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Posts Tagged ‘John Savage’

Regia: Terrence Malick

 Interpreti: Colin Farrel, Q’Orianka Kilcher, Christian Bale, Christopher Plummer, John Savage, Johnathan Price

 Paese: U.S.A. (2005)

L’incipit del film somiglia, per molti aspetti, a quello de “La sottile linea rossa”. Il commento musicale segue il contatto diretto degli indigeni con gli elementi della natura in un crescendo empatico. L’acqua, in cui essi nuotano, sempre sotto la superficie, sembra racchiuderli come un liquido amniotico.

I colonizzatori, al contrario, si muovono al di sopra di quel livello, solcando i mari con le loro navi che consentono il dominio sugli elementi della natura. Curiosamente, una volta giunti a terra i colonizzatori inscenano una finta condanna a morte contro un insubordinato, il Capitano John Smith interpretato da Colin Farrell. La rappresentazione della pena e della condanna traghetta dal vecchio mondo, insieme alle vettovaglie e alle armi, anche il principio dell’esercizio giuridico dell’autorità e della disponibilità della vita altrui da parte dell’organizzazione statale.

I modelli che si confrontano sono quelli di una società verticale, disposta per strati, e una comunità prevalentemente orizzontale, ma che conosce anch’essa il principio di autorità. Lo schema non è manicheo e la via di mezzo tra le due realtà, anche se nella forma di anomalia ostacolata, è incarnata dai due protagonisti del film. Il Capitano Jones e la principessa indigena Pocahontas – interpretata da Q’Orianka Kilcher – vivono una drammatica storia d’amore il cui destino scorre parallelo a quello di una promessa di felicità tradita nel momento in cui la scoperta di un nuovo mondo non è fatta corrispondere a un nuovo inizio.

La ricerca, mancata, di una rinascita fa si che “Il nuovo mondo” rappresenti una genesi intermedia della dismisura che Malick pone come nucleo tematico della sua opera: essa nasce qui nella rappresentazione che il regista ne dà, ma nasce come portato di una condizione ben anteriore. Nonostante il regista non rappresenti l’indigeno secondo il canone del buon selvaggio, la contrapposizione tra i valori del suo mondo e quelli del mondo dei colonizzati non è neutra e ne riconosce la superiorità. Per gli indigeni Dio è madre, divinità che genera e non divinità che legifera. La religione dei colonizzatori, al contrario, usa il testo sacro per dare una norma a un mondo caotico che si manifesta come pena e supplizio. La natura in questo caso è matrigna e non madre, che viene scavata fin dentro il suo utero per trovare le risorse necessarie a sopravvivere. In questo contesto di differenza non neutra tra i due mondi, l’insediamento inglese viene salvato dal gratuito dono della comunità, guidata dalla principessa, agevolando la strada, loro malgrado, a quella cattività di cui i coloni sono gli ambasciatori.

Lo scoppio della guerra tra i due mondi sancisce la fine della parentesi sognata da Smith. Al tempo stesso la principessa indigena viene scacciata dalla sua comunità, vittima di una dismisura differente rispetto a quella del dominio, come quella rappresentata da un sentimento non controllabile, ossia l’amore verso uno straniero. Analogamente a quanto accade nel precedente “La sottile linea rossa”, il vecchio mondo non è unilaterale espressione di una pulsione dominante, così come il nuovo mondo non rientra tutto nei canoni del paradiso armonico e violato. Tuttavia la mancata omogeneità interna dei mondi non corrisponde a un equilibrio, quanto a una prevalenza di una polarità rispetto all’altra.

Nel caso del vecchio mondo il principio del dominio è quello che si afferma. Esso nasce per estendersi al globo, ossia manifestando dal principio una missione universale. Al tempo stesso dentro quel principio sopravvive, come un corto circuito potenziale, il messaggio alternativo fondato su una differente visione della divinità che richiama l’uomo alla consapevolezza dei suoi limiti e delle sue possibilità di essere interno alla natura.

Le suggestioni che Malick propone hanno una forza evocativa indubbia e si fondano su una capacità di rappresentazione che rende questo autore uno dei maestri del cinema contemporaneo. Tuttavia vi è nella sua opera, anche quando tenta di superarlo, un limite olistico che troppo sottovaluta l’importanza, la pluralità e la complessità di quel mondo storico così profondamente ridiscusso alle sue fondamenta. Si rischia ulteriormente l’olismo, e una forma di distacco dal presente che impedisce di comprenderlo razionalmente, nel momento in cui si separa il nostro mondo storico dalla possibilità di esprimere, o di ritrovare dentro la sua tradizione, correnti di pensiero capaci di leggere il rapporto tra uomo e mondo fisico non necessariamente secondo i canoni unilaterali del dominio.

Per un approfondimento sul cinema di Terrence Malick: http://amigi.org/film/375-approfondimenti-terence-malick.

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Regia: Terrence Malick

Interpreti: Jim Caviezel, Sean Penn, Nick Nolte, John Cusack, Adrien Brody, John Savage, Woody Harrelson, George Clooney, John Travolta, Jared Leto

Produzione: USA 1998

Cosa separa questa linea? E’ una separazione tra mondi differenti nel concepire il proprio rapporto con la “natura”. Uomini sono gli aborigeni melanesiani con i loro ritmi lenti, così come uomini sono i soldati americani e la loro accelerazione del tempo. La calma dei primi viene indicata nel film attraverso il riferimento musicale a un canto dalle tonalità alte, quieto come la pace. L’impazienza dei secondi cambia il registro musicale e introduce suoni più cupi, come la guerra. Un contrasto è tra volontà di vita e volontà di dominio, un altro tra centralità dell’uomo e centralità della divinità storica. La calma della Melanesia consente la riflessione sui dati essenziali della nostra esistenza: la vita, la morte, il reale. In essa il soldato Witt (Jim Caviezel), disertore, trova la sua isola, lontano dalla guerra e dalla civiltà occidentale. La sua preistoria è libertà, assenza di gerarchia. La storia, al contrario, è catena del dominio che viene a prenderlo eseguendo degli ordini. Le catene di comando sono l’esatto contrario della riflessione.

 

La storia irrompe con una nave da guerra, una vedetta, non a caso, che cerca e trova il suo fuggitivo. Il sergente Welsh  (Sean Penn) esprime la pretesa totalitaria di questa polarità, che appunto non lascia scampo a chi vuole nascondersi. Quando interroga Witt, Welsh recita: “In questo mondo, un uomo da solo non è niente e non esiste un altro mondo”. Ma davvero questa integrazione è irreversibile? Sarà proprio la storia di Welsh a dimostrare l’esatto contrario, così come è già l’atteggiamento di Witt, preistorico perché basato su qualcosa che viene prima del film e a cui noi non assistiamo, a segnare una crepa dentro l’unicità di quel mondo.

 

Witt non può nascondersi, proprio per questo, tuttavia, resta ciò che ha appreso di essere nell’altro mondo. Conduce la sua linea di fuga senza mai dimenticare chi è, particolare che lo rende non solo carattere differente dal resto ma esemplare di un nuovo modo di essere. Attorno lo circonda un’aura che non impedisce il contatto con il mondo ma lo traduce secondo un nuovo linguaggio. Witt porta sulla pelle la placenta di un’altra epoca, contemporanea e distante, che lo pone su un livello linguistico differente (nonché superiore, per chi scrive). Il mondo che ora attraversa è al contrario ha un viso opposto: assenza di fiducia, stato hobbesiano dei rapporti umani, paura, scontro per il potere. Guerra, con ogni mezzo disponibile. E la guerra cos’è in Malick? Il male assoluto, perché elimina la dignità personale. Per questa ragione non vi è attenuazione dei contrasti nella descrizione della guerra e del suo effetto principale, la morte violenta. La gente trema in guerra e non muore da eroe. Il modo in cui si viene uccisi è indicativo di questo carattere. La morte, almeno nelle prime sequenze in cui appare, non tocca il viso bensì il resto del corpo: i primi cadaveri hanno gli arti mutilati. Questa morte colpisce allo stomaco, al culo, alle caviglie: bombarda i corpi. La realtà antieroica, Malick la rende con straordinaria efficacia.

 

Si è detto che la guerra è il male assoluto, per questa ragione è bene ciò che si pone oltre di essa anche quando essa è necessaria. Lo stesso Dio che la benedice è morto come la civiltà che la sostanzia. E’ un Dio immobile, crocifisso per sempre che ha perduto la capacità di parlare al vivente e attraverso il vivente partecipando della sua sostanza. Certo un Dio differente da quello degli aborigeni che non ha nome perché è mobile, come il mondo. “Chi sei tu per sopravvivere dentro tutte queste forme” si chiede Witt provando meraviglia per il mondo.

 

La meraviglia di Witt non presuppone paradisi oltre la Terra e parla del Dio dei disertori: se tutti disertassero, tutti senza badare alle bandiere e nello stesso istante, quel Dio avrebbe vinto e noi con lui. Ma nei rapporti di forza Hobbes vale più di Dostojevsky e il film non nega questa evidenza. Lo spazio del nuovo mondo è prevalentemente pensato, quello del mondo del “primo” Welsh è, al contrario, pubblicamente espresso. Solo Witt ha la maturità per camminare con un nuovo sguardo: dentro il martirio antieroico si muove portando la pace pur essendo parte progressivamente sempre più attiva della guerra. Il conflitto è un inferno che attraversa senza perdersi, anche quando le sue ragioni sembrerebbero consentire un utilizzo sproporzionato della forza. Cosa vuol dire farsi vincere dallo spirito bellico? Abituarsi all’orrore; vedere morire un uomo e non farci più caso, non lasciarsi sfiorare dall’idea che con lui sta morendo un mondo intero. Credere che esistano guerre giuste, questo vuol dire farsi vincere dallo spirito bellico.

 

Malick sceglie la seconda guerra mondiale, la guerra giusta per eccellenza e dà a questa scelta un senso doppio. Primo, perché fa capire, a scanso di equivoci, che le guerre non sono mai giuste ma al massimo necessarie. Secondo, che anche di fronte alle guerre necessarie non ci si deve lasciare contagiare dalla follia che le ha create se si vuole evitare la riproduzione della catastrofe. Ma, poiché nella catastrofe cadiamo spesso, ritorna adesso quel conflitto tra mondi, tra preistoria e storia, con una domanda impellente: cosa rende non preistorica l’esistenza di un uomo che non decide per sé ma viene deciso da altri? Cosa garantisce uno status di superiorità a questa carne di macello occidentale rispetto ala libertà del selvaggio? E’ una domanda che scava la nostra civiltà e che Malick utilizza per risalire la storia americana dal presente verso il passato (“la rabbia giovane”, “La sottile linea rossa”, “The New World”) fino al suo inganno originario: la volontà di potenza. Nel suo percorso il risultato è chiaro e non relativo: la volontà di dominio è il male, la ricerca di una comune essenza il bene.

 

Questa via passa attraverso l’inferno e non è un percorso facile. Pochi riescono ad acquisire la consapevolezza che fa vedere chiaramente quale inganno si celi dietro una storia intesa come divinità cieca e superiore agli uomini. E’ un’epica, quella di Malick, ma di carattere particolare. Un’epica della pace e dell’uomo espressa nella descrizione delle forme che negano sia la pace che l’uomo. Per questo, ritornando a quanto detto, non possono esserci eroi, ma solo esseri umani che si confrontano  tremando l’uno di fronte all’altro.

 

Dovrebbero farlo vedere nelle scuole,”La sottile linea rossa”, per invertire la diseducazione di massa che ha reso asettica la sofferenza attraverso la menzogna televisiva. Dovrebbero insegnare di che morte muore l’uomo nelle guerre che non ha scelto di combattere. Sarebbe un ottimo modo per insegnare l’amore verso la vita e il rifiuto del peggiore dei mali: uccidere un tuo simile, uccidere un tuo dissimile.

 

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