Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Wim Wenders’

Regia: Wim Wenders

Interpreti: Solveig Dommartin, William Hurt, Jeanne Moreau, Sam Neill, Max Von Sydow

Paese: Germania – Australia (1991)

Nella prima inquadratura di “Fino alla fine del mondo” il sole emerge alla luce illuminando di sé la superficie della terra. In questa prima immagine sta la cifra del film, ossia quel continuo equilibrio tra luce e tenebre, tra perdersi e trovarsi per poi nuovamente perdersi che simboleggia l’imprevedibile movimento della vita.

Le condizioni dentro cui la vita si sviluppa sono essenzialmente due: la necessità e la libertà. La prima delle due condizioni è incarnata dal pericolo nucleare, che incasella macchine lungo la strada alla ricerca di una possibile via di fuga dall’esplosione di un satellite artificiale, la seconda è resa immediatamente evidente dalla scelta di Claire (Solveig Dommartin), la protagonista del film, che devia dal corso obbligato dei veicoli per finire dentro una strada solitaria. Non appena svolta strada, Claire viene subito coinvolta in un incidente che simboleggia l’impatto con la vita, con il suo aspetto imprevedibile inteso come via di fuga da una realtà tecnologica che tutto controlla. Claire compie tutte le azioni che, a rigor di logica, non andrebbero compiute e nel farlo ne è consapevole. La sua è una rivolta contro l’idea che si debba fare ciò che appare o è “una buona idea” e lungo questa strada incontra Trevor (William Hurt), un ricercato internazionale dall’identità falsa, che scappa da una morte ben determinata, quella che sembra volergli promettere il governo statunitense, rispetto all’indeterminata morte nucleare da cui scappano Claire e gli altri. Tra Trevor e Claire si inserisce la figura di Eugene (Sam Neill), che poi è il narratore della storia oltre che il marito di Claire. Eugene è l’elemento lineare della vicenda, vittima della libertà di Claire che lo usa e domina facendolo soffrire. Eugene è la razionalità che Claire rifiuta e che però lo scrittore non riesce a imporre nemmeno a sé stesso, tanto da assecondare Claire che lo ripaga sempre fuggendogli e sempre cercando Trevor, anche a costo di assoldare un cacciatore di taglie per ritrovarlo a Lisbona, amarlo e poi perderlo di nuovo. La canzone che segna l’inizio della ricerca di Trevor ripete “run to me” e ciò che lega Claire a Trevor, la cui identità fittizia si è finalmente rivelata quella di Sam Farber, è un movimento musicale. Il sentimento che lega i due fuggitivi è il vento che scorre tra i capelli di lei fuori dal finestrino di un treno, è un radar di carne infallibile che da Lisbona arriva a Pechino, dove Claire ritrova Sam quasi del tutto cieco e di una cecità che è un rito di passaggio verso la consapevolezza del proprio essere. Ritrovata la vista Sam infatti riconosce finalmente la sua identità e la sua storia: è in fuga dal governo statunitense nel tentativo di sottrarre una macchina dal potenziale ambivalente – può fare vedere immagini ai ciechi ma può anche carpire i sogni dalla mente della gente – per collezionare istantanee di vita da regalare alla vista morta della madre Edith (Jeanne Moreau), cieca dall’età di otto anni. Tra la riscoperta della propria identità e l’ultima tappa del viaggio di Sam, l’Australia, Claire può finalmente amarlo nel momento esatto in cui l’esplosione del satellite artificiale regala a tutti i protagonisti del film l’illusione della fine del mondo.

Quando il mondo finisce Claire e Sam atterrano nel deserto e trovano un’oasi, segno della vita che non si arresta nemmeno di fronte alla fine del mondo, e oltre l’oasi una fine momentanea delle miserie del presente. L’esplosione atomica non arresta la vita e mostra l’insensatezza della paura provata, liberando quel loro piccolo mondo dal contatto con il resto del mondo in una comunità in cui spariscono le gelosie o la caccia dell’uomo all’uomo determinata dal denaro. Per tutti, anche e soprattutto per Eugene, la fine del mondo coincide con un nuovo inizio, con una nuova narrazione proprio per questo non prevedibile come testimonia la vicenda di Edith che riceve finalmente in dono la visione dei propri cari e della figlia mai vista e proprio per questo trauma si lascia morire. Anche l’apparente armonia della comunità nata alla fine del mondo non è che un’illusione di cristallizzare la storia che invece procede e lo fa inesorabilmente mostrando la dismisura del progetto del padre di Sam, Henry (Max von Sydow), che è l’autore della macchina ambivalente. Una volta sperimentata questa macchina nel suo lato più terrificante, quello che riesce a carpire immagini dal profondo dell’essere, Sam e Claire si trovano di fronte al resoconto della propria anima e vedono definitivamente perduta la loro storia. L’imprevedibilità trionfa in un finale non univoco in cui domina la visione della vita intesa come cosa tremenda e meravigliosa.

Read Full Post »

Regista: Wim Wenders

Scritto da: Wim Wenders, Peter Handke e Richard Reitinger

Interpreti: Bruno Ganz, Peter Falk, Solveig Dommartin, Otto Sandler, Curt Bois, Nick Cave

Paese: Germania, 1987

Cosa sono gli angeli? Se poniamo che essi esistano e che esista Dio, parliamo dell’indicibile. Non è forse questo che fa l’arte? Se parlasse di ciò che è del tutto visibile ai nostri occhi, essa si esaurirebbe ben presto in una serie di combinazioni matematiche. Tuttavia così non è e allora anche un non credente, quale io sono, può chiedersi cos’è un angelo. E proprio in virtù di questa domanda, può procedere oltre e chiedersi cos’è il tempo, cosa esiste al termine dello spazio, da dove provengo e perché sono la storia che sono. Proprio in virtù della dicibilità, paradossale e per questo non esaustiva, dell’indicibile io posso continuare a parlare. Ma mi sono posto una domanda ed è giusto che dia una risposta.

 

Un angelo è un intermediario individuale posto tra Dio e gli uomini. Non ha, del divino, l’assenza, l’ineffabilità. L’angelo è un quid, qualcosa di determinato, a differenza di Dio che, se non si vuole cadere in assurde contraddizioni come quelle proprie della religione cattolica, non può che essere misticismo diffuso in tutto ciò che è: Dio non può essere parte e per questo nemmeno individuo. L’angelo ne costituisce una superfetazione condannata a vivere come elemento discreto in un mondo che non può percepirlo. Per questo l’angelo, a differenza di Dio, è parte della storia. Nel film Wenders coglie questa differenza tra angelicità e divinità, non nominando mai Dio.

La divinità è assente dalla storia, essa appartiene soltanto agli uomini e, sebbene gli angeli talvolta intervengano nel suo corso, non hanno la forza necessaria per interrompere il destino. Il destino dell’uomo è nella morte, quello dell’angelo nell’assistervi, lungo il corso dei millenni, attraverso una storia del dolore e della passione che riscalda la memoria del mondo. L’uomo, per gli angeli di Wenders, appare, infatti, dopo che le grandi glaciazioni sono scomparse, appare dopo gli iceberg alla deriva, dopo le api morte affogate e dopo i cervi che lottano nella selva. L’uomo esce fuori dalla savana e conquista lo sguardo degli angeli con la sua imprevedibilità.

 

Se l’angelo non è Dio, non è nemmeno uomo e la morte, per questo, non li tocca per nascita, ma solo per scelta. Se da Dio l’angelo era differenziato da un’assenza propria del divino, dall’uomo lo differenzia la presenza. Perché si, gli angeli hanno viso, ma è un viso che non può essere visto, ovviamente gli angeli hanno un respiro, ma un respiro che non produce vento, gli angeli hanno un corpo, ma è un corpo che non riflette ombra. L’uomo al contrario è qualcosa di presente e questo è estremamente facile da capire, se si osservano i desideri che l’angelo esprime nel film, che si riconducono sempre ad un’aspirazione di corporeità. Soprattutto, gli uomini hanno la possibilità di percepire la propria solitudine nello stesso istante in cui sentono l’appartenenza a una storia condivisa con altri uomini. All’angelo manca questa dimensione storica condivisa: non produce altro che osservazione. La sua solitudine non ha via di scampo, il suo ruolo è quello di non poter avere nessun ruolo. Il suo essere è un non essere, qualcosa come una presenza assente.

 

L’angelo somiglia al regista e si differenzia dall’attore. Tra questi ruoli si pone un parallelismo che attraversa tutto il film. Wenders riprende l’umanità descritta come se fosse un elemento discreto e assente, appunto un angelo. Al tempo stesso l’angelo che per primo diventa uomo nel film interpreta “sé stesso” nel ruolo di un attore professionista: Peter Falk, infatti, interpreta Peter Falk. L’angelo e il regista, per diventare sé stessi, devono sacrificare il proprio ruolo. In assenza di questo “sacrificio” sono destinati a rimanere un muro attraverso cui non scorrono immagini, ma solo separazioni tra la dimensione del bianco quella del nero. Questo è il limite con cui entrambi si confrontano. Tuttavia ogni limite, una volta individuato, prelude al proprio superamento.

Individuato il confine tra sé e il mondo che rappresenta, il regista può superare sé stesso e la divisione binaria scoprendo il colore e, nel colore una multipolarità che salta i muri, sia quelli della storia contingente – siamo pur sempre nella Berlino del 1986 – sia quelli della percezione discreta delle cose. Superato il muro, oltre la visione ottico-retinica, il regista recupera il suo sguardo e con lo sguardo la propria storia. Parallelamente al regista, questo recupero si riflette nell’evoluzione del film e nella vicenda del suo protagonista.

 

Nel superamento del limite nasce un nuovo essere, che porta il proprio passato addosso insieme a un carico di immagini e di ombre. Il nuovo essere raggiunge sé stesso maturando. Non è più bambino, perché ha superato quella fase interrogandosi. Interrogandosi ha individuato un limite, prima sconosciuto, verso cui azzarda ora una risposta. La compresenza delle storie vissute dall’uomo nella sua maturazione è ciò che dà senso al colore: l’uomo ha una sua storia come collezione di storie differenti e intrecciate. La capacità dell’artista resta quella di restituire queste storie al tempo stesso nella loro diversità ma mirando a ricomprenderle in un’unica storia sensata. Il mezzo attraverso cui si esprime questo senso sono le immagini, le ombre, come quella, splendida, della trapezista che accompagna il film fino al termine.

L’arte cinematografica è questo gioco a catturare forme fuggenti, destinate al paradosso di chi svanisce per restare impresso. Che il cinema si giochi su questo crinale, tra dimensione angelica e dimensione umana dell’esistenza, lo indica la dedica finale di questo capolavoro assoluto: “A coloro che furono angeli precedenti, Yasujiro, Francois, Andreji”. Dove Yasujiro sta per Ozu, Francois per Truffaut e Andreji per Tarkovskij, ovvero quegli autori che, per Wenders, hanno rappresentato la più alta espressione che il cinema ha dato di sé stesso, nel corso di una storia alla nostra legata allo stesso modo in cui la pelle si lega alle ossa.

 

 

Read Full Post »