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Regia: Duncan Jones

Interpreti: Sam Rockwell, Dominique McElligott, Kaya Scodelario

Paese: Regno Unito, 2009

In casa Jones l’interesse per la Science Fiction non è mai stato un mistero tanto che il primogenito del “Duca Bianco” ha scelto proprio tale genere per l’esordio cinematografico che lo ha visto protagonista ai Festival del Sundance e di Tribeca. Dopo il primo cortometraggio Whistle – ignorato dalla gran parte del mondo e purtroppo anche dalla sottoscritta – il trentottenne Duncan Jones dirige nel 2008 Moon, un piccolo ma inestimabile gioiello di celluloide destinato a occupare un posto di riguardo nel firmamento della fantascienza. Scritta e co-sceneggiata dallo stesso regista, la storia, si potrebbe dire sia stata cucita addosso a Sam Rockwell, un attore dalla verve abbastanza cangiante e che finora ha accettato di ricoprire differenti ruoli cinematografici. Trovo che Rockwell, nei panni del protagonista Sam Bell, abbia studiato con devota attenzione tutte le sfumature caratteriali ed, essendo in pratica l’unico personaggio a cui ruota intorno l’intera vicenda, abbia saputo costruire con minuzia certosina ogni singola espressione/azione. Moon certamente riesce a coinvolgere lo spettatore in buona parte per merito suo. L’altra buona parte nasce dalla semplicità della trama (come la migliore Science-Fiction insegna) che Duncan Jones ha saputo coniugare a una discreta regia accompagnata da effetti speciali artigianali.

La storia è dunque ambientata in un futuro prossimo in cui la Terra, per poter sopravvivere, si avvale di Elio 3 estratto dal suolo lunare. Sam Bell, unico “operaio lunare”, è al termine del suo contratto triennale e di lì a pochi giorni rientrerà sulla Terra potendo finalmente riabbracciare la famiglia con la quale continua a mantenere i contatti attraverso registrazioni video in differita. Nella sua solitudine il protagonista divide il tempo con Gerty (voce originale di Kevin Spacey), un compagno robot che con la sua faccina smile lo supporta e lo aiuta a prendersi cura di se stesso. A poche ore dalla vigilia della partenza Sam, complice il sempre più precario stato di salute, rimane vittima di un piccolo incidente all’esterno della base. Risvegliatosi in infermeria, elude la sospettosa sorveglianza di Gerty per recarsi nuovamente sul luogo dell’incidente dove troverà il corpo di un uomo sorprendentemente simile a se stesso. Rientrato alla base per prestare le prime cure allo sconosciuto, Sam osserva con sospetto il nuovo arrivato, inspiegabilmente uguale per non essere considerato un clone a tutti gli effetti. Entrambi, che non sanno se e quanto fidarsi l’uno dell’altro, vogliono però approfondire l’accaduto e attraverso una difficoltosa solidarizzazione cercheranno di scoprire la verità.

Niente è ciò che sembra nello spazio di una piccola base lunare dove i problemi principali sono la lucidità della memoria e il perseguire la fiducia nelle proprie certezze. Le medesime armi si ritorcono contro il protagonista e lo consumano nell’angoscia di non potersi fidare dei propri sensi. Deliziosamente dosati sono gli omaggi, le citazioni, i riferimenti al ventennio filmico Settanta – Ottanta, un periodo glorioso che ha saputo degnamente celebrare al cinema la fantascienza classica, svincolandola dai circuiti tradizionali (letteratura e fumetti) e presentandola a un più ampio pubblico. Citandoli in ordine cronologico ricordo tre titoli che penso possano sintetizzare a malapena il modo di concepire la Sci-Fi di Duncan Jones: 2001: Odissea nello spazio (1968), Solaris (1972) e Alien (1979). Rispondo immediatamente a coloro che troveranno eccessivi questi paragoni: io stessa mi sono sorpresa della maturità artistica del figlio di David Bowie non solo come regista indipendente ma anche e soprattutto come conoscitore di un genere che il mercato del consumismo finto-cinefilo ha tristemente ridotto alla misura di vampiretti innamorati o a film colossali che registrano spese folli alle voce “effetti speciali”. Come ogni buona classica storia di fantascienza anche Moon pone in evidenza alcune questioni di carattere etico/filosofico: l’eventualità del clone rimanda a tutta quella trattazione dell’idea di uomo succedaneo o surrogato che già P. Dick aveva elaborato in Do Androids Dream of Electric Sheep? e portato poi sul grande schermo da Ridley Scott nella veste di Blade Runner (1982). L’analisi psicologica comprende anche il rapporto uomo-macchina in cui il robot Gerty si fa testimone e discendente dell’intelligenza di Hal9000 trasformandosi però in una entità più empatica verso la condizione (dis)umana. Sam chiederà al suo infallibile e artificiale compagno di viaggio di chiarire la propria condizione: “Gerty, io sono un clone?”. Questa è la linea netta che separa le asettiche certezze, con cui è stato addestrato Sam, dalla sfera di un’inafferabile identità che qualifica l’umano sentire. L’indagine di Duncan Jones si consuma in uno spazio ridotto (una base lunare da cui si evade solo lo stretto necessario), quasi il riflesso di un ancor più ristretto budget (si mormora 5 milioni di dollari…) che si avvale di un unico attore per restituire il volto più onesto a quella “fantascienza psicologica” di cui oggi, sul grande schermo, si sente tangibile la mancanza.

La colonna sonora di Clint Mansell – un compositore britannico che ha collaborato spesso con Aronofsky (per es. in Requiem for a Dream) – acuisce il senso di disorientamento dell’individuo alle prese con la propria solitudine. Indiscrezioni di rete vogliono inoltre che il primogenito di Bowie stia già lavorando a un sequel intitolato Mute; ma, comunque vadano i progetti futuri, il primo Moon rimane tra i film più interessanti usciti nel 2009, una di quelle pellicole capaci di lasciare dietro a sé una scia di energie difficile da esaurirsi in breve tempo. E in effetti – al cinema più che altrove – l’eleganza di una buona storia è l’effetto speciale più sorprendente.

chiarOscura

Disponibile anche su: http://www.cineboom.it/nellesale.php?ID=973&c=1

 

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“Se i nostri dèi e le nostre speranze non sono altro che fenomeno scientifici allora dovremmo ammettere che anche l’amore è scientifico”.

 

 

Regia: Mamoru Oshii

Paese: Giappone, 2004

 

Siamo alla fine degli anni Ottanta quando una nuova tendenza che affonda le radici nella fantascienza classica emerge ormai evidente nelle storie visionarie create da giovani autori e sceneggiatori di tutto il mondo; si tratta della cosiddetta scuola Cyberpunk, termine usato per la prima volta da Bruce Bethke, scrittore americano forse non molto noto e in cerca di un titolo per un suo racconto del 1980. Il neologismo così coniato ebbe immensa fortuna e da lì a qualche anno andò a identificare quel genere letterario di cui Blade Runner fu diretto precursore. In tale contesto evidentemente non ancora stabile e caratterizzato dall’evoluzione tipica delle contaminazioni esterne nasce la saga di “Ghost in the Shell”, un appassionante manga giapponese che unisce la tecnologia e la filosofia con elementi di biologia e sociologia, tutte discipline di cui il creatore Masamune Shirow ne è evidentemente un critico attento e assennato. L’universo ipertecnologico con cui l’uomo moderno è costretto a rapportarsi diviene dunque la nuova sfida del futuro.

 

E un’abile prefigurazione ne è la trasposizione cinematografica ad opera di Mamoru Oshii, maestro vivente dell’animazione filmica e autore de “L’attacco dei Cyborg” internazionalmente conosciuto come “Innocence”. Il lungometraggio, che partecipò alla selezione ufficiale a Cannes (uno dei rari film in animazione che figura in concorso al Festival), è arrivato nelle sale giapponesi nel 2004 per approdare in Italia due anni più tardi. Sequel di Ghost in the Shell del ’95, il film è in realtà una storia del tutto autonoma che trae ispirazione da un unico capitolo dell’omonimo fumetto.

È il 2032 e quella porzione di umanità scampata all’estinzione tenta a fatica di convivere con replicanti artificiali, robot e cyborg, spesso difficili da distinguere poiché perfettamente identici agli essere umani in ogni dettaglio. Il protagonista Batou è il glaciale detective della Polizia, un uomo schivo e solitario ma anche estremamente sensibile e malinconico. Nel primo episodio della serie il maggiore Motoko Kusanagi, cyborg della polizia e collega di Batou, viene data per dispersa nell’immensità della “rete”, una perdita incolmabile per il detective che spesso ne lamenta la mancanza. Fiancheggiato dal giovane Togusa, Batou indaga su misteriosi omicidi ad opera di ginoidi, ovvero androidi femminili creati esclusivamente come strumento sessuale e prodotti in serie dall’azienda Locus Solus. In prima battuta l’attenzione si rivolge verso il movente terroristico ma ben presto emerge una scomoda verità, quella che vede le ginoidi dotate di un’anima umana, appunto una “ghost”. Ed è proprio tale caratteristica a renderle un prodotto esclusivo.

 

Questo secondo episodio di Ghost in the Shell rappresenta una grandissima riflessione sul futuro dell’intera umanità, sull’autocoscienza dell’uomo e sulla lotta contro l’estinzione. È difficile credere a un mondo futuristico in cui gli esseri umani si priveranno del corpo per allontanare i danni dell’invecchiamento. Eppure il concetto di uomo-macchina – e qui le citazioni filosofiche e letterarie si sprecano –  non è una realtà tanto assurda o estranea come può sembrare. Il racconto apre lo scenario a diversi livelli di interpretazione fra cui, forse il più significativo, quello che riguarda l’identificazione dell’uomo in un quasi dio in grado di creare la vita a propria immagine eliminando però le imperfezioni che rendono dolorosa l’esistenza sensoriale. C’è qualcosa che dunque lo avvicina al divino e specularmente lo rende simile, se non identico, al suo perfetto duplicato artificiale? Le musiche paiono canti salmodianti che esprimo tutta l’inquietudine di fronte a tale quesito. I protagonisti di Ghost in the Shell sono eroi moderni che non posseggono l’integrità di un dio idealizzata ma piuttosto il turbamento romantico di un’umanità tesa a confrontarsi con sentimenti contrastanti, ricordi annebbiati e dubbi morali. L’umanità intera presentata da Mamoru Oshii è come un corpo sanguinolento, provato da un antico martirio, un nuovo Cristo che si flagella sulla croce ma questa volta senza remissione dei peccati perché la resurrezione non è contemplata. E allora perché procedere instancabilmente verso la perpetuazione di noi stessi? A tal proposito Batou è il solo che fornisce una via di riflessione ricordando al suo giovane collega che quello che il corpo crea è nient’altro che un’espressione del DNA quanto e come il corpo stesso. I sistemi entro cui gli esseri umani organizzano la propria esistenza non sono che estroflessioni di una memoria interna, o meglio ancora, sono la manifestazione in scala più ampia di un codice intrinseco spesso sottovalutato. Osservazioni all’apparenza banali ma che vanno a toccare tratti significativi dell’antropologia umana e animale intrecciandosi con considerazioni di ordine etico e genetico e spingendosi fino all’ipotesi dell’esistenza di un altro genere di essere vivente, non terrestre, o semplicemente sconosciuto. Nell’universo cyberpunk di “Innocence” le anime sono software che vagano nell’immensa rete esattamente come il maggiore Motoko che non sa dirsi ne triste ne felice, ma semplicemente libera da dubbi e dai rimorsi. Inutile dirlo, siamo molto oltre la Matrix dei fratelli Wachowski.

 

Un capitolo a parte meriterebbe l’animazione in 2D combinata con la computer-grafica 3D, tecniche che danno vita a un realismo sopraffino. L’effetto scenico di alcune immagini (le immense architetture gotiche per esempio) non ha a mio avviso pari nella storia dell’animazione moderna. Le immagini del capitolo denominato “Il regno dell’anarchia” sono veri e propri quadri in movimento dal vago gusto onirico. Diverso da quello della Pixar, il tratto di “Innocence” è volto a ricreare un’immagine di realismo direi quasi maniacale, tipico dell’immaginario orientale, dove anche il particolare ha un’attenta collocazione nella complessità della storia. Anche l’immagine della locandina, poi usata come copertina del dvd, ha un che di geniale: il cane di Batou in compagnia dei resti di una ginoide rappresentati insieme formano un bizzarro accostamento, come a dimostrare che, contrariamente agli uomini, animali e cyborg conservano qualcosa che va oltre una umanità surrogata. L’oggetto del nostro amore è quella persona o cosa di cui ci occupiamo, è “l’altro” che gode delle nostre attenzioni, che esiste a prescindere, autonomo, slegato, libero. E non ha nulla di che spartire con la contemplazione vanitosa del sé.

Su “Ghost in the Shell” c’è tanto altro da dire e da osservare ma preferisco terminare qui le mie personali dissertazioni su questo splendido film, sperando di aver comunque incuriosito il nostro lettore. Una pellicola cyberpunk di un grande autore che riscopre l’intensità della fantascienza e le sue infinite potenzialità pre-visionarie. 

 

chiarOscura 

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