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Posts Tagged ‘Palestina’

Regia: Ari Folman

Voci narranti: Ari Folman, Boaz Rein-Buskilà, Ori Sivan, Ronny Dayag, Shmuel Frenkel, Dror Harazi, Ron Ben-Hishai

Paese: Israele, Germania, Francia (2008)

 

Ventisei cani corrono, rabbiosi, per le strade di una città mediorientale, scaraventando a terra passanti e tavoli dei bar, fino a giungere sotto la finestra di un ex soldato israeliano, chiedendo la sua testa come prezzo per placare la loro rabbia. Quei cani hanno, negli occhi, la fissità degli animali morti, non provengono da un mondo presente, ma dalla realtà del sogno di un reduce. In seguito si vedranno gli stessi cani, con lo sguardo differente, cadere sotto i colpi dello stesso militare, durante un rastrellamento condotto dall’esercito israeliano in un villaggio libanese. Comparando gli sguardi di questi animali, prima e dopo la morte, l’impressione è che anch’essi abbiano scoperto il “male” e questa scoperta ne abbia stravolto i lineamenti, rendendone i tratti diabolici e assetati di una impossibile vendetta. Valzer con Bashir si apre con la prima scena, la corsa folle dei cani da guardia uccisi nelle notti di guerra dell’estate 1982, introducendo tutti i temi che il film-documentario svilupperà nei novanta minuti successivi.

La violenza e il disumano: Boaz, il reduce perseguitato da questo sogno ricorrente, fa parte di un esercito che uccide e vede uccidere esseri umani. Eppure ciò che lo turba sono quegli animali morti e ciò accade non tanto perché a ucciderli è stato lui, quanto a causa della loro innocenza. In seguito vedremo un altro suo commilitone dichiarare di aver compreso la brutalità della guerra solo dopo aver visto i cavalli morenti all’ippodromo di Beirut. La guerra altera le percezioni, la sua violenza genera traumi che trasferiscono nella vita dei suoi protagonisti l’illogicità della sua logica. L’effetto, in Boaz, è quello che, per dimenticare l’appartenenza umana delle persone assassinate dall’esercito, si trasferiscono sugli animali alcune categorie che appartengono agli esseri umani. L’animale viene umanizzato: è “innocente” e su di esso si carica quel rimorso che non si riesce a realizzare per chi, insieme agli animali, è vittima innocente della guerra e dell’ipocrisia linguistica dei “danni collaterali”. La violenza esercitata sui propri simili si traduce nella distorsione della propria coscienza e nella perdita della propria identità. La figura di Boaz rimanda direttamente a quella di Ari Folman, regista, voce narrante e protagonista “animato” di questo film-documentario.

La memoria e l’identità: Ari Folman è il soggetto su cui il film si sviluppa e la sua ricerca di senso si intreccia e segue la ricerca di senso, e di forma, che è caratteristica di un’opera d’arte in formazione. Il protagonista del film vive una condizione critica e di conseguenza è un non-definito. Da un lato non può ricordare, perché il ricordo ha una potenzialità disgregatrice sulla sua esistenza, dall’altro non può fare altro che cercare di ricostruire il proprio passato perché, “censurando” i propri ricordi, non riesce a essere sé stesso e manca, conseguentemente, la consapevolezza della propria identità. La ragione per cui il protagonista non può ricordare è individuale ed “etnica” al tempo stesso: Ari Folman è un essere umano rapito nel circuito alienante della guerra, ma è anche un ebreo, figlio di internati nei campi di concentramento di Auschwitz, che si ritrova a essere parte indiretta nel massacro di Sabra e Shatila, la strage dei profughi palestinesi, compiuta dalla falangi cristiane libanesi per vendicare la morte di Bashir Gemayel, il leader politico libanese di estrema destra cui rimanda il titolo del film. Sabra e Shatila, non un massacro qualunque, ma un genocidio, come tale riconosciuto dall’O.N.U. il 16 dicembre del 1982, che ricorda da vicino la violenza dei campi di concentramento nazisti. Ricostruendo questi fatti e la colpevole connivenza dell’esercito israeliano e dell’allora Ministro della Difesa Ariel Sharon, Folman segue le tracce di una sua identità perduta perché creata omettendo la contraddizione tra la propria acquiescenza al massacro e le ragioni genetiche di una comunità statale, come quello israeliana, che anche nella memoria della propria oppressione aveva forgiato la sua identità nazionale. La perdita dell’innocenza non si limita certo a un singolo individuo, Folman parla alla sua generazione e al suo Stato, indicando in Sabra e Shatila la linea d’ombra, oltrepassata la quale, non resta che la rifondazione o la corruzione delle proprie ragioni di esistenza.

La coscienza e il presente: la funzione della memoria è fondante perché esemplare. Nel caso di Folman essa svolge un ruolo politico, legando la verità storica alla maturazione di una coscienza libera e capace di riconoscere la responsabilità dei propri errori. In assenza di questa presa d’atto, la funzione della memoria è pur sempre politica, ma di una politicità diversa poiché prefigura, come proprio fine, il tetro, e in questo caso tristemente ironico, scenario di una Nazione che pensa di assicurare il proprio presente attraverso un apartheid che è sia mnemonico che materiale. In questi giorni il dilemma è più acuto che mai e la visione di “Valzer con Bashir” è da consigliare sia per la qualità dell’opera sia perché dimenticare ciò che si sa è la via privilegiata per la replica dei propri errori.

 


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hiam

Regia: Eran Riklis

Interpreti: Hiam Abbass, Doron Tavory, Ali Suliman, Rona Lipaz-Michael, Tarik Kopty, Amos Lavi, Amnon Wolf, Smadar Jaaron, Danny Leshman, Hili Yalon

Paese: Israele, Germania, Francia, 2008

 

 

Sarò onesta. Sono andata a vedere questo film più che altro per la presenza di Hiam Abbass, una  sorprendente attrice israeliana, classe 1960, che si è fatta notare negli ultimi anni per aver interpretato ruoli di spessore nel cinema europeo e americano. Dopo la gavetta in teatro e qualche ruolo secondario sul grande schermo, il giro di boa arriva con La sposa siriana di Eran Riklis del 2004 per poi approdare a L’ospite inatteso con McCarthy. Ma è con Lemon tree che Hiam Abbass è assoluta protagonista della storia diretta, ancora una volta, dal regista israeliano (statunitense d’adozione) Eran Riklis. La pellicola ha ricevuto il premio del pubblico a Berlino ’08 e ha valso alla Abbass il premio come miglior attrice all’Israeli Film Award per aver interpretato Salma Zidane, la coraggiosa protagonista della storia.

 

Il giardino di limoni narra la vicenda di una vedova palestinese, Salma appunto, a cui capita la disgrazia di un nuovo vicino di casa piuttosto scomodo: il ministro della difesa israeliano. Trasferitosi da poco con la moglie in una sfarzosa dimora che confina proprio con il giardino di limoni coltivato dell’instancabile Salma, il ministro in accordo con il servizio di sicurezza decide di abbattere gli alberi perché potrebbero causare un impedimento alla serrata sorveglianza. Il giardino è però l’unica eredità e l’unico bene di cui dispone Salma che, con coraggio e forse con un briciolo di incoscienza, è determinata a non cedere per nessuna ragione al mondo. Con l’aiuto del giovane avvocato Ziad il caso arriva davanti alla Corte suprema di Israele e darà del filo da torcere allo stuolo di legali dell’esercito appoggiati dal governo. Una modesta vedova palestinese dunque non si da per vinta di fronte al torto di un importante uomo politico tanto che l’eco dello scandalo arriva anche alla stampa e alle tv di mezzo mondo. Ma dall’altra parte della rete c’è un’altra donna che, dietro le tende ricamate e vestita di stoffe pregiate, osserva silenziosa l’ingiustizia di cui Salma è vittima. Si tratta di Mira Navon, la bella moglie del ministro che pare vivere in una fortezza di solitudine all’ombra dell’indifferenza del marito. La donna rimane profondamente scossa dagli eventi e con molta discrezione si unisce alla causa della vedova solidarizzando contro la prepotenza del consorte.

 

Dopo La sposa siriana Eran Riklis torna a parlare di donne e di esistenze lacerate, come metafora di una terra contesa e logorata, la Cisgiordania, territorio martoriato ancora e sempre da una situazione più che mai irrisolta tra Israele e Palestina. Tuttavia Il giardino di limoni non può definirsi un film “politico” quanto piuttosto un film che racconta, attraverso un caso particolarissimo, la condizione di molti palestinesi che negli ultimi anni hanno deciso di muovere causa allo Stato di Israele. Sarà una domanda retorica ma provo a porla comunque: quanti telegiornali e tv ne parlano o sfiorano almeno l’argomento? Definirei la pellicola di Riklis un film informativo su ciò che sta accadendo in Medio Oriente, un approfondimento interculturale che mette in luce i nuovi cambiamenti e i vecchi pregiudizi duri da abbattere. Salma è sola perché è vedova e i figli sono lontani, sembra suggerire il regista. O forse è sola perché è una donna senza protezione maschile? È indubbia la differenza che intercorre tra la protagonista e l’emancipata Mira Navon libera di agire in autonomia, però, senza voler entrare in polemica con le femministe più incallite, Salma non è la paladina del gentil sesso e non rappresenta l’eroina che si scontra con il maschilismo imperante. La vedova e la sua condizione rappresentano piuttosto l’impotenza di innumerevoli palestinesi di fronte all’esproprio di interi territori occupati e descrive la lacerante esperienza di uomini, donne, famiglie, tutti loro malgrado prigionieri di un senso di ingiustizia.  

 

Sarò nuovamente onesta come ho iniziato: Il giardino di limoni non è un capolavoro. Ci sono infatti un paio di vuoti narrativi che rendono un po’ stereotipata la nascitura relazione tra la matura Salma e l’acerbo avvocato Ziad. Qualche piccolo (e trascurabile) errore di posa tra le scene montate. Ottima invece la fotografia diretta dallo svizzero Klausmann e l’introduzione di qualche scena comica ad alleggerire il dramma di circostanza. La magnetica espressività di Hiam Abbass – che in questa storia il regista definisce essere stata una parte di sé – merita da sola la visione del film che arriverà nelle sale italiane dal 12 dicembre. Il giardino di limoni rappresenta infine uno splendido esempio di collaborazione arabo-israeliana, segno che l’intesa non è un’utopia, a partire dal fatto che Salma è una palestinese interpretata da un’attrice nativa di Nazareth, fino ai titoli di coda della pellicola realizzati in entrambi gli idiomi.

 

chiarOscura

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