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Posts Tagged ‘Javier Bardem’

Mare Dentro – La libertà e la condizione umana

Regia: Alejandro Amenabar

Interpreti: Javier Bardem, Belen Rueda, Lola Duenas, Mabel Rivera, Celso Bugallo, Clara Segura, Joan Dalmau, Alberto Jimenez

Paese: Spagna 2004

 

La scena iniziale del film si apre su un mare dalle onde leggermente mosse, che richiama una condizione di pace. Tuttavia proprio quel mare è la ragione della frattura che dà il via allo svolgimento drammatico del film. Il protagonista  – Ramon Sampedro – valuta male la profondità di una pozza d’acqua, dentro un’insenatura, e cadendovi dentro rimane paralizzato. Queste immagini iniziali indicano quella ragione di fondo dell’opera su cui si innestano le altre, ovvero sia il contrasto tra presunta immediatezza delle “cose” e il volto nuovo che assumono di fronte a uno sguardo differente.

Il rapporto tra Ramon e la vita viene giocato appunto dentro una serie continua di contrasti tra il senso comune e il senso individuale delle cose. Prendiamo, come esempio, il desiderio di morire. Ramon vuole la propria morte perché della morte non ha paura, ma non avere paura della morte non significa qui desiderarla per nichilismo esistenziale quanto affermare con più forza la relazione tra dignità umana e capacità di affrontare la vita fino in fondo. L’assenza di paura della morte corrisponde a una capacità di vita non ristretta dentro paletti ed è la decisione maturata da un uomo che è vissuto libero e libero vuole morire. Ramon è appunto la modernità che non cerca padroni, la sua stessa identificazione professionale precedente l’incidente – marinaio imbarcatosi per girare il mondo – riflette questa condizione. Una modernità in questo caso costretta fuori dalla propria condizione di appartenenza, spinta fuori dal contesto – che è il viaggiare, il muoversi, il non avere riferimenti – dentro una campagna lontana dal mare e dalla pluralità delle metropoli. La razionalità del protagonista riflette questa formazione maturata “girando il mondo a partire dall’età di diciannove anni” perché tenta sempre di essere comprensiva, aperta alle ragioni degli altri senza con ciò essere indulgente verso la fragilità delle stesse. Quando Ramon si rivolge al nipote dicendo “sai che se mi vuoi convincere devi dare una ragione valida” egli esprime al tempo stesso il suo status di uomo consapevole della propria condizione e isolato dalla mancata volontà di dialogo delle istituzioni circostanti. A volte sembrerebbe quasi che non sia tanto l’eutanasia il centro tematico del film quanto, semmai, l’impossibilità di risolvere le controversie attraverso il confronto tra argomentazioni. La parte svolta dal padre gesuita riassume questa chiusura tra chi esprime delle ragioni a sostegno delle proprie scelte e chi a queste ragioni antepone un elemento astorico, quale la divinità, che annulla il discorso a prescindere dalla sua pregnanza.

La differenza fondamentale tra il padre gesuita e le altre persone che nel film vorrebbero convincere Ramon a non uccidersi è dovuta al fatto che per il primo la vita degli uomini non appartiene loro, mentre per i secondi quella vita non appartiene solo a loro. Il padre gesuita e le istituzioni in genere rappresentano così un elemento arretrato rispetto al confronto tra esseri umani legati principalmente da vincoli affettivi. Sono questi ultimi che introducono le riflessioni più profonde del film, rimettendo in causa o magari anche generando dubbi nella scelta del protagonista. Ramon ha gioco facile nel dissacrare l’ignoranza della Chiesa o quella del fratello, meno semplice invece è il tentativo di far passare per diritto esclusivamente privato quello che è il diritto maturato da una persona cresciuta dentro una società. La problematicità dell’eutanasia sta nel fatto che a essere ucciso è un uomo che tronca delle relazioni causando un danno ad altri uomini, ossia nel fatto che un uomo prende una scelta che non ha effetto solo sulla sua di vita. Questa contrapposizione tra ragioni dal peso diverso ma egualmente argomentabili svolge nel film un ruolo importante anche se a volte non viene trattato in modo del tutto soddisfacente in virtù, fra l’altro, del carattere della patologia di cui soffre il protagonista. La stessa scelta del soggetto facilita Amenabar, perchè in causa entra anche la sofferenza fisica del protagonista. La comunità non soffre del dolore del singolo se non indirettamente e questo agevola la difesa non tanto della legittimità, che per chi scrive non è in discussione nemmeno per casi meno estremi, quanto della liceità del comportamento. Più complesso sarebbe affrontare questo rapporto tra individuo e comunità su temi non marginali e magari oggi meno trattati dai media, quali il suicidio come scelta estrema di un essere non solo cosciente ma anche non sofferente. Il film di Amenabar così risponde bene all’esigenza di un film che sostenga una giusta battaglia per un diritto alla dignità della morte in casi marginali e al tempo stesso si lega a un contesto preciso quale quello dell’arretratezza giuridica dei sistemi politici occidentali. Il contrasto tra radicalità estrema di una scelta “assoluta” e appartenenza sociale resta, al contrario, sottotraccia, eppure ancora oggi il vero “scandalo” – detto con un’accezione del tutto priva di una connotazione moralistica – è che l’uomo possa vivere e desiderare la morte in condizioni del tutto normali.

 

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Regia: Woody Allen

Interpreti: Rebecca Hall, Scarlett Johansson, Javier Bardem, Penelope Cruz.

Paese: Spagna, Usa, 2008

 

 

Senza rivelare troppo della trama del nuovo film di Woody Allen mi limito a dire due parole sull’intreccio: due amiche, Vicky (Rebecca Hall) e Chrstina (Scarlett Johansson), spinte da motivi diversi trascorrono l’estate a Barcellona. Durante il soggiorno catalano una sera al ristorante le due fanno conoscenza con un pittore (Javier Bardem) noto alle cronache rosa per il burrascoso matrimonio con la bellissima Maria Elena (Penelope Cruz). Una proposta sessuale espressa senza mezzi termini darà inizio alla bizzarra storia di “Vicky Christina Barcelona”, un po’ comica, un po’ spensierata, un po’ sentimentale.

Le reazioni delle due ragazze rispecchiano le diverse visioni dell’amore: Vicky appare la donna sicura che rincorre un futuro solido e in parte già programmato con un uomo altrettanto concreto; Chrstina invece non si sottrae a quello che la sorte le pone di fronte vivendo l’amore con estremo romanticismo e un pizzico di ingenuità. Ma le due giovani non rappresentano le uniche tipologie femminili presenti nella storia: altre donne si sovrappongono alle vicende di cuore di Vicky e Chrstina, tra cui l’amica di famiglia che le ospita in casa, e soprattutto la ex moglie del pittore Juan Antonio, una stratosferica Penelope Cruz nella parte della sensualissima e folle Maria Elèna. Sensi di colpa, desiderio di cambiamento, passioni soffocate sono tutti gli ingredienti che rendono la pellicola un realistico spaccato delle donne europee e americane. Forse questo non dimostra che Woody Allen sia un perfetto conoscitore della psicologia femminile ma è senz’altro indubbio che molte spettatrici si siano facilmente identificate nei personaggi. Non solo: il regista di “Manhattan” traccia una distinzione ben riconoscibile tra America e Europa, presentando un sentimento come quello amoroso alla stregua di un espediente per evidenziare la profonda diversità di tradizioni, vedute e pregiudizi, in entrambe le parti s’intende.

 

È vero che i rampolli della middle-class americana sono così infinitamente noiosi? Perlomeno come li dipinge Allen paiono tutti presi nell’organizzazione di informali incontri di lavoro. Al di là dei tipi umani rintracciabili in questo film il regista sembra più orientato a evitare classificazioni di sorta e, come denuncia la stessa Christina in un dialogo con Doug, risulta poco sensato continuare a catalogare esistenzialmente gli uomini in base ai gusti sessuali o all’estrazione sociale. Vero è che questo atteggiamento spaventa ancora i benpensanti ma accoglie invece i favori di un “avanguardista comico” come Allen che senza pudori porta al cinema le pecche della classe media americana. Il personaggio di Chrstina diventa la metafora di un giovane Paese aperto alla convivenza multietnica ma spaventato da un cambiamento incontrollabile. La travolgente Penelope Cruz – magnifica sotto tutti gli aspetti –  incarna al contrario una Barcellona complessa, a tratti isterica, ma pur sempre profondamente artistica e attraente. L’aspetto moderno e dinamico di questa città si riconosce in tanti elementi presenti nel film tra cui e soprattutto la cucina, inteso come luogo in cui i protagonisti si ritrovano a discutere e a riflettere.

 

Infine ho trovato interessante l’idea che Woody Allen si è fatto della solidarietà femminile in genere. Una solidarietà rara ma intensa che quasi estromette completamente l’uomo, in questo caso Juan Antonio, il motore della vicenda amorosa, come fosse un banale espediente per comunicare e sostenersi vicendevolmente. L’impressione è che Allen dia per assodato tale comportamento tra donne (e spesso non è così) e che lanci un messaggio provocatorio al genere maschile, spronando gli ometti ad avere più coraggio nell’approccio col gentil sesso. Quante donne prenderebbero seriamente in considerazione la sfrontata proposta sessuale di un pittore sconosciuto? A prescindere dal fatto che l’attore sia un irresistibile Javier Bardem io credo che la risposta risieda nell’esigenza sempre più femminile di distinguere l’atto sessuale dal coinvolgimento sentimentale, due elementi che possono coesistere e allo stesso modo non coesistere in totale e sublime serenità. Al di là dei canoni che la società impone, la libertà di amare un essere umano che incontriamo è in realtà il più grande atto d’amore verso se stessi, è un arricchimento senza pari. È per tale ragione che il bacio tanto discusso tra la Johansson e la Cruz trovo non sia un’espressione banalmente omosessuale bensì sia un puro e semplice atto d’amore.

La scelta delle musiche ricrea perfettamente l’atmosfera di una Spagna dove tutto può avvenire. Mi chiedo se Allen avesse potuto girare lo stessa storia in un’altra città europea e subito tristemente mi rendo conto che nessuna tra quelle italiane sarebbe stata una valida alternativa.

 

Pubblicata per la prima volta su http://www.cineboom.it 

 

chiarOscura

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Produzione: USA, 2007

Regia: Ethan e Joel Coen

Interpreti: Javier Bardem, Tommy Lee Jones, Josh Brolin, Woody Harrelson 

Il titolo del film è un’affermazione ma contiene al tempo stesso più domande. Chi sono questi vecchi? Se non a loro a chi appartiene “questo Paese?”

 Il termine di paragone “negativo” – ciò che non si è – si afferma sin dal principio, quello “positivo-affermativo” immediatamente dopo. Non è più un Paese per uomini fedeli alla legge, lì dove il rapporto di identificazione con la legge è sia razionalità da seguire secondo linguaggi comuni sia riferimento a una forma etica calvinista in cui le azioni finivano con l’essere lo specchio della bontà di una società. La crisi iniziale di questo mondo di solito viene fatta datare con la nascita della società di massa americana – i primi trent’anni del Novecento – in questo caso la rappresentazione mette in scena la progressione del suo cancro. A essa si oppone la razionalità del presente: agli occhi dei vecchi essa è folle e non riescono a comunicarci, parla un altro linguaggio. L’America e il suo deserto coprono uno spazio sterminato dentro cui agiscono killer psicopatici e avventurieri. Il sogno della frontiera e del self made man diviene mostra i limiti del mito e si traduce nelle pieghe di una società profondamente corrotta. Dal non essere così passiamo all’essere. Se i vecchi sono ormai prossimi a morire, il futuro di questo Paese è affidato ai suoi carnefici, che tali sono perché sostituiscono l’etica della produzione ormai tramontata con una nuova costellazione in cui i vincoli sociali vengono erosi. Tuttavia mettendo in atto una razionalità che non si mostra “felice”.

 

Il desiderio acquisitivo rovina chi lo asseconda: troviamo questa costante in alcuni film dei fratelli Coen (oltre al presente, si vedano Fargo e L’uomo che non c’era). Il sogno di avanzamento sociale finisce nel carcere a vita, nella sedia elettrica, nella morte violenta; i fratelli Coen mettono in scena un’apocalisse americana, descritta con eleganza. In essa il vettore della corruzione è la sacralità del denaro. E’ un’apocalisse senza via d’uscita? Per cercare una risposta interna al film, guardiamo ai personaggi.

 

Anton Chigurh, innanzitutto. Killer privo di umanità al punto che è l’assenza d’umanità il principio di riferimento della sua morale “rovesciata”. Un Javier Bardem luciferino, dagli occhi iniettati di sangue e che non si limita a uccidere. Gioca con le sue vittime e le rapisce nel suo carnevale di sangue. La sua assenza di razionalità, nel senso classico del termine, è assoluta: posto un fine da raggiungere utilizza mezzi non adeguati allo scopo. E’ figlio del senso di gloria, dell’assenza di ordine. Chigurh è un leone dentro una savana sociale: uccide il suo prossimo, come altri fanno nel film, ma lo fa senza riconoscergli alcun tratto umano. E’ la figura della guerra civile. Se gli americani un giorno decidessero di dichiararsi guerra a vicenda, in Chigurh troverebbero il nuovo Abraham Lincoln.

Llewellyn Moss, saldatore in pensione con l’hobby della caccia. Insegue il mito della fortuna alla frontiera. Non trova oro ma milioni di dollari in contanti. Agisce da solo senza curarsi delle conseguenze che le sue azioni avranno sulle persone che ne condividono l’esistenza (la moglie). Non avrebbe bisogno di emanciparsi dal lavoro, eppure cerca il “salto di qualità” approfittando di un reato e commettendone un altro. Vive nel deserto, la sua figura è quella del marginale: immagina di non avere Stato a controllarlo e si ritrova a doverne affrontare due, quello legale e quello illegale.

I ragazzi della frontiera: anch’essi agiscono per denaro e aiutano una persona in cambio di denaro.Tuttavia queste sono linee tendenziali prevalenti, esistono altre forme di razionalità e un residuo di un Paese al crepuscolo.

 

Carson Welles, Killer a pagamento, certo non una figura esemplare. Aiuta a comprendere meglio la follia di Chigurh, ma resta il tipico prodotto di un’America Wasp che crede ancora nel rapporto tra prestazione e salario, tra mezzi e fine. Non è nemmeno un Paese per lui.

 

La differenza che si profila è quella tra un piano in cui il rischio è calcolato e l’esercizio della violenza regolato e un altro in cui si muore o si vive giocando a testa o croce. Nella seconda America la vita vale un penny o poco meno. Nella prima qualcosa in più.

Lo sceriffo Bell e la moglie di Llewellyn. Sono le figure positive. Il primo protegge i suoi cittadini fino a dove possono le sue forze e fino a dove il suo cervello riesce a comprendere questo nuovo mondo. Ma i tempi lo hanno superato e ha perso anche il contatto con il passato da cui proviene.

La moglie è la prima, non unica, figura giovanile positiva. Rifiuta di mettere la sua vita sulla stessa bilancia di un penny. E’ giovane e potrebbe generare nuova vita. Potrebbe.

Infine i bambini, i primi a tentare di rifiutare il denaro per una prestazione obbligata quale la cura di un sofferente. Sono, in questo quadro, un elemento di speranza che spinge a non leggere il film in modo da tradurre la tendenzialità in fatalità. Ma quale è la tendenza?

 

La prima di America non è aliena alla seconda, pensando a difendere i suoi confini e non a discutere sé stessa ora guarda come un inferno la società che ha prodotto. Spezzata la frontiera e il suo cerchio epico chi richiuderà il confine invertendo la frattura? Lo “Stato”? La separazione tra Stati? Un’esplosione di guerre civili molecolari? Una rinascita dell’America rivoluzionaria e Jeffersoniana? Domande che guardano al futuro. Il fatto che esso possa essere remoto o prossimo resta, a sua volta, un interrogativo non risolto.

 

 

 

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