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Posts Tagged ‘The Dreamers’

Tiffany Limosken-park2

Regia: Larry Clark

Interpreti: Tiffany Limos, James Ransone, Stephen Jasso, James Bullard

Paese: USA, Olanda, Francia, 2002

 

 

 

 

 Un interessantissimo spaccato dell’America moderna che utilizza un linguaggio pornografico – e per giunta assolutamente giustificato – per indurre a una riflessione di grande spessore circa l’adolescenza e le sue problematiche. La documentazione sessuale, chiamiamola così, esplicita è pienamente in linea con il messaggio che il discusso e censuratissimo fotografo Larry Clark vuole proporre allo spettatore.

La storia di KenPark, o KrapNek decidete voi, inizia con il suicidio di un ragazzo che porta il nome del titolo del film. La tragedia avviene in un sobborgo di Los Angeles in pieno giorno. Il pedinamento neorealista di Clark è dedicato ai compagni di scuola del giovane, adolescenti comuni alle prese con miserie personali, ossessioni e frustrazioni inconfessate.

 

Shawn (James Bullard) salta la scuola per rincorrere piccanti incontri sessuali con una donna molto più matura di lui nonché madre della propria fidanzatina; Claude (Stephen Jasso) subisce la violenza fisica e verbale di un padre padrone che lo accusa di essere una fallito con lo skateboard; Peaches (una fantastica Tiffany Limos) fa buon viso a cattivo gioco di fronte le manie religiose di un padre vedovo che vive nel ricordo della moglie tremendamente somigliante alla ragazza; Tate (James Ransone) invece convive con i nonni e assume comportamenti da vero psicopatico: gioca coi bambini ma si arrabbia con il suo cane strappandogli addirittura la zampa.

 

A cominciare dal titolo la storia di Ken Park è una spietata metafora sull’esistenza dell’adolescente medio americano. Il giovane suicida possiede un nome comune, innocuo, tanto che è spesso oggetto di scherno perché letto e pronunciato al contrario dai compagni di classe. Clark legge specularmene anche le nefandezze della società americana senza rinunciare a descriverne il peggio, come la violenza neofascistoide del padre di Claude, un fobico contro la sensibilità omosessuale, dedito alla birra e ai muscoli. E Clark non rinuncia nemmeno all’ossessione tutta religiosa del padre di Peaches che incarna invece il perfetto sessuofobo intento a preservare l’imene della prole femminile a qualsiasi prezzo. Al contempo però la ragazza, Peaches appunto, non è assolutamente la tipica adolescente dai facili costumi che veste minigonne e ciglia lunghe, ma piuttosto una giovane normale che vive la sessualità con altrettanta naturalezza. Claude per contro non è omosessuale ed è pienamente cosciente di non esserlo. Il fatto che i figli non rappresentino il contrario di ciò che i genitori temono lo trovo assolutamente intelligente. Dimostra quanto gli anziani, i padri, chi li ha messo al mondo non abbiano compreso un’acca delle nuove generazioni ma si siano barricati, forse per convenienza, dietro pregiudizi incrollabili. I fantasmi e le paure dei genitori si riflettono sull’esistenza dei figli, causando non pochi danni e tanta sofferenza. Eppure sarebbe già un passo avanti semplicemente ascoltare.

 

Una scena girata magnificamente mi ha colpito nel corso del film. Sto parlando del pranzo della domenica a cui viene invitato Shawn, la fiera della menzogna. Il ragazzo siede a tavola con la sua amante e con la sua fidanzata accanto al marito della donna, nonché rivale sessuale del giovane. Tutti sorridono, trascorrono una bella mattinata, mangiano di gusto. E chissà se il marito cornuto ha compreso o meno la situazione assurda… La rappresentazione del bello effimero, un vuoto desolante in cui tutti i protagonisti sono incastrati. L’orror vacui miete le proprie vittime costrette a comportarsi come attori su un palcoscenico. Girate con estrema sensibilità sono le scene di sesso, dove i protagonisti paiono ragazzi normali che si amano nel senso che “si fanno del bene” reciproco. Tra un rapporto e l’altro parlano dei loro sogni, si ascoltano, si leccano le ferite vicendevolmente, si consolano. Ma non c’è mai resa, il sesso non viene consumato per scacciare i cattivi pensieri, non è la sbronza per allontanare i fattori negativi, non c’è volgarità. Qui, a mio avviso, risiede tutta la forza di questa bellissima storia, purtroppo censurata, potrete immaginare, un po’ ovunque persino negli stessi Stati Uniti.  Difficile procurarsi la versione integrale. Musiche un po’ marginali, fotografia splendida.

 

Il film di Larry Clark è il “The Dreamers” degli anni 2000, è un desiderio di amore e comprensione dove i protagonisti non sono i soliti ragazzi annoiati che scopano per evadere dalla nausea sartreiana ma sono adolescenti molto più maturi e consapevoli, prigionieri di un incubo costruitosi e costruitogli attorno negli ultimi decenni di storia americana. Il regista è acuto e spietato: quest’America libera e democratica, dove tutto può essere, vuole promuove davvero la felicità dei suoi singoli membri?

 

chiarOscura 

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Titolo: Les Amants réguliers

Anno: 2005

Paese: Francia

Regia: Philippe Garrel

 

 

Ogni volta che assisto alla proiezione di un film di Philippe Garrelll avverto sempre più la distanza tra cinema europeo e cinema americano e più precisamente cresce un’insofferenza per quello statunitense dell’ultimo ventennio che via via mi colpisce sempre meno, con qualche apprezzabile eccezione s’intende. Leone d’Argento a Venezia 2005 (quell’anno vinse il Festival un impavido Ang Lee) Les Amants réguliers è un ritratto in bianco e nero del Sessantotto parigino.

   Il protagonista è il romantico François Dervieux interpretato da Louis Garrell, il bel tenebroso di The Dreamers nonché figlio del regista. Il giovanissimo poeta non ha nessuna intenzione di svolgere il servizio militare e così viene sottoposto a processo e condannato per diserzione. Nel frattempo frequenta un gruppo di amici che si ritrovano nella casa di Antoin, giovanotto borghese della Parigi da bene che passa il tempo a fumare oppio e a organizzare feste al ritmo di This Time Tomorrow. Proprio durante una di queste feste François incontra la bella Lilie (Clotilde Hesme) e non può che innamorarsi dei sui grandi occhi scuri, scrivendo per lei poesie d’amore e passando notti insonni ad attendere il suo arrivo. La spensierata passione tra i due subisce però uno scossone quando per Lilie si presenta l’opportunità di un lavoro all’estero.

   La penultima pellicola di Garrel (l’ultima è “La Frontière de l’aube”) è un racconto sull’uomo fatto di lunghi piani sequenza, dialoghi sussurrati e scomposti e inquadrature dal sapore nostalgico, ricreate sulla base di quelle realizzate per “Actua I”, un corto girato alla fine degli anni Sessanta dallo stesso regista ma andato perduto. Saremo mai “amanti regolari”? In questo film ci sono molti elementi all’insegna della regolarità: regolare è l’autorità militare, regolare è logica del lavoro che ti costringe a partire, regolare è anestetizzare i sentimenti. E tutto quello che non è regolare è proprio l’uomo che, attraverso le angosce e le insicurezze di un amore, ma anche di una vita, si rivela profondamente inadatto all’esistenza, si mostra per quello che è nella verità della propria natura. Quando Lilie fugge Oltreoceano François rimane disperato, come un bimbo senza nessun appiglio. L’instabilità che fuggiamo è “regolare”, è la quotidianità, è la prassi con cui modelliamo le nostre emozioni, e in particolare è la convenzione utilitaristica con la quale noi occidentali conviviamo – e diciamocelo anche –  senza darci eccessiva pena. Da quel turbolento Maggio parigino, sembra suggerire Garrel, il fallimento della Rivoluzione ha gettato l’uomo nella cupezza della disillusione. E questo sconforto non ha certo giovato alle successive generazioni. Les Amants réguliers non è un inno al pessimismo cosmico e nemmeno un indigeribile polpettone come è stato scritto su alcuni illustri e vergognosi giornali di casa nostra. Les Amants réguliers mette in luce il vero problema che riguarda il passaggio di testimone da una generazione all’altra: “A vent’anni – come spiega lo stesso Philppe Garrel in “Il cinema, il maggio e l’utopia” – si deve lottare: a cambiare da una generazione all’altra sono le motivazioni per cui si combatte. Ciò che non si può trasmettere è la prova iniziatica attraverso cui passa una generazione. Per i nostri genitori era prendere parte alla Resistenza. (…) A noi che siamo venuti dopo, era come se spettasse il peso e l’iniziativa di questo nuovo lavoro: la rivoluzione”. La tenera sequenza del trucco del coltello in cui l’anziano e il giovane si mettono a confronto attorno a una tavola apparecchiata è l’esatta metafora di quanto sopra detto.

    Considerato da molti il gemello francese di The Dreamers (2003), il film di Garrel contiene molteplici riferimenti alla pellicola di Bertolucci. A cominciare dall’interprete maschile, Louis Garrel, che si trova meravigliosamente a proprio agio nei panni del poeta maledetto. Inoltre i costumi di scena sono stati reimpiegati dal set di The Dreamers. Ma soprattutto è l’argomento che accomuna i due lavori cinematografici: entrambe le storie sono come cronache di amori perduti, e forse mai realmente posseduti, nel contesto degli eventi che caratterizzarono il Sessantotto francese. Nel corso della storia compare anche un breve scambio di battute tra Lillie e un altro giovane del gruppo durante il quale si cita Bernardo Bertolucci; attraverso un inaspettato sguardo in camera della ragazza si pronuncia il nome del regista italiano in riferimento al suo film “Prima della Rivoluzione”. Un omaggio o una critica al maestro italiano? Io propendo più per la seconda ipotesi.

    La regia di Philippe Garrel è come di consueto sobria ed elegante. Sempre coraggiosa la scelta del bianco e nero e anche la lunghezza del film (3 ore!). Non ci sono sbavature, eccessi e nemmeno dimenticanze. C’è tutto ciò che serve per capire le illusioni di una generazione e il fallimento destinato a perpetuarsi nel tempo. Nel testo, a cura di Daniela Basso, allegato al dvd del film (condivido la scelta distributiva per una riflessione postuma sul Sessantotto), viene ricordata un’osservazione di Italo Calvino a proposito del Maggio francese; camminando per le strade lo scrittore percepiva un senso di liberazione e di leggerezza perché le folle erano finalmente libere e gli psicoanalisti erano rimasti con le mani in mano, senza lavoro. Oggi il lettino dello psicanalista è più affollato che mai e lo spirito di aggregazione è stato sostituito senza indugio dall’individualismo totalizzante, dal buco nero della solitudine intima.

Forse da qui dovremmo ripartire.

 

chiarOscura

 

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