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Posts Tagged ‘Pier Paolo Pasolini’

Autori: Pier Paolo Pasolini – Giovanni Guareschi

Voci fuori campo: Renato Guttuso, Giorgio Bassani, Carlo Romano, Gigi Artuso

Paese: Italia 1963

 

La rabbia è un documentario, dalla difficile genesi, che porta la firma di Pier Paolo Pasolini e di Giovanni Guareschi. L’intenzione del lavoro è quella di comparare due differenti rappresentazioni della modernità di fronte a una domanda comune. L’interrogativo posto ai due autori parte dall’assunto che i tempi a essi coevi siano caratterizzati da un’infelicità di fondo, determinata dalla violenza dei rapporti sociali. Il primo limite del film-documentario deriva da questo incipit. Difficilmente da una domanda superficiale si può cavare fuori una risposta intelligente, soprattutto se non si mette in discussione la domanda stessa nel corso della risposta. Né Pasolini né Guareschi riescono nel compito, con una differenza non insignificante: se Pasolini tenta la strada di un’analisi complessa, Guareschi resta chiuso in uno schema grettamente provinciale che fa del suo pezzo una delle peggiori testimonianze del qualunquismo nazionale.

 

Nel pezzo di Pasolini il tentativo di una lettura meno triviale della domanda emerge a sprazzi. In generale domina una rappresentazione manichea del presente e dei rapporti di forza internazionali. La scissione tra innocenza del mondo – rappresentata dai popoli del terzo mondo, dalla civiltà contadina e dalla figura di Papa Giovanni XXIII – e maturità corrotta – la società industriale della produzione e del consumo – non è quasi mai profonda. Il giudizio catastrofico sul sistema industriale – alla fine della cui affermazione “nulla più sarebbe rimasto” – coincide con un’espulsione dalla rappresentazione sociale della classe operaia. L’universo della fabbrica non appartiene a questo mondo, la rivoluzione subisce una regressione utopica e diviene conseguentemente sogno romantico non realizzabile. L’uomo nuovo nasce morto o al crepuscolo.

Sebbene la critica dura di Pasolini alla società dei consumi mostri sempre di più la propria profondità, il difetto di perspicuità sul suo presente è rilevante. La stessa critica al modello di sviluppo non si applica bene a tutta la storia della società operaia che fu protagonista, negli anni più duri del conflitto di classe, di una rivendicazione in termini di libertà dal lavoro e dal consumo (penso, nello specifico, alle battaglie per la qualità della vita e per il diritto all’istruzione dei lavoratori). Non avere colto la maturità dell’operaismo italiano è un difetto profondo della nostra intellettualità migliore, che è spesso figlia di un mondo distante da quello della modernità industriale.

Non è questo soltanto il limite del lavoro di Pasolini. La rappresentazione dell’universo sovietico è troppo indulgente, dal momento che non coglie come l’U.R.S.S. non fosse affatto un motore di liberazione universale, quanto, ormai, un ulteriore tassello nella logica dei contrapposti imperialismi. Scarsa la capacità mostrata nella comprensione delle esigenze delle politiche di potenza, monco, per quanto a tratti profondo, lo sguardo sulla società occidentale.

La parte più interessante del documentario è quella che guarda all’emersione del Terzo Mondo dal limbo della storia. Il lirismo in questo caso non sembra fuori luogo. Pasolini resta uno splendido poeta di fronte alla meraviglia del nascere e alle sopravvivenze dell’ingenuità adolescenziale. Attraverso questo sguardo passa anche Marylin Monroe, icona di un’ingenuità uccisa e simbolo del ruolo che la morte svolge nel mondo dei vincenti. Forse è con il ritratto di Marylin Monroe che il film supera la stupidità manichea della domanda da cui è nato, ma è “solo” un attimo.

 

La parte di Guareschi è invece inqualificabile. Rozza, triviale, apertamente razzista. Sembra di assistere a una proiezione del mondo che ha come punto d’osservazione privilegiato il buco della serratura e come padre lo stomaco, letterale e metaforico, della più putrida provincia italiana. Di fronte alla tragedia e alla possibilità di fornirne una lettura partecipata, Guareschi scade o nel giustificazionismo o nella polemica strumentale. L’equiparazione tra condannati nazisti e giudici al processo di Norimberga è irritante. La descrizione del ruolo della donna nella società è degna di un Ministero della cultura popolare. Le osservazioni sulla Regina Elisabetta – che è falso viso materno dal momento che balla “insieme ai negri” come fa “l’apprendista zulu MacMillan” – aprono la strada a una forma di razzismo rivoltante. Guareschi arriva ad esaltare il colonialismo francese, stigmatizzando il comportamento “antieuropeo” degli Stati Uniti, questa volta rei di aver lasciato l’Africa libera di liberarsi dal dominio coloniale. “I negri” vengono rappresentati come dei minorati che necessitano dell’aiuto dell’uomo bianco. Stucchevole la categorizzazione del marxismo come figura in terra dell’anticristo, da cui ci guarda la coscienza di classe delle vecchie coi rosari in mano. Si respira, nel pezzo di Guareschi, un profondo disprezzo verso la democrazia che è caratteristico di una concezione politica elitaria, a lungo inibita dai partiti di massa e oggi purtroppo ritornata in auge. In questo caso, l’invito alla visione è consigliabile solo per capire quali siano gli umori peggiori e largamente diffusi della destra italiana. Un passaggio utile per argomentare quella “diversità antropologica” che proprio da destra è stata posta all’attenzione del dibattito politico a noi contemporaneo.

Il film non convince e perde un’occasione, perché quelle vicende avrebbero certo meritato uno sguardo più attento.

 

 

 

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Regia: Pier Paolo Pasolini

Interpreti: Enrique Irazoqui, Margherita Caruso, Susanna Pasolini, Marcello Morante, Giorgio Agamben, Mario Socrate, Settimio Di Porto, Otello Sestili, Ferruccio Nuzzo, Giacomo Morante, Ninetto Davoli, Paola Tedesco

Paese: Italia 1964

Presentato al Festival di Venezia del 1964 e vincitore del Premio speciale della giuria, “Il Vangelo secondo Matteo” riproduce fedelmente la narrazione “sinottica” della vita di Cristo attraverso la testimonianza maggiormente intrisa di venature politiche. Da un Vangelo politico un film altrettanto politico, centrato sulla predicazione “umana” di un Messia dai tratti rivoluzionari ma niente affatto riducibile a una riproposizione strumentalizzata a uso del presente del testo sacro.

 

La trasposizione di Pasolini è estremamente fedele e nella sua fedeltà non risparmia nemmeno le contraddizioni presenti nel Vangelo, quali quella contrapposizione tra un Dio del perdono e un Dio vendicativo che si accentua proporzionalmente alla politicità – ovvero all’umanizzazione – del Cristo che minaccia inferni di fuoco a chi non lo seguirà. Al tempo stesso la fedeltà al testo non solo non impedisce di guardare al presente ma, nella sua pretesa di universalità, racchiude quel presente in una prospettiva epocale segnata da una contrapposizione tra oppressi e oppressori che, proprio nella figura messianica, trova l’identificazione attiva e militante del primo elemento contro il secondo. La presa di posizione politica dalla parte della povertà coincide con una presa di posizione stilistica del regista che riproduce l’essenzialità del messaggio evangelico attraverso lo spazio scenico in cui viene rappresentata la sua vicenda drammatica.

 

Il Cristo di Pasolini viene dal mondo degli esclusi. Sarebbe facile richiamare il parallelo tra questa figura e quell’emersione del Terzo Mondo che negli stessi anni si imponeva attraverso il processo di decolonizzazione. Tuttavia la condizione di “esclusi” non va in questo caso radicalmente contestualizzata, come del resto tutto in questo film, poiché è della memoria collettiva dei “senza ricordo” che il regista e scrittore friulano si fa portavoce. L’espressione del silenzio è, in questo caso, il primo modo in cui appare Cristo e il mondo di cui si fa portavoce. Non primariamente nelle parole, quanto nei visi, traspare la poetica pasoliniana. I visi sono consumati, storici anch’essi nel senso in cui la storicità coincide con l’eternità. Sono visi di lavoratori che preludono a un Cristo che non si è fermato ad Eboli per il semplice fatto che dentro Eboli e ovunque nel mondo esso è nato. Nei volti di questo passato traspare l’immagine di un’Italia contadina crepuscolare che, come un uomo crocifisso, mostra sé stessa al martirio, ma si dà a vedere soprattutto una condizione universale di sfruttamento tale da accomunare gli uomini oltre le nazioni. All’interno di questo mondo statico irrompe la gioventù messianica con la sua carica rivoluzionaria. Il Cristo di Pasolini ha del rivoluzionario il ruolo avanguardista, contrapposto alla menzogna istituzionalizzata del potere.  Ancora immatura, conseguentemente, la figura delle masse che attendono un profeta, ma di per sé non riescono a rappresentare una coscienza che non sia “condotta” dall’esterno. La polarità resta conseguentemente doppia: bene-male, verità-falsità, nuovo ordine-potere costituito.

 

Il potere costituito si presenta con il viso di Erode e attraverso la figura del genocidio. Il potere è dittatura, controllo della parola e annichilimento di ogni possibile opposizione: la strage degli innocenti, nella dimensione universale del messaggio, vale per ogni innocente, vale per gli ebrei gasati e per i libri mandati al rogo. Il potere è intollerante di ogni verità che non sia la sua falsità, preferisce ucciderla nella culla oppure corromperla, come tenta di fare la seconda figura del potere: il Satana del deserto. Satana non è lo shaitan della cultura desertica, è un satana metropolitano, indossa un mantello e promette possesso, potere al prezzo di un patto che è la perdita della propria libertà. Il rifiuto del Messia è l’inversione di senso più radicale che irride la mondanità orfana di limiti di un satanico espanso al punto da cercare nuovi spazi anche al di fuori della città degli uomini. Questo Satana ha molto della modernità corrotta che Pasolini duramente stigmatizzò nelle sue pagine scritte, sebbene sarebbe superficiale leggere il messaggio in termini divisi tra l’apocalitticità del presente e la nostalgia del passato. Pasolini non era questo, così purtroppo lo vogliono descrivere, perché è facile, troppo facile, fare parlare i morti con i vivi a fare da ventriloqui.

Il Messia di Pasolini non è un profeta “disarmato” o privo di speranza, la sua è una norma attiva. Il motto suona “Fate agli altri ciò che vorreste fosse fatto a voi”, la sua riproduzione perde la connotazione negativa del “Non fare agli altri ciò che vorresti non fosse fatto a te”. L’amore come passione attiva è la forza pensata per cambiare il mondo attraverso la superiorità del vero sull’artificioso. Artificioso è il palazzo del re e il tempio del sacerdote, vero il rapporto con ciò che è libero dalla convenzione e dall’inganno circolare di un potere nato per difendere la propria riproduzione. Se Cristo vive dentro il tempo, dentro il tempio si vive fuori dalla storia, la si annega nella conservazione di un presente la cui assolutizzazione è il centro di ogni peccato. La città degli uomini, difesa da mura tetragone, che Cristo attraversa per vedersele restringere attorno alle mani sotto forma di chiodi e di croce, costituisce il consolidamento di questa conservazione e rappresenta la parte finale del dramma. Ogni stabilità sociale, nel Messia che entra in città, viene meno, la sua radicalità rivoluzionaria si sviluppa secondo logiche conseguenze ed abbatte tutte le mura del particolarismo: abbatte il concetto di famiglia genetica e quello di osservanza dell’ordine istituzionale, abbatte il focolare e il tempio insieme, rivendicando il superamento del particolarismo in una comunità di senso più ampia. Abbatte la sacralità del denaro, rivendicando per un Dio che è carne dei viventi la centralità usurpata dal denaro di Cesare. Questo Cristo, tranne che per aspetti marginali, non conosce contraddizioni e lo svolgimento della sua vita è lineare: nasce per morire, ovvero per essere ammazzato.

 

La libertà e la verità non coincidono necessariamente con la felicità, quanto semmai con la condizione che la rende possibile. Il poeta nella figura di profeta viene ucciso non solo dall’istituzione ma dalla stessa folla a cui si è donato. In una disperata e dannata profezia del poetare un’amara legge scolpita nel legno della croce isola chi ama nel senso più grande del termine e lo uccide. Che ciò avvenga sul Monte Calvario o sotto la violenza squadrista a Ostia, in fin dei conti la differenza è davvero minima. Presiede al meccanismo della mutilazione l’assoluta assenza di pietà del potere, anch’esso logico nel seguire le proprie passioni tristi al punto da calcolare ogni atto della sua violenza e del suo inganno. Eppure l’assenza di compromesso appartiene a Cristo, non ai suoi discepoli che già con Pietro sperimentano la contraddizione di chi, per paura, nega la verità più evidente e rinnega sé stesso al fine di sopravvivere. Contraddizione che salva la vita ma cede alla paura, che della vita, questo l’insegnamento più brillante del Messia, è l’assoluta nemica. Non è certo la Chiesa, l’istituzione conservata, il recettore possibile del messaggio rivoluzionario. Il Cristo di Pasolini risorge altrove dalle immagini che gli dedicano i nuovi costruttori di templi. Per sapere dove, basta non chiedere ma vivere come se non fosse necessaria l’assurdità cui quotidianamente ci costringiamo: che l’uomo viva facendo dell’altro uomo un proprio mezzo.

 

A Pier Paolo Pasolini, sommessamente, con affetto, da compagno a compagno.

 

 

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