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Posts Tagged ‘Tropa de elite’

Regia: Fernando Meirelles

Fotografia: Cesar Charlone

Interpreti: Alexandre Rodrigues, Leandro Firmino, Phellipe Haagensen, Douglas Silva, Jonathan Haagensen, Matheus Nachtergaele, Seu Jorge, Alice Braga, Roberta Rodrigues.

Paese: Brasile 2002

Nella città di Dio le storie dei suoi abitanti sono traiettorie imprevedibili e veloci che si incontrano, si scontrano, si amano, si uccidono, si tradiscono e si ritrovano con la frenesia dei corpi più giovani. Dietro questo intreccio si staglia la Favela, che nasce tra le case a un piano degli anni ’60 e i campi sterrati di un’assolata Rio de Janeiro e cresce insieme ai suoi protagonisti, come un labirinto di lamiere e cunicoli che hanno perso l’innocenza dei criminali romantici.

Lo sguardo di Meirelles segue questa evoluzione e la riproduce adattando a ogni fase la sua velocità di esecuzione. La favela degli anni ’70, dove domina il narcotrafficante Ze Pequeno, è veloce come il ritmo di un mitra, si muove con il passo accelerato di un film d’azione ma ha anche un carattere orgiastico, confusionario dove non è possibile comprendere fino in fondo quali siano i ruoli dei protagonisti in campo. Al centro di questo intreccio imprevedibile si trova Buscapè, un giovane fotografo cresciuto anch’esso nella città di Dio e che, tra i vari protagonisti della storia, è uno dei pochi che ha sempre pensato prima alla propria sopravvivenza e poi al desiderio di gloria. Da questo punto di vista Buscapè è l’esatto contrario di Ze Pequeno, che la sua vita la mette sul piatto già da bambino mischiando il desiderio di ricchezza con una ben più incontrollabile volontà di potenza e dominio sulla favela. È proprio questo desiderio di gloria a rompere gli equilibri nel narcotraffico, a scatenare la guerra e a coinvolgere, suo malgrado, Buscapè in uno scontro che aveva sempre evitato.

Ma tutti i protagonisti della vicenda sono coinvolti loro malgrado nella storia di questa favela che sembra nutrirsi delle vite dei suoi stessi abitanti. Suo malgrado vi resta coinvolto Manè Galinha, giovane esperto di arti marziali e tiratore scelto, che Ze Pequeno sceglie come vittima sacrificale per legittimare il suo potere scatenando la guerra; loro malgrado vi restano coinvolti Cabeleira, Manreco, Benè e tutti gli altri protagonisti della vicenda che crescono tra il nulla e l’aspirazione negata al benessere. Tra i criminali descritti nel film di Meirelles non è dato trovare dei personaggi negativi a tutto tondo. Lo stesso Ze Pequeno, che fin da piccolo ama uccidere per il gusto di uccidere e ordina senza nemmeno pensarci l’omicidio di un bambino di strada colpevole di aver rubato del pane nella “sua” favela, ha dei momenti di umanità che probabilmente costituiscono anche il suo punto debole. E nemmeno la favela è in sé “moralmente riprovevole”, costituendo solo un appendice di scelte operate al di fuori dei suoi confini.

Se c’è un personaggio negativo a tutto tondo questo va cercato semmai nella polizia e nello Stato brasiliano, che, infatti, non viene mai descritto facendo ricorso a quella frenesia delle immagini caratteristica della rappresentazione della vita dei banditi. I rappresentanti di questo ordine sono dei poliziotti che forse si sbaglierebbe a definire “corrotti”, dal momento che la corruzione è sempre distacco da una norma mentre qui la norma indicata è proprio la corruzione e la violenza verso il diritto. Quando Meirelles riprende le azioni dei poliziotti la velocità si arresta in base alla loro corruzione, come se dietro questa flemma nel commettere crimini pur portando una divisa addosso si volesse rappresentare la linearità con cui quelle azioni vengono compiute. In questa fase i poliziotti dominano sulla favela e sono i responsabili diretti, in quanto esecutori di un mandato, della condizione in cui i suoi abitanti sono costretti a vivere.

“La citta di Dio” va quindi letta su più piani poiché costituisce, al tempo stesso, un’opera di denuncia sociale e un’espressione narrativa che sulla struttura dei racconti incrociati basa il suo svolgimento drammatico. Questo film, inoltre, va messo in comparazione con il successivo “Tropa de elitè”, di José Padilha, opera in cui il ruolo dei personaggi è ben più sfumato e il giudizio più negativo sembra essere rivolto non tanto alle forze militari quanto a quegli elementi borghesi che vorrebbero cambiare la favela scendendo a patti con i narcotrafficanti. Ed è un’opera che va letta in comparazione anche con il molto meno riuscito “The Constant Gardner”, sempre di Meirelles, con cui “La città di Dio” condivide solo l’essere stati tratti entrambi da un romanzo, per comprendere quanto sia difficile raccontare realtà apparentemente simili, come quelle del “Terzo Mondo”, e che invece presentano una complessità tale da rendere improbo il tentativo di fornire uno sguardo universale.

 

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 Regia: Fernando Meirelles

Interpreti: Ralph Fiennes, Rachel Weisz, Huber Koundè, Danny Houston, Bill Nighy, Juliette Aubrey, Peter Postlethwaite,

Paese: Gran Bretagna – Germania – 2005

 

Il soggetto di “The Constant gardener” non è una storia vera, tuttavia è una storia verosimile. Girato da Fernando Meirelles – autore di culto noto al grande pubblico per City of God e il recente Tropa de elite – il film, basato su un romanzo di John Le Carrè, narra innanzi tutto della tragica storia d’amore di una coppia inglese, intrecciata alle vicende di un continente martirizzato come quello africano.

La passione civile di Tessa, giunta in Africa al seguito del marito, costituisce la chiave drammatica dell’opera. Tessa, un personaggio a metà tra la giornalista e l’attivista dei diritti civili, viene barbaramente violentata e uccisa, praticamente al principio del film, insieme a un dottore keniota, Arnold Bluhm.  L’omicidio è la ragione che spinge il marito a ricostruire la vita della moglie e le ragioni possibili della sua morte, particolare che Meirelles rende facendo un utilizzo largo, e forse eccessivo, del flashback. Justin Quayle, questo il nome del diplomatico interpretato da Ralph Fiennes, giunge facilmente alla ricostruzione dell’ultima inchiesta della moglie, pur dovendo muoversi in una ragnatela di falsità costruite ad arte e tese a depistare le ragioni del delitto verso un movente passionale. Il superamento di ogni dubbio sulla fedeltà della moglie è la porta di passaggio oltre la quale Justin comprende la sincerità e la reciprocità del loro amore e, al tempo stesso, la ragione identificante attraverso la quale questo diplomatico compassato riesce a fare proprio lo spirito combattivo della moglie uccisa. Il pianto solitario di Justin nella Londra autunnale sancisce questo trapasso, riconnettendo le vicende della coppia interrotta. Riallacciato, attraverso l’amore e il pianto, il filo interrotto con una linea temporale spezzata, Justin può ora riprendere l’ultima ricerca di Tessa animato dallo stesso sentimento umanitario per giungere alla scoperta di un sistema criminale di gestione degli aiuti sanitari nei Paesi in via di sviluppo.

Il film si gioca prevalentemente su questo continuo richiamo tra la dimensione individuale e quella collettiva dell’amore, lì dove solo la scoperta del secondo “livello” può rendere plausibile il primo. Al tempo stesso la denuncia sociale in Meirelles, costituisce al solito un motivo costante della critica mossa al perbenismo farisaico del potere. Tuttavia, nonostante la solidità dell’impianto narrativo e la bella crudezza di alcune scene, tipica fra l’altro di questo regista, i diversi piani su cui si muove il film non sempre si innestano bene tra di loro.

L’ampio ricorso al flashback a volte sembra quasi scadere nella giustapposizione e la regia non è coinvolgente come in altri film di Meirelles (e il mio pensiero va subito a Tropa de Elite). Il tema trattato è però di assoluto interesse e richiama la nostra attenzione su una delle pagine più vergognose della storia occidentale, quella degli aiuti umanitari.

Se, di per sé, ogni aiuto umanitario non è altro che un risarcimento dovuto dagli occidentali nei confronti di un Terzo Mondo disastrato da un secolo e mezzo di colonialismo, l’utilizzo degli aiuti per fini di lucro e la politica di sfruttamento del continente africano non sono altro che la prosecuzione di una tradizione storica vergognosa delle democrazie occidentali. Italia compresa, direi, considerando, tra l’altro, che uno degli scandali più noti ai tempi ingloriosi del pentapartito riguardò appunto la nostra partecipazione a progetti di cooperazione per lo sviluppo dagli investimenti faraonici e dai risultati nulli. Lo sfruttamento criminale del continente africano, il sostegno ai regimi dittatoriali, la promozione di forme di sviluppo distorte come la rivoluzione verde, sono tutte costanti nascoste della vita quotidiana di molti occidentali “puliti”, che “ripagano” la loro falsa coscienza con politiche dell’immigrazione scioviniste. Se un film apre gli occhi su queste vicende, per quanto imperfetto esso possa essere, merita comunque un riconoscimento e anche se la storia narrata non è vera, la verosimiglianza non può che scuotere le nostre coscienze. Perché Tessa Quayle e Arnold Bluhm certo non sono esistiti che nella finzione filmica o letteraria, ma Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono morti davvero. E come loro molte altre persone, chi per sete e fame di verità e giustizia e chi per semplice sete e fame, tutti però obbligandoci al dovere civile della memoria e dell’indignazione.

 

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