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Posts Tagged ‘Woody Harrelson’

Regia: Terrence Malick

Interpreti: Jim Caviezel, Sean Penn, Nick Nolte, John Cusack, Adrien Brody, John Savage, Woody Harrelson, George Clooney, John Travolta, Jared Leto

Produzione: USA 1998

Cosa separa questa linea? E’ una separazione tra mondi differenti nel concepire il proprio rapporto con la “natura”. Uomini sono gli aborigeni melanesiani con i loro ritmi lenti, così come uomini sono i soldati americani e la loro accelerazione del tempo. La calma dei primi viene indicata nel film attraverso il riferimento musicale a un canto dalle tonalità alte, quieto come la pace. L’impazienza dei secondi cambia il registro musicale e introduce suoni più cupi, come la guerra. Un contrasto è tra volontà di vita e volontà di dominio, un altro tra centralità dell’uomo e centralità della divinità storica. La calma della Melanesia consente la riflessione sui dati essenziali della nostra esistenza: la vita, la morte, il reale. In essa il soldato Witt (Jim Caviezel), disertore, trova la sua isola, lontano dalla guerra e dalla civiltà occidentale. La sua preistoria è libertà, assenza di gerarchia. La storia, al contrario, è catena del dominio che viene a prenderlo eseguendo degli ordini. Le catene di comando sono l’esatto contrario della riflessione.

 

La storia irrompe con una nave da guerra, una vedetta, non a caso, che cerca e trova il suo fuggitivo. Il sergente Welsh  (Sean Penn) esprime la pretesa totalitaria di questa polarità, che appunto non lascia scampo a chi vuole nascondersi. Quando interroga Witt, Welsh recita: “In questo mondo, un uomo da solo non è niente e non esiste un altro mondo”. Ma davvero questa integrazione è irreversibile? Sarà proprio la storia di Welsh a dimostrare l’esatto contrario, così come è già l’atteggiamento di Witt, preistorico perché basato su qualcosa che viene prima del film e a cui noi non assistiamo, a segnare una crepa dentro l’unicità di quel mondo.

 

Witt non può nascondersi, proprio per questo, tuttavia, resta ciò che ha appreso di essere nell’altro mondo. Conduce la sua linea di fuga senza mai dimenticare chi è, particolare che lo rende non solo carattere differente dal resto ma esemplare di un nuovo modo di essere. Attorno lo circonda un’aura che non impedisce il contatto con il mondo ma lo traduce secondo un nuovo linguaggio. Witt porta sulla pelle la placenta di un’altra epoca, contemporanea e distante, che lo pone su un livello linguistico differente (nonché superiore, per chi scrive). Il mondo che ora attraversa è al contrario ha un viso opposto: assenza di fiducia, stato hobbesiano dei rapporti umani, paura, scontro per il potere. Guerra, con ogni mezzo disponibile. E la guerra cos’è in Malick? Il male assoluto, perché elimina la dignità personale. Per questa ragione non vi è attenuazione dei contrasti nella descrizione della guerra e del suo effetto principale, la morte violenta. La gente trema in guerra e non muore da eroe. Il modo in cui si viene uccisi è indicativo di questo carattere. La morte, almeno nelle prime sequenze in cui appare, non tocca il viso bensì il resto del corpo: i primi cadaveri hanno gli arti mutilati. Questa morte colpisce allo stomaco, al culo, alle caviglie: bombarda i corpi. La realtà antieroica, Malick la rende con straordinaria efficacia.

 

Si è detto che la guerra è il male assoluto, per questa ragione è bene ciò che si pone oltre di essa anche quando essa è necessaria. Lo stesso Dio che la benedice è morto come la civiltà che la sostanzia. E’ un Dio immobile, crocifisso per sempre che ha perduto la capacità di parlare al vivente e attraverso il vivente partecipando della sua sostanza. Certo un Dio differente da quello degli aborigeni che non ha nome perché è mobile, come il mondo. “Chi sei tu per sopravvivere dentro tutte queste forme” si chiede Witt provando meraviglia per il mondo.

 

La meraviglia di Witt non presuppone paradisi oltre la Terra e parla del Dio dei disertori: se tutti disertassero, tutti senza badare alle bandiere e nello stesso istante, quel Dio avrebbe vinto e noi con lui. Ma nei rapporti di forza Hobbes vale più di Dostojevsky e il film non nega questa evidenza. Lo spazio del nuovo mondo è prevalentemente pensato, quello del mondo del “primo” Welsh è, al contrario, pubblicamente espresso. Solo Witt ha la maturità per camminare con un nuovo sguardo: dentro il martirio antieroico si muove portando la pace pur essendo parte progressivamente sempre più attiva della guerra. Il conflitto è un inferno che attraversa senza perdersi, anche quando le sue ragioni sembrerebbero consentire un utilizzo sproporzionato della forza. Cosa vuol dire farsi vincere dallo spirito bellico? Abituarsi all’orrore; vedere morire un uomo e non farci più caso, non lasciarsi sfiorare dall’idea che con lui sta morendo un mondo intero. Credere che esistano guerre giuste, questo vuol dire farsi vincere dallo spirito bellico.

 

Malick sceglie la seconda guerra mondiale, la guerra giusta per eccellenza e dà a questa scelta un senso doppio. Primo, perché fa capire, a scanso di equivoci, che le guerre non sono mai giuste ma al massimo necessarie. Secondo, che anche di fronte alle guerre necessarie non ci si deve lasciare contagiare dalla follia che le ha create se si vuole evitare la riproduzione della catastrofe. Ma, poiché nella catastrofe cadiamo spesso, ritorna adesso quel conflitto tra mondi, tra preistoria e storia, con una domanda impellente: cosa rende non preistorica l’esistenza di un uomo che non decide per sé ma viene deciso da altri? Cosa garantisce uno status di superiorità a questa carne di macello occidentale rispetto ala libertà del selvaggio? E’ una domanda che scava la nostra civiltà e che Malick utilizza per risalire la storia americana dal presente verso il passato (“la rabbia giovane”, “La sottile linea rossa”, “The New World”) fino al suo inganno originario: la volontà di potenza. Nel suo percorso il risultato è chiaro e non relativo: la volontà di dominio è il male, la ricerca di una comune essenza il bene.

 

Questa via passa attraverso l’inferno e non è un percorso facile. Pochi riescono ad acquisire la consapevolezza che fa vedere chiaramente quale inganno si celi dietro una storia intesa come divinità cieca e superiore agli uomini. E’ un’epica, quella di Malick, ma di carattere particolare. Un’epica della pace e dell’uomo espressa nella descrizione delle forme che negano sia la pace che l’uomo. Per questo, ritornando a quanto detto, non possono esserci eroi, ma solo esseri umani che si confrontano  tremando l’uno di fronte all’altro.

 

Dovrebbero farlo vedere nelle scuole,”La sottile linea rossa”, per invertire la diseducazione di massa che ha reso asettica la sofferenza attraverso la menzogna televisiva. Dovrebbero insegnare di che morte muore l’uomo nelle guerre che non ha scelto di combattere. Sarebbe un ottimo modo per insegnare l’amore verso la vita e il rifiuto del peggiore dei mali: uccidere un tuo simile, uccidere un tuo dissimile.

 

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Produzione: USA, 2007

Regia: Ethan e Joel Coen

Interpreti: Javier Bardem, Tommy Lee Jones, Josh Brolin, Woody Harrelson 

Il titolo del film è un’affermazione ma contiene al tempo stesso più domande. Chi sono questi vecchi? Se non a loro a chi appartiene “questo Paese?”

 Il termine di paragone “negativo” – ciò che non si è – si afferma sin dal principio, quello “positivo-affermativo” immediatamente dopo. Non è più un Paese per uomini fedeli alla legge, lì dove il rapporto di identificazione con la legge è sia razionalità da seguire secondo linguaggi comuni sia riferimento a una forma etica calvinista in cui le azioni finivano con l’essere lo specchio della bontà di una società. La crisi iniziale di questo mondo di solito viene fatta datare con la nascita della società di massa americana – i primi trent’anni del Novecento – in questo caso la rappresentazione mette in scena la progressione del suo cancro. A essa si oppone la razionalità del presente: agli occhi dei vecchi essa è folle e non riescono a comunicarci, parla un altro linguaggio. L’America e il suo deserto coprono uno spazio sterminato dentro cui agiscono killer psicopatici e avventurieri. Il sogno della frontiera e del self made man diviene mostra i limiti del mito e si traduce nelle pieghe di una società profondamente corrotta. Dal non essere così passiamo all’essere. Se i vecchi sono ormai prossimi a morire, il futuro di questo Paese è affidato ai suoi carnefici, che tali sono perché sostituiscono l’etica della produzione ormai tramontata con una nuova costellazione in cui i vincoli sociali vengono erosi. Tuttavia mettendo in atto una razionalità che non si mostra “felice”.

 

Il desiderio acquisitivo rovina chi lo asseconda: troviamo questa costante in alcuni film dei fratelli Coen (oltre al presente, si vedano Fargo e L’uomo che non c’era). Il sogno di avanzamento sociale finisce nel carcere a vita, nella sedia elettrica, nella morte violenta; i fratelli Coen mettono in scena un’apocalisse americana, descritta con eleganza. In essa il vettore della corruzione è la sacralità del denaro. E’ un’apocalisse senza via d’uscita? Per cercare una risposta interna al film, guardiamo ai personaggi.

 

Anton Chigurh, innanzitutto. Killer privo di umanità al punto che è l’assenza d’umanità il principio di riferimento della sua morale “rovesciata”. Un Javier Bardem luciferino, dagli occhi iniettati di sangue e che non si limita a uccidere. Gioca con le sue vittime e le rapisce nel suo carnevale di sangue. La sua assenza di razionalità, nel senso classico del termine, è assoluta: posto un fine da raggiungere utilizza mezzi non adeguati allo scopo. E’ figlio del senso di gloria, dell’assenza di ordine. Chigurh è un leone dentro una savana sociale: uccide il suo prossimo, come altri fanno nel film, ma lo fa senza riconoscergli alcun tratto umano. E’ la figura della guerra civile. Se gli americani un giorno decidessero di dichiararsi guerra a vicenda, in Chigurh troverebbero il nuovo Abraham Lincoln.

Llewellyn Moss, saldatore in pensione con l’hobby della caccia. Insegue il mito della fortuna alla frontiera. Non trova oro ma milioni di dollari in contanti. Agisce da solo senza curarsi delle conseguenze che le sue azioni avranno sulle persone che ne condividono l’esistenza (la moglie). Non avrebbe bisogno di emanciparsi dal lavoro, eppure cerca il “salto di qualità” approfittando di un reato e commettendone un altro. Vive nel deserto, la sua figura è quella del marginale: immagina di non avere Stato a controllarlo e si ritrova a doverne affrontare due, quello legale e quello illegale.

I ragazzi della frontiera: anch’essi agiscono per denaro e aiutano una persona in cambio di denaro.Tuttavia queste sono linee tendenziali prevalenti, esistono altre forme di razionalità e un residuo di un Paese al crepuscolo.

 

Carson Welles, Killer a pagamento, certo non una figura esemplare. Aiuta a comprendere meglio la follia di Chigurh, ma resta il tipico prodotto di un’America Wasp che crede ancora nel rapporto tra prestazione e salario, tra mezzi e fine. Non è nemmeno un Paese per lui.

 

La differenza che si profila è quella tra un piano in cui il rischio è calcolato e l’esercizio della violenza regolato e un altro in cui si muore o si vive giocando a testa o croce. Nella seconda America la vita vale un penny o poco meno. Nella prima qualcosa in più.

Lo sceriffo Bell e la moglie di Llewellyn. Sono le figure positive. Il primo protegge i suoi cittadini fino a dove possono le sue forze e fino a dove il suo cervello riesce a comprendere questo nuovo mondo. Ma i tempi lo hanno superato e ha perso anche il contatto con il passato da cui proviene.

La moglie è la prima, non unica, figura giovanile positiva. Rifiuta di mettere la sua vita sulla stessa bilancia di un penny. E’ giovane e potrebbe generare nuova vita. Potrebbe.

Infine i bambini, i primi a tentare di rifiutare il denaro per una prestazione obbligata quale la cura di un sofferente. Sono, in questo quadro, un elemento di speranza che spinge a non leggere il film in modo da tradurre la tendenzialità in fatalità. Ma quale è la tendenza?

 

La prima di America non è aliena alla seconda, pensando a difendere i suoi confini e non a discutere sé stessa ora guarda come un inferno la società che ha prodotto. Spezzata la frontiera e il suo cerchio epico chi richiuderà il confine invertendo la frattura? Lo “Stato”? La separazione tra Stati? Un’esplosione di guerre civili molecolari? Una rinascita dell’America rivoluzionaria e Jeffersoniana? Domande che guardano al futuro. Il fatto che esso possa essere remoto o prossimo resta, a sua volta, un interrogativo non risolto.

 

 

 

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