non esistano più. Sebbene spesso l’apocalitticità delle diagnosi finisca con l’essere contraddetta dalla capacità di reazione dell’uomo alle crisi, ciò non toglie la pertinenza della rappresentazione di Aronofsky. La disgregazione della società a noi contemporanea trova un riflesso anche in altre pellicole più recenti (penso, ad esempio, a quel gioiello che è “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Cohen) ed è certo qualcosa di più complesso che la proiezione estremamente ideologizzata di un mondo. La fine del sogno può però corrispondere con una presa di coscienza e il ritorno a quella promessa di felicità, tradita, che la Costituzione americana, prima e credo unica tra le Costituzioni più importanti, ha formalizzato per iscritto. Proprio da quella promessa si può ripartire, svegliati dalle illusioni retoriche dei sogni, per ripensare la nostra libertà e i nostri fini fuori dall’inganno di un presente che ci vorrebbe clonare a immagine e somiglianza di ciò che non siamo. Ma questo, è chiaro, è un discorso che, anche innervandola, va oltre la recensione di un film.

 

 

 

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Regia: Terrence Malick

Interpreti: Jim Caviezel, Sean Penn, Nick Nolte, John Cusack, Adrien Brody, John Savage, Woody Harrelson, George Clooney, John Travolta, Jared Leto

Produzione: USA 1998

Cosa separa questa linea? E’ una separazione tra mondi differenti nel concepire il proprio rapporto con la “natura”. Uomini sono gli aborigeni melanesiani con i loro ritmi lenti, così come uomini sono i soldati americani e la loro accelerazione del tempo. La calma dei primi viene indicata nel film attraverso il riferimento musicale a un canto dalle tonalità alte, quieto come la pace. L’impazienza dei secondi cambia il registro musicale e introduce suoni più cupi, come la guerra. Un contrasto è tra volontà di vita e volontà di dominio, un altro tra centralità dell’uomo e centralità della divinità storica. La calma della Melanesia consente la riflessione sui dati essenziali della nostra esistenza: la vita, la morte, il reale. In essa il soldato Witt (Jim Caviezel), disertore, trova la sua isola, lontano dalla guerra e dalla civiltà occidentale. La sua preistoria è libertà, assenza di gerarchia. La storia, al contrario, è catena del dominio che viene a prenderlo eseguendo degli ordini. Le catene di comando sono l’esatto contrario della riflessione.

 

La storia irrompe con una nave da guerra, una vedetta, non a caso, che cerca e trova il suo fuggitivo. Il sergente Welsh  (Sean Penn) esprime la pretesa totalitaria di questa polarità, che appunto non lascia scampo a chi vuole nascondersi. Quando interroga Witt, Welsh recita: “In questo mondo, un uomo da solo non è niente e non esiste un altro mondo”. Ma davvero questa integrazione è irreversibile? Sarà proprio la storia di Welsh a dimostrare l’esatto contrario, così come è già l’atteggiamento di Witt, preistorico perché basato su qualcosa che viene prima del film e a cui noi non assistiamo, a segnare una crepa dentro l’unicità di quel mondo.

 

Witt non può nascondersi, proprio per questo, tuttavia, resta ciò che ha appreso di essere nell’altro mondo. Conduce la sua linea di fuga senza mai dimenticare chi è, particolare che lo rende non solo carattere differente dal resto ma esemplare di un nuovo modo di essere. Attorno lo circonda un’aura che non impedisce il contatto con il mondo ma lo traduce secondo un nuovo linguaggio. Witt porta sulla pelle la placenta di un’altra epoca, contemporanea e distante, che lo pone su un livello linguistico differente (nonché superiore, per chi scrive). Il mondo che ora attraversa è al contrario ha un viso opposto: assenza di fiducia, stato hobbesiano dei rapporti umani, paura, scontro per il potere. Guerra, con ogni mezzo disponibile. E la guerra cos’è in Malick? Il male assoluto, perché elimina la dignità personale. Per questa ragione non vi è attenuazione dei contrasti nella descrizione della guerra e del suo effetto principale, la morte violenta. La gente trema in guerra e non muore da eroe. Il modo in cui si viene uccisi è indicativo di questo carattere. La morte, almeno nelle prime sequenze in cui appare, non tocca il viso bensì il resto del corpo: i primi cadaveri hanno gli arti mutilati. Questa morte colpisce allo stomaco, al culo, alle caviglie: bombarda i corpi. La realtà antieroica, Malick la rende con straordinaria efficacia.

 

Si è detto che la guerra è il male assoluto, per questa ragione è bene ciò che si pone oltre di essa anche quando essa è necessaria. Lo stesso Dio che la benedice è morto come la civiltà che la sostanzia. E’ un Dio immobile, crocifisso per sempre che ha perduto la capacità di parlare al vivente e attraverso il vivente partecipando della sua sostanza. Certo un Dio differente da quello degli aborigeni che non ha nome perché è mobile, come il mondo. “Chi sei tu per sopravvivere dentro tutte queste forme” si chiede Witt provando meraviglia per il mondo.

 

La meraviglia di Witt non presuppone paradisi oltre la Terra e parla del Dio dei disertori: se tutti disertassero, tutti senza badare alle bandiere e nello stesso istante, quel Dio avrebbe vinto e noi con lui. Ma nei rapporti di forza Hobbes vale più di Dostojevsky e il film non nega questa evidenza. Lo spazio del nuovo mondo è prevalentemente pensato, quello del mondo del “primo” Welsh è, al contrario, pubblicamente espresso. Solo Witt ha la maturità per camminare con un nuovo sguardo: dentro il martirio antieroico si muove portando la pace pur essendo parte progressivamente sempre più attiva della guerra. Il conflitto è un inferno che attraversa senza perdersi, anche quando le sue ragioni sembrerebbero consentire un utilizzo sproporzionato della forza. Cosa vuol dire farsi vincere dallo spirito bellico? Abituarsi all’orrore; vedere morire un uomo e non farci più caso, non lasciarsi sfiorare dall’idea che con lui sta morendo un mondo intero. Credere che esistano guerre giuste, questo vuol dire farsi vincere dallo spirito bellico.

 

Malick sceglie la seconda guerra mondiale, la guerra giusta per eccellenza e dà a questa scelta un senso doppio. Primo, perché fa capire, a scanso di equivoci, che le guerre non sono mai giuste ma al massimo necessarie. Secondo, che anche di fronte alle guerre necessarie non ci si deve lasciare contagiare dalla follia che le ha create se si vuole evitare la riproduzione della catastrofe. Ma, poiché nella catastrofe cadiamo spesso, ritorna adesso quel conflitto tra mondi, tra preistoria e storia, con una domanda impellente: cosa rende non preistorica l’esistenza di un uomo che non decide per sé ma viene deciso da altri? Cosa garantisce uno status di superiorità a questa carne di macello occidentale rispetto ala libertà del selvaggio? E’ una domanda che scava la nostra civiltà e che Malick utilizza per risalire la storia americana dal presente verso il passato (“la rabbia giovane”, “La sottile linea rossa”, “The New World”) fino al suo inganno originario: la volontà di potenza. Nel suo percorso il risultato è chiaro e non relativo: la volontà di dominio è il male, la ricerca di una comune essenza il bene.

 

Questa via passa attraverso l’inferno e non è un percorso facile. Pochi riescono ad acquisire la consapevolezza che fa vedere chiaramente quale inganno si celi dietro una storia intesa come divinità cieca e superiore agli uomini. E’ un’epica, quella di Malick, ma di carattere particolare. Un’epica della pace e dell’uomo espressa nella descrizione delle forme che negano sia la pace che l’uomo. Per questo, ritornando a quanto detto, non possono esserci eroi, ma solo esseri umani che si confrontano  tremando l’uno di fronte all’altro.

 

Dovrebbero farlo vedere nelle scuole,”La sottile linea rossa”, per invertire la diseducazione di massa che ha reso asettica la sofferenza attraverso la menzogna televisiva. Dovrebbero insegnare di che morte muore l’uomo nelle guerre che non ha scelto di combattere. Sarebbe un ottimo modo per insegnare l’amore verso la vita e il rifiuto del peggiore dei mali: uccidere un tuo simile, uccidere un tuo dissimile.

 

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