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Posts Tagged ‘Toni Servillo’

Regia: Paolo Sorrentino

Interpreti: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Piera Degli Esposti, Paolo Graziosi, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Alberto Cracco, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Cristina Serafini

Paese: Italia-Francia 2008

 

Il carattere definitivo del potere tradizionale è la sua capacità di porsi come elemento costituito-irremovibile, più esso si avvicina a questo “ideale” più appare costruito in una dimensione semplice del tempo. Ciò che il potere non vorrebbe mai avere è una storia differente da quella che di sé fa scrivere e che spesso somiglia a un “destino della necessità”. Questa è una delle ragioni per cui nessun personaggio politico o pubblico della nostra storia recente ha rappresentato la figura del “potere” meglio di Giulio Andreotti. In molti hanno provato a chiedersi chi fosse. Ciriaco De Mita, interrogato a proposito da Eugenio Scalfari, rispose di non averlo capito mai, Federico Fellini, suo grande amico, lo descrisse come il guardiano di un mistero. Difficile scriverne della vita in un modo che non lasci spazio al dubbio. Oggi, a pensarci bene, di lui ci si chiede “chi è stato Giulio Andreotti” e l’uso del passato prossimo, nonostante sia vivo, probabilmente ne indica il trapasso dalla “gloria” del mondo alla storia. Tuttavia, a riprova ultima del suo essere stato icona della sacralità “templare” del potere, ancora oggi alla domanda è difficile rispondere credendo di averlo fatto una volta per sempre.

 

L’intelligenza del film di Sorrentino sta proprio nell’aver restituito questa complessità del personaggio e, contemporaneamente, di averlo inserito in un quadro storico determinato. Riprendendo la frase con cui Andreotti liquida Eugenio Scalfari nel film, la storia era certo più complessa di quanto si possa superficialmente pensare. Al tempo stesso quella storia è esistita e può diventare oggetto di narrazione e giudizio. La contraddizione tra realismo del potere e moralità dell’azione politica attraversa la pellicola, separando Andreotti – il potere sa anche essere solitario – dalla società che lo circonda. Il discrimine tra il leader democristiano e i cavalli rampanti della sua corrente sedimenta conseguentemente una distinzione tra due modi differenti di intendere il potere. Il primo, più complesso, lega l’azione nel presente alla costruzione del futuro, il secondo, più straccione, assolutizza il presente. L’alter ego negativo di Andreotti è in questo caso Paolo Cirino Pomicino, un esplosivo Carlo Buccirosso, “splendida” icona, suo malgrado, di un nuovo mondo che avrebbe trovato la sua rappresentazione in altre ”forme” della nostra attualità. Alla stringatezza di Andreotti si oppone così la ridondanza di Pomicino, alla consapevolezza del ruolo del primo la riduzione caricaturale del proprio status da parte del secondo. La dipendenza genetica del nuovo dal vecchio fa sì che la valutazione del nuovo si rifletta costituendo anche valutazione del vecchio. Al contempo la responsabilità individuale nell’azione distingue i due caratteri nel giudizio e nella descrizione.

 

L’immedesimazione nel ruolo e la consapevolezza del proprio compito nella storia è ciò che distingue la figura di Andreotti da quella dell’arrampicatore sociale, quale nel film non è soltanto Pomicino o ciascuno degli uomini della cerchia di Andreotti, ma anche il boss della mafia Salvatore Riina. La stessa scena del bacio, una delle più belle del film, con un Riina felice come un bambino di fronte al suo primo gelato e un Andreotti rigido quanto impassibile, restituisce questa distinzione tra chi è mezzo del potere e chi del potere è il padrone. Non a caso tutte queste figure “contrapposte” finiranno in galera, destino che Andreotti eviterà per varie ragioni. E la galera cos’è? La galera è perdita del proprio status sociale di uomo libero ed esposizione del “reo” , per quanto oggi nascosto dagli istituti di pena, di fronte alla società.

 

Tuttavia un uomo pubblico non è solo ed esclusivamente tale. Il privato intreccia le nostre vite ponendo poca cura alla natura discreta del linguaggio convenzionale. Come il boss della mafia, il terribile Riina, può avere il “pacco” dei pantaloni sporco di piscio e la saliva agli angoli della bocca mentre si appresta a “baciare”, così anche un uomo certo più importante non può assicurare l’esposizione del suo “corpo” da quella “umanità” verso cui il potere si vorrebbe garantirre cercando l’inamovibilità. Questa intromissione del privato demitizza il pubblico e ne indirizza la lettura attraverso l’ironia.

Sull’ironia Gyorgy Lukacs disse che si trattava della mistica dei nostri tempi senza dei, ponendola al centro di ogni operazione artistica moderna. Nel caso di Sorrentino l’ironia agisce proprio in questa direzione, perché costituisce la trama costante del film anche nei suoi momenti “drammatici”. L’uso della musica è decisivo per raggiungere questo effetto, agendo da contrappeso rispetto alle immagini. La bellissima sequenza iniziale, ad esempio, che passa in serie alcuni degli omicidi eccellenti della storia recente d’Italia accompagnandoli con un pezzo techno – “Toop toop” di Cassius – associa la rigidità compiuta della morte alla velocità dei battiti, creando questo effetto di dissonanza tra auto-rappresentazione del potere e il suo controcanto. Solo in un caso l’ironia scompare, quando entra in scena la figura di Aldo Moro. Di fronte a ciò che è stato, e per larghi versi è ancora, il corpo morto di questo Paese l’ironia cede il passo alla tragedia.

 

In conclusione, “Il Divo” associa una profonda capacità di lettura della nostra storia recente a un utilizzo sapiente del “mezzo cinematografico” a testimonianza del talento di Sorrentino e del fatto che il cinema non è affatto un semplice mezzo. Non sempre la capacità nel narrare una storia coincide con il saperla descrivere attraverso una tecnica specifica e spesso in Italia vediamo all’opera dei narratori, raramente validi, che usano il cinema. Nel caso del Sorrentino de “Il Divo” siamo di fronte, fortunatamente, a un regista che sa esprimersi esaltando le capacità del mezzo che ha scelto. L’invito alla visione è conseguente.

 

 

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In occasione dell’annuncio per la corsa agli Oscar del film di Garrone proponiamo la recensione del film apparsa per la prima volta sul numero XV (giugno 2008) della rivista di critica KINOKINO.

 

Regia: Matteo Garrone

Interpreti: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo

Produzione: Italia, 2008

 

 

Quando verrà pubblicato questo pezzo il Festival di Cannes si sarà già concluso e io mi auguro che per allora il nuovo film di Matteo Garrone avrà strappato almeno un premio durante il prestigioso appuntamento francese. Sì, perché questa pellicola, oltre a raccontare una storia difficile e “vera” (informativamente parlando), testimonia un lume artistico di grande spessore che l’Italia cinematografica ha perduto e che sembra non adoperarsi per recuperare.

 

Dopo la vittoria con “L’Imbalsamatore” come miglior sceneggiatura ai David di Donatello, per il regista romano si è aperta una fase in piena ascesa che lo ha portato a dirigere Primo amore nel 2003 ispirato al romanzo “Il cacciatore di anoressiche”. E ancora un libro è lo spunto per il nuovo lungometraggio. Si tratta del romanzo-denuncia di Roberto Saviano dall’omonimo e apocalittico titolo “Gomorra”. Prodotto da Fandango e sovvenzionato dal Ministero dei Beni Culturali, il film è stato girato – non poco indisturbato – a Scampia, quartiere periferico di Napoli e covo della criminalità organizzata. Qui si intrecciano le storie di più persone comuni che tentano di convivere e di sopravvivere accanto alla Camorra, unico vero punto di riferimento della popolazione campana quando lo Stato si eclissa. Garrone mostra esecuzioni velocissime con un sottofondo musicale flokloristico in pieno contrasto visivo e sonoro. Le luci illuminano solo i volti dei ragazzini impauriti, come Totò, che indossano i giubbotti antiproiettile per provare il loro coraggio. Le luci illuminano l’antro abbandonato della villa a Casal di Principe confiscata a Walter Schiavone, il boss del clan dei casalesi. Ciro e Marco qui si sentono come i protagonisti di Scarface. Una visione domina dall’alto il cemento impregnato di sangue e un uomo che tenta di non calpestare i cadaveri si fa largo tra quei corpi che 30 secondi prima erano vivi. In “Gomorra” il sole non è mai abbagliante come a indicare che su Scampia le nuvole rimarranno ancora a lungo. I sorrisi sono tirati, gli amori non esistono, le persone sopravvivono e basta.

 

Chi ha letto il libro capirà che la storia è pressoché identica e noterà che nella sceneggiatura Saviano ha operato in sintonia con le esigenze cinematografiche, cambiando soltanto la tempistica degli avvenimenti. Sia lo scrittore che il regista non mettono mai in scena il cosiddetto barlume di speranza in fondo al tunnel: una facile retorica che creerebbe una distorsione del “reale” rappresentato. Forse che per i campani non ci sia più speranza? Credo piuttosto che questa visione apocalittica rappresenti un monito per cercare la fiducia scomparsa tra coloro che combattono la Camorra ogni giorno. Ma gli altri? Gli italiani del Nord che ruolo hanno? La borghesia cittadina del Settentrione vive in un’illusoria bambagia a causa della quale pensa di non essere direttamente coinvolta, ma si dimentica che il “Sistema” si nasconde nei vestiti firmati, nel cibo che acquistiamo, nei rifiuti di cui pensiamo di liberarci. Il “Sistema” possiede le caratteristiche del classico effetto boomerang: non è lontano il tempo in cui tutto si ritorcerà contro. E infatti non poteva mancare in un film come “Gomorra” il problema dello smaltimento dei rifiuti rappresentato dagli affari di Franco (sempre un grandissimo Toni Servillo) con il suo assistente Roberto. A costi bassissimi e in tempi da record la Camorra provvede a far sparire i rifiuti delle aziende del Nord senza che nessuno abbia il tempo di ribattere o di controllare. Gli effetti di questo losco traffico saranno nei frutti appena colti che uno dei protagonisti è costretto a gettare.

 

La pellicola è uscita il 16 maggio 2008 ed è il prodotto di una splendida collaborazione tra uno scrittore che vive sotto scorta perché racconta la verità e un regista coraggioso che mette in scena il cinema attraverso un impianto simil-pittorico. L’attenta analisi tra le luci e le ombre, i colori, la fotografia, le tonalità del paesaggio sono la testimonianza di un passato maturato nella pittura. Musiche, che vedono la partecipazione dei Massive Attack, e dialoghi sono perfetti. Nonostante questo prezioso lungometraggio significhi una boccata d’aria fresca per il nostro cinema ormai troppo abituato al peggio (cinepanettoni, Muccino &co.), “Gomorra” resterà probabilmente un film di nicchia al quale il pubblico riserverà purtroppo una tiepida accoglienza. La massa che va al cinema, in cerca solo di intrattenimento, non è ancora pronta per accogliere un regista come Garrone e per questo credo sia stata indovinata l’idea di non portare la pellicola ai David italiani bensì a Cannes. È necessaria una pressione mediatica internazionale per dare visibilità a un autore in grado di interpretare il moderno.

 

E Matteo Garrone lo sa fare molto bene. “Gomorra” racconta quello che la tv e i giornali non rivelano. Ma in Italia siamo fatti così: ci si dispera solo a danno compiuto. Dunque non resta che fare gli auguri a Bossi e a tutti quelli che lo sostengono perché, come spesso accade, hanno palesemente sbagliato nemico contro cui puntare i fucili.

 

chiarOscura

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