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Posts Tagged ‘rivoluzione’

Regia: Sergio Leone

Interpreti: James Coburn, Rod Steiger, Romolo Valli, Franco Graziosi, Domingo Antoine

Paese: Italia 1971

“Giù la testa” è un film nato dopo il ’68 e, in molte interpretazioni, viene letto quasi come un prodotto della stagione della contestazione. Sebbene sia ovvio il rapporto tra arte, soprattutto grande arte, e tempi in cui essa matura, questa associazione mi è sempre sembrata riduttiva rispetto al significato e alla coerenza del cinema di Sergio Leone. “Giù la testa” si inserisce, semmai, come un tassello logico in una filmografia che, almeno a partire da Il buono, il brutto, il cattivo, inizia un percorso particolare dentro la storia americana. Questo tentativo, decisamente riuscito, non esprime una descrizione contestuale delle vicende di un continente quanto semmai la visione più universale di un’America che è un contenitore troppo ampio per essere contenuto dentro i confini rigidi della geografia.

Se con C’era una volta il West il tema universale più evidente rimandava allo scontro tra l’individuo eroico e la società utilitaristica, “Giù la testa”, come indica la citazione iniziale di Mao Zedong, mette al centro della pellicola una rivoluzione che non ha ancora assunto la dimensione organizzativa tipica della sua fase di consolidamento successiva alla conquista del potere. Per questa ragione, non essendosi ancora realizzata la fase statuale in cui le singole individualità rivoluzionarie vengono riassunte nella nuova organizzazione di potere, questa fase della rivoluzione è popolata di uomini e delle loro storie singolari: di eroi, spesso loro malgrado. Gli eroi del film, John Mallory (James Coburn) e Juan Miranda (Rod Steiger), costituiscono il controcanto particolare dell’universalità rivoluzionaria che finirà per travolgerli ma che avrà bisogno della loro particolarità per poter essere narrata.

John è un rivoluzionario di professione, deluso ma né ingenuo né capace di abbandonare la propria “pelle”, Juan è un bandito picaresco che, come John ma ancora più di John, si ritroverà al centro della storia rivoluzionaria per un concatenarsi di casi. Il rapporto tra i due, che diventerà infine amicizia, è l’altra costante su cui si regge il film e l’equilibrio, intelligente, tra universalità della Storia e particolarità delle storie. L’amicizia tra i due non passa indenne dalla rivoluzione, così come la rivoluzione non passa indenne dalla loro amicizia: John e Juan, apparentemente così distanti, impareranno a conoscere la loro condizione di fratellanza attraverso le vicende tragiche che vivranno da protagonisti. L’amicizia tra i due è pura perché non ancora corrotta dal rapporto tra rivoluzione e Stato che sancirà la sconfitta definitiva dell’individualismo eroico-tragico lasciando spazio alla figura necessariamente doppia dell’affarista e del traditore (è questa, ad esempio, la fine del rapporto di amicizia in C’era una volta in America”). La stessa figura del traditore viene qui nobilitata dal contesto e dal contatto con la purezza rivoluzionaria dei primordi, il cui fascino vitale è così forte da rendere la morte in battaglia un atto dovuto.

“Giù la testa” si pone oltre l’epica, e questa è la grande innovazione di Leone rispetto al genere Western, ma non è una tragedia, né una commedia: è un film, un grande film, come tale espressione di un nuovo modo, quello del cinema, di fare arte. Un modo impossibile da catalogare nelle categorie classiche qui espresso con tutto il vigore della sua potenza narrativa grazie a un grande regista che, proprio per aver amato il proprio mestiere di artista, rivoluzionario lo è stato fino in fondo.

 


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Titolo: Les Amants réguliers

Anno: 2005

Paese: Francia

Regia: Philippe Garrel

 

 

Ogni volta che assisto alla proiezione di un film di Philippe Garrelll avverto sempre più la distanza tra cinema europeo e cinema americano e più precisamente cresce un’insofferenza per quello statunitense dell’ultimo ventennio che via via mi colpisce sempre meno, con qualche apprezzabile eccezione s’intende. Leone d’Argento a Venezia 2005 (quell’anno vinse il Festival un impavido Ang Lee) Les Amants réguliers è un ritratto in bianco e nero del Sessantotto parigino.

   Il protagonista è il romantico François Dervieux interpretato da Louis Garrell, il bel tenebroso di The Dreamers nonché figlio del regista. Il giovanissimo poeta non ha nessuna intenzione di svolgere il servizio militare e così viene sottoposto a processo e condannato per diserzione. Nel frattempo frequenta un gruppo di amici che si ritrovano nella casa di Antoin, giovanotto borghese della Parigi da bene che passa il tempo a fumare oppio e a organizzare feste al ritmo di This Time Tomorrow. Proprio durante una di queste feste François incontra la bella Lilie (Clotilde Hesme) e non può che innamorarsi dei sui grandi occhi scuri, scrivendo per lei poesie d’amore e passando notti insonni ad attendere il suo arrivo. La spensierata passione tra i due subisce però uno scossone quando per Lilie si presenta l’opportunità di un lavoro all’estero.

   La penultima pellicola di Garrel (l’ultima è “La Frontière de l’aube”) è un racconto sull’uomo fatto di lunghi piani sequenza, dialoghi sussurrati e scomposti e inquadrature dal sapore nostalgico, ricreate sulla base di quelle realizzate per “Actua I”, un corto girato alla fine degli anni Sessanta dallo stesso regista ma andato perduto. Saremo mai “amanti regolari”? In questo film ci sono molti elementi all’insegna della regolarità: regolare è l’autorità militare, regolare è logica del lavoro che ti costringe a partire, regolare è anestetizzare i sentimenti. E tutto quello che non è regolare è proprio l’uomo che, attraverso le angosce e le insicurezze di un amore, ma anche di una vita, si rivela profondamente inadatto all’esistenza, si mostra per quello che è nella verità della propria natura. Quando Lilie fugge Oltreoceano François rimane disperato, come un bimbo senza nessun appiglio. L’instabilità che fuggiamo è “regolare”, è la quotidianità, è la prassi con cui modelliamo le nostre emozioni, e in particolare è la convenzione utilitaristica con la quale noi occidentali conviviamo – e diciamocelo anche –  senza darci eccessiva pena. Da quel turbolento Maggio parigino, sembra suggerire Garrel, il fallimento della Rivoluzione ha gettato l’uomo nella cupezza della disillusione. E questo sconforto non ha certo giovato alle successive generazioni. Les Amants réguliers non è un inno al pessimismo cosmico e nemmeno un indigeribile polpettone come è stato scritto su alcuni illustri e vergognosi giornali di casa nostra. Les Amants réguliers mette in luce il vero problema che riguarda il passaggio di testimone da una generazione all’altra: “A vent’anni – come spiega lo stesso Philppe Garrel in “Il cinema, il maggio e l’utopia” – si deve lottare: a cambiare da una generazione all’altra sono le motivazioni per cui si combatte. Ciò che non si può trasmettere è la prova iniziatica attraverso cui passa una generazione. Per i nostri genitori era prendere parte alla Resistenza. (…) A noi che siamo venuti dopo, era come se spettasse il peso e l’iniziativa di questo nuovo lavoro: la rivoluzione”. La tenera sequenza del trucco del coltello in cui l’anziano e il giovane si mettono a confronto attorno a una tavola apparecchiata è l’esatta metafora di quanto sopra detto.

    Considerato da molti il gemello francese di The Dreamers (2003), il film di Garrel contiene molteplici riferimenti alla pellicola di Bertolucci. A cominciare dall’interprete maschile, Louis Garrel, che si trova meravigliosamente a proprio agio nei panni del poeta maledetto. Inoltre i costumi di scena sono stati reimpiegati dal set di The Dreamers. Ma soprattutto è l’argomento che accomuna i due lavori cinematografici: entrambe le storie sono come cronache di amori perduti, e forse mai realmente posseduti, nel contesto degli eventi che caratterizzarono il Sessantotto francese. Nel corso della storia compare anche un breve scambio di battute tra Lillie e un altro giovane del gruppo durante il quale si cita Bernardo Bertolucci; attraverso un inaspettato sguardo in camera della ragazza si pronuncia il nome del regista italiano in riferimento al suo film “Prima della Rivoluzione”. Un omaggio o una critica al maestro italiano? Io propendo più per la seconda ipotesi.

    La regia di Philippe Garrel è come di consueto sobria ed elegante. Sempre coraggiosa la scelta del bianco e nero e anche la lunghezza del film (3 ore!). Non ci sono sbavature, eccessi e nemmeno dimenticanze. C’è tutto ciò che serve per capire le illusioni di una generazione e il fallimento destinato a perpetuarsi nel tempo. Nel testo, a cura di Daniela Basso, allegato al dvd del film (condivido la scelta distributiva per una riflessione postuma sul Sessantotto), viene ricordata un’osservazione di Italo Calvino a proposito del Maggio francese; camminando per le strade lo scrittore percepiva un senso di liberazione e di leggerezza perché le folle erano finalmente libere e gli psicoanalisti erano rimasti con le mani in mano, senza lavoro. Oggi il lettino dello psicanalista è più affollato che mai e lo spirito di aggregazione è stato sostituito senza indugio dall’individualismo totalizzante, dal buco nero della solitudine intima.

Forse da qui dovremmo ripartire.

 

chiarOscura

 

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